Pubblicato il: 31 agosto 2019 alle 7:00 am

I nostri 40 anni con Battiato, profeta moderno Un fenomeno culturale che è riuscito ad annullare la distanza formale tra musica “colta” e pop. In ottobre il suo nuovo disco

di Caterina Slovak.

Roma, 31 Agosto 2019 – Il prossimo 16 ottobre (disponibile dal 18 ottobre) uscirà ‘Torneremo ancora’, il nuovo disco di Franco Battiato: un inedito più quattordici brani tra i più rappresentativi della sua carriera riarrangiati. Intanto, però, ricorre il 40° anniversario della prima pubblicazione dell’album che ha cambiato la storia della musica: L’era del Cinghiale Bianco, il disco che nel 1979 rivelò il sorprendente talento di uno degli artisti più eclettici del nostro panorama musicale. Ha abbracciato diversi stili passando dal pop al rock, dalla musica etnica all’elettronica, fino all’opera e alla lirica. Le sue prime incisioni discografiche escono dal 1971 al 1975, negli anni ‘90 si divide tra musica pop e opere liriche. Nell’autunno del ’96 La cura è riconosciuta Miglior Canzone dell’Anno al Premio Internazionale della Musica.

Franco Battiato è nato a Jonia (CT) nel 1945, e vive a Milo, piccolo centro alle pendici dell’Etna, una grande villa di 800mq inavvicinabile, con piscina e palestra, Villa Grazia. Un luogo magico dove il cantautore ha composto i suoi brani più belli, dove possiede una preziosa libreria, dove ha dichiarato di voler trascorrere gli ultimi anni della sua vita, un luogo del cuore descritto anche in uno dei suoi celebri brani, Giubbe Rosse: “Abito in una casa di collina e userò la macchina tre volte al mese. Con 2000 lire di benzina scendo giù in paese. Quante lucertole attraversano la strada, vanno veloci ed io più piano ad evitarle. Quanti giardini di aranci e limoni, balconi traboccanti di gerani”.

Negli anni Battiato si è guadagnato il titolo di “maestro”, oltre che una schiera compatta e agguerrita di ammiratori. Non è infatti solo di uno dei tanti idoli delle folle che riempiono i palazzetti, ma un fenomeno culturale che bisogna assolutamente conoscere, perché nessuno come lui in Italia è riuscito nell’impresa di creare una commistione di registri – musicali, linguistici, estetici – così ben amalgamata da annullare la distanza formale tra musica “colta” e pop.

Molto si è scritto sui suoi riferimenti spirituali a quelli musicali, estetici, stilistici, filosofici, religiosi, a partire dall’album capolavoro, La voce del padrone. I suoi testi appaiono insensati e sconclusionati con largo uso di “parole difficili” e di concetti messi l’uno accanto all’altro senza un senso visibile. A prima vista. Perché il senso c’è eccome, e forse più di uno, a cominciare dalle citazioni, da Alan Sorrenti : “Siamo figli delle stelle pronipoti di sua maestà il denaro” (una critica al consumismo) dalla famosa “Bandiera Bianca” di Arnaldo Fusinato, all’Iliade, al mistico Georges Gurdjigeff, ai Beatles, Bob Dylan, Mina, ai poeti sufi… Questa operazione linguistica di mélange letterario, musicale, poetico è esattamente l’essenza di un modo di comunicare unico, iconico, perenne. Ogni frase di una sua canzone sarebbe indicata come didascalia di una foto per Instagram, di Facebook. Ce ne serviamo da decenni, le canzoni di Battiato rimarranno per sempre nel nostro patrimonio culturale, sono ormai una pietra miliare – basti pensare alla scena del film Palombella Rossa in cui Moretti canta “E ti vengo a cercare”.  Ritornelli orecchiabili e vera poesia, visioni di mondi lontani come L’Asia o l’Africa dell’Etiopia, della Libia e della Tunisia, come “Pasqua etiope” o “Ombra della Luce”, cantata in arabo al Concerto di Baghdad nel 1992, “Lettera al governatore della Libia”…o ritorni alla sua Sicilia, come la splendida “Stranizza d’amuri” dei ricordi di gioventù – “Jeumu a caccia di lucettuli, a litturina da Ciccum-Etnea…” – sempre nell’album del quarantennale L’era del cinghiale bianco.

40 anni che dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che non esiste musica di serie A o di serie B, ma solo opere d’arte belle e opere d’arte brutte. La materia di cui sono fatte è secondaria, l’unica prova che ci serve è l’emozione.

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