Pubblicato il: 23 agosto 2019 alle 7:00 am

Non era sgarrupata la scuola che sognava Marcello D’Orta Educare, attrezzare per la vita, insegnare a pensare con la propria testa. Le riflessioni del maestro scrittore e il drammatico appello finale: «Quest'estate spero di essere ancora in vita»

di Marzio Di Mezza.

Roma, 23 Agosto 2019 – Era una persona semplice e amava una comunicazione semplice. Fatta di concetti essenziali ma precisi. Non tutti apprezzarono il suo libro-denuncia che, invece (oltre a regalarci lo spunto per un gioiellino del cinema italiano), diventò un modo per parlare dei problemi mai risolti di una delle nostre principali istituzioni. Eppure la scuola di Marcello D’Orta era tutt’altro che sgarrupata. Riproponiamo l’intervista (a firma mia, ndr) realizzata 9 anni fa, pubblicata dall’Agenzia giornalistica Fuoritutto, allora diretta da Guglielmo Gabbi, il 17 giugno 2010. Solo 3 anni dopo il maestro D’Orta morì. Eccola

Marcello D’Orta sdoganò un nuovo modo di raccontare. Nel 1990, da una raccolta di temi scritti dai suoi alunni, nacque “Io speriamo che me la cavo”, un milione di copie vendute. Il panorama editoriale italiano è cambiato in questi venti anni, con le nuove mode… e le veline. D’Orta ce ne parla in questa breve intervista. Che termina con un inatteso e drammatico appello…

Il suo ultimo libro è “Aboliamo la scuola”, pubblicato da Giunti Editore, è una provocazione di un maestro che ha dovuto combattere con i mali e i ritardi di un sistema scolastico “sgarrupato” come quello italiano?

«E’ una provocazione fino a un certo punto. Ci sono scuole -soprattutto nel Sud- che dovrebbero chiudere i battenti per davvero: edifici vecchi e pericolanti, aule piccole e male illuminate, bagni indecorosi, nessuna palestra o spazi verdi. E professori, bidelli e custodi che non fanno il loro dovere. Questa era un po’ la scuola dove ho insegnato. Dico “era” perché mi risulta che è diventata una scuola quasi modello (meglio tardi che mai). Rimane tuttavia la provocazione di abolire una scuola ancora oggi incapace di svolgere la sua funzione principale: educare, attrezzare per la vita, insegnare a pensare con la propria testa».

E’ vero che non c’erano editori disposti a pubblicare “Io speriamo che me la cavo”? Ci racconta quali e quante difficoltà può incontrare un autore nella giungla degli editori italiani?

«Certo che è vero. Nessun editore italiano fu disposto a pubblicare quello che sarebbe diventato uno dei dieci libri più venduti del Novecento italiano, tradotto in tutto il mondo. Il mio non è un caso limite; altri best seller (es. Il gattopardo) furono snobbati dagli editori. In Italia, siccome non si legge, è difficilissimo pubblicare, tranne se non sei una… velina, un attore conosciuto o un cantante».

C’è una spiccata tendenza alla massificazione nel panorama delle pubblicazioni attuali. Scrittura e linguaggio più vicini ai giovani, minor cura, scarsa attenzione all’estetica. Probabilmente ci sarà qualche lettore in più, ma non si rischia di abbassare il livello culturale?

«Io mi sono nutrito dei classici dell’Ottocento, a confronto dei quali gli scrittori moderni sono quasi insignificanti. Quella però era gente che lavorava anni sul testo, oggi l’editore ti chiede un libro all’anno, e di conseguenza la qualità della scrittura è nettamente inferiore. Bisogna produrre, produrre, produrre (vedi Camilleri) se no il pubblico ti dimentica. Poi ci sono le mode: oggi “vanno” i libri sulla camorra, e tutti scrivono di camorra».

Quale scrittore o poeta avrebbe voluto essere?

«Avrei voluto essere Charles Dickens».

Da operatore scolastico avrebbe visto di buon occhio l’introduzione di un insegnamento come “Scrittura narrativa” o “Scrittura creativa” accanto alle principali materie?

«Senz’altro. Il problema è che i nostri alunni (e non di rado gli stessi giornalisti) devono ancora risolvere i loro problemi col congiuntivo… ».

C’è un modo, una ricetta, secondo lei per far crescere il consumo di libri in Italia?

«Negli anni Sessanta c’erano gli sceneggiati tv che facevano conoscere agli italiani grandi opere letterarie, dai “Fratelli Karamazov” a “David Copperfield”, dall’”Isola del tesoro” ai “Miserabili”. Poi uno andava a comprarsi anche il libro. Potrebbero riproporsi questi sceneggiati, anche se gli attori di oggi fanno ridere a confronto degli attori di quel tempo».

Tre titoli che Marcello D’Orta leggerà quest’estate…

«Quest’estate Marcello D’Orta spera di essere ancora in vita. Ha un serio problema di salute e si affida alle preghiere dei suoi lettori».

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