Pubblicato il: 20 agosto 2019 alle 7:00 am

Elvira Notari, pioniera ‘dimenticata’ del cinema Una delle prime registe (donna) della storia del cinema, anticonformista, contraria all'espansione della lingua toscana e oppositrice del divismo

di Teresa Terracciano.

Roma, 20 Agosto 2019 – L’importanza di Evira Notari (Salerno, febbraio 1875 – Cava de’ Tirreni, dicembre 1946) non consiste soltanto nel fatto che fu una delle prime registe (donna!) della storia del cinema, ma anche nell’aver contrastato il conformismo che dilagava nell’ambiente cinematografico dell’epoca.

La Napoletana, da tenere a mente perché la sua posizione geografica è alla base della sua personalità di realizzatrice artistica, Elvira Notari crea un’economia di produzione locale fondando nel 1909 la sua società, la Dora Film. Inizialmente specializzata in tiraggio e coloritura delle pellicole, ha poi prodotto tra il 1911 e 1930 più di 60 lungometraggi e un centinaio tra corti e documentari che Notari realizza col marito, Nicola Notari, nel ruolo di direttore della fotografia e da sempre suo prezioso collaboratore, spesso i loro figli figuravano come attori.

Contraria all’espansione della lingua toscana (l’unità d’Italia iniziava da appena 50anni), le sue didascalie erano in lingua napoletana, preferiva filmare luoghi di Napoli meno conosciuti al posto delle solite tipiche vedute panoramiche della città, come per il caso di Assunta Spina, realizzato nel 1915 con l’attrice Francesca Bertini.

Oppositrice del “divismo” sofisticato e i grandi spettacoli promossi dalle società di produzione del Nord, preferiva invocare la cultura popolare del Sud traendo ispirazione da cantate e melodrammi regionali, formando i suoi attori.

Tra tanti titoli ritroviamo È Piccerella del 1922, una storia d’amore intrecciata in atmosfere festose tra i meandri napoletani che accompagnano la femme fatale e il suo amante in una moltitudine di situazioni brulicanti di caos e vitalità.

In Napoli terra d’amore (1928) e Napoli sirena della canzone (1929) è messa a nudo l’alienazione intrisa di moralismo e ipocrisia dell’alta borghesia. Soggetto che ci rimanda al cinema del grande Luis Buñuel.

Matilde Serao, co-fondatrice de Il Mattino, scriveva nel 1916 che il cinema doveva raccontare le donne del popolo e aprirsi alle masse. Esattamente ciò che faceva Elvira Notari, poco e mal distribuita nelle sale cinematografiche del Nord, dove intanto emergevano ideologie nazionaliste fino a quando nel marzo 1919, a Milano, un gruppo di ex-combattenti fondava i Fasci italiani di combattimento [1], evidentemente fischiata da una parte della critica in nome della “dignità nazionale”, progressivamente censurata dal fascismo, le produzioni della Dora Film si esportavano negli Stati Uniti e alcune erano realizzate per la comunità italiana di New York, dove la Notari apriva un nuovo ufficio, la Dora Film of America.

Con opere ad oggi sparite, questa figura di cineasta pioniera è divenuta leggendaria nell’ambiente dei sapienti del Cinema tanto da suscitare interesse di scrittori specializzati da diverse parti del mondo. D’altronde, Napoli ha sempre potuto confrontarsi con grandi capitali europee come Parigi (Fernand Braudel, storico), spesso gemellata con New York, “ha la stessa energia di New York”, “come New York e altre città vicine all’acqua è aperta ai flussi migratori” (Abel Ferrara, regista e attore statunitense).

Fonti: Cahier du Cinema, Une histoire des Réalisatrices, Juillet Août 2019; Giuliana Bruno, Streetwalking on a Ruined Map Cultural Theory and the City Films of Elvira Notari, Princeton University Press, 1993.

[1]Indro Montanelli, Mario Cervi, L’Italia in Camicia nera, Rizzoli, 1976.

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