Pubblicato il: 10 agosto 2019 alle 8:00 am

Letture estive: cosa sarebbe il mare senza Conrad e Hemingway? In tutti i romanzi di mare, l’uomo è messo alla prova. E il viaggio non può consistere solo nell'approdo al porto finale

di Caterina Slovak.

Roma, 10 Agosto 2019 – Protagonista predominante del paesaggio, metafora della vita umana, il mare ha toccato molte volte le pagine di un libro, tanto da diventare un vero e proprio topos letterario. Ha spalancato mondi ricchi di avventure, popolati da pirati e mercanti, sirene e mostri marini. A volte di solitudine.

I grandi scrittori di mare hanno raggiunto alcune tra le vette più alte della storia letteraria. Avremmo mai immaginato il mare senza Melville, Conrad, Verne, Stevenson e Jack London?Il Mediterraneo sarebbe stato il mare del mito senza Omero? L’Odissea riassume i significati concreti e simbolici legati al tema del viaggio: il viaggio di Ulisse è un viaggio di ritorno (nostos) dalla guerra verso la nativa Itaca, la patria abbandonata. Ma il viaggio non può consistere solo nell’approdo al porto finale, è piuttosto il superamento di mille pericoli, ostacoli, prove, esperienze. Diventa conoscenza, stimolo naturale alla ricerca del nuovo.

Prendiamo Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Lo scrive nel 1951, mentre si trova a Cuba, sua patria d’elezione dal ’39, e tutto il libro risente dell’atmosfera caraibica e della cultura dei pescatori. Il libro ha immediatamente un enorme successo di pubblico che vale all’autore nel 1953 il premio Pulitzer, uno dei massimi riconoscimenti letterari americani- solo un anno dopo Hemingway vincerà anche il premio Nobel per la Letteratura.

Lo scrittore aveva conosciuto da vicino la vita dei pescatori anche in un’altra occasione: al passaggio della V armata U.S.A. del generale Clark alla quale apparteneva, aveva visto Acciaroli per la prima volta ed era rimasto affascinato dalle sue bellezze. Nei primi anni ’50 lo scrittore era poi ritornato ad Acciaroli (dal 1950 al 1953 Ernest Hemingway è in Italia e viaggia tra Venezia, Cortina e altre città), allora piccolo e semplice borgo di selvaggia bellezza, e aveva stretto amicizia proprio con i pescatori locali.

Nel romanzo, Santiago è un vecchio pescatore cubano molto sfortunato perché da qualche tempo non riesce più a fare una buona pesca, tanto che i compaesani pensano che sia stato colpito dal malocchio e perfino i genitori del suo apprendista, il giovane Manolin, non vogliono che il figlio presti servizio presso di lui. Invece i due sono ormai diventati amici, e continuano a lavorare insieme. Un giorno Santiago decide di mettersi alla prova per dimostrare la sua bravura e prova ad avventurarsi da solo in mare aperto: i suoi sforzi vengono ricompensati, poiché abbocca un grosso pesce, che però non si fa catturare facilmente. Saranno tre giorni di lotta tra il vecchio pescatore e la sua preda. “L’uomo non è fatto per la sconfitta- dice Santiago- un uomo può essere distrutto ma non sconfitto.”

Pensa ai marinai e ai pescatori del paese, che parlano del mare al maschile, come un nemico, “ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna.”

Alla fine, quando sta per cedere, Santiago riesce ad arpionare il pesce: “La lenza si alzò lentamente e regolarmente e poi la superficie dell’oceano si sollevò davanti alla barca e il pesce uscì. Uscì senza fine e l’acqua gli ricadde dai fianchi. Era lucente nel sole e la testa e la schiena erano di un rosso scuro e nel sole le strisce sui fianchi apparivano larghe, di un color lavanda leggero”.

Ma sulla via del ritorno il pesce lascia dietro di sé un’abbondante scia di sangue che attira gli squali: Santiago ne uccide molti ma, quando la barca giunge finalmente in porto, della sua preda non restano che la carcassa.

Deluso, il vecchio si ritira, per scoprire che al mattino una folla di pescatori si è riunita in ammirazione dell’enorme carcassa ancora appesa alla barca: la reputazione è salva.

Non è stato un atto di crudeltà uccidere il pesce, pensa il vecchio: “Non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo…. L’hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand’era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo”.

E’ l’eterna lotta dell’uomo contro la natura, di cui bisogna avere rispetto. Così Santiago nel suo mare diventa un eroe, proprio come Ulisse.

Anche i romanzi di Joseph Conrad sono storie di mare e di avventura, di uomini che vivono su navi in solitudine, in un mare infido, infinito, divoratore come un mostro marino. Conrad era stato davvero un uomo di mare: orfano di madre e con il padre incarcerato per questioni politiche (la famiglia era originaria di una parte della Polonia annessa alla Russia), era cresciuto col sogno di andare libero per i mari.

Aveva fatto il marinaio a soli 17 anni a Marsiglia, dove andare per mare significava anche traffici illeciti, contrabbando e ricercati che cercavano vie di fuga nel Nuovo Mondo. Passerà in mare 20 anni, e se ne ricorderà in tutti i suoi romanzi, come Nostromo, romanzo del 1904. Il viaggio in Congo intrapreso come capitano di un battello commerciale emerge tra le righe di Cuore di tenebra, capolavoro del 1899, dove l’autore racconta la spedizione dell’europeo Charles Marlow nel cuore dell’Africa nera per rintracciare, per conto di una Compagnia coinvolta nel traffico di avorio, il misterioso Kurtz, che non dà più notizie di sé: sarà un viaggio nell’ inferno del colonialismo bianco dell’Africa.

Conrad ambienta invece Nostromo in una fantomatica repubblica sudamericana della Costaguana e più precisamente nella città mineraria di Sulaco, un porto sulla costa occidentale. Nostromo è l’incorruttibile eroe, il fidato italiano capataz de los cargadores (capo degli scaricatori di porto), personaggio quasi leggendario per la sua fama di uomo coraggioso, che lotta contro il señor Gould. Anche qui il mare è il terreno per traffici, ma si sentela bellezza delle coste incontaminate del Sud America, nei porti, nelle isolette, nei fari, nei modi rudi dei pescatori. La storia di Nostromo riguarda la comunità del posto, latino-americana di origine spagnola o italiana, che vive del lavoro di una miniera d’ argento, gestita da inglesi e finanziata da americani. Quando si presenta la necessità di mettere in salvo l’argento della miniera che sta per cadere in mano ai ribelli è lui ad assumersi l’incarico di portare il tesoro su un’isola vicina. E come sempre nei romanzi di Conrad, il protagonista-simbolo è l’uomo, solo e in balìa del destino come del mare: “Non c’è niente di misterioso per un marinaio se non il mare stesso, che è padrone della sua esistenza e imperscrutabile come il destino.”

In tutti i romanzi di mare, l’uomo è messo alla prova, proprio come nell’Odissea: la vita ha sempre nuovi obiettivi e noi siamo come Odisseo, su una barca in mezzo al mare, in balìa delle onde, tra pericoli e aiuti, dispersi. Solo noi possiamo decidere dove andare e dobbiamo accettarne le conseguenze.

neifatti.it ©