Pubblicato il: 1 settembre 2019 alle 8:00 am

L’Italia da amare: Viterbo Diario di viaggio e spunti per visitare Viterbo e la Tuscia approfittando della devozione per Santa Rosa, festeggiata il 3 settembre con un evento tutelato dall’Unesco

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 1 Settembre 2019 – Ho impiegato circa un’ora per raggiungere Viterbo. Tanto dista in auto da Roma; 3 da Napoli, 5 da Milano. Due giorni per visitarla sono pochi, soprattutto se ci si spinge anche oltre il territorio comunale, ricco di cose da visitare. Per cui l’obiettivo è tornarci. Intanto, però, condivido con voi questa piacevole esperienza in un luogo ricco di storia, arte, bellezze da vedere e di curiosità.

Cominciamo col dire che a Viterbo c’è il quartiere medievale più grande d’Europa, che è quello di San Pellegrino ed è anche il meglio conservato. Se vi capita di cercare informazioni turistiche tra i siti che parlano della cittadina laziale, probabilmente vi imbatterete in alcuni che ne parlano, erroneamente, come la città con il più grande centro storico d’Europa. In realtà, questa riferita più in generale al centro storico (senza, cioè, specificarne il periodo), è una disputa antica ma che riguarda altri centri urbani, tra cui Genova, Siviglia, Venezia, la mia Roma, Palermo e Napoli. E, pare, sia proprio Napoli a detenere questo primato con i suoi 17 chilometri quadrati di centro storico. Salvo prove contrarie che sono pronto a riportare dopo averle, naturalmente, verificate.

La città dei papi

Viterbo è conosciuta come la «città dei papi» per essere stata a lungo la sede pontificia. Fu fondata dagli etruschi, gli studiosi la identificano con la antica Surina. E’ stata una città ricca e potente, al punto che tra il 1200 e il 1300 controllava quasi 50 castelli e divenne sede preferita di molti papi che scelsero Viterbo per sfuggire alle rivolte romane. Ma la sua storia trova la massima espressione proprio nel suo incantevole centro storico, sorto attorno all’antica Castrum Viterbii sul Colle del Duomo, già nell’anno 1000.

Da qualsiasi parte si entri, attraverso una delle tante porte nelle mura che cingono la città, l’itinerario naturale conduce nel cuore di Viterbo, attraverso la fitta trama di vicoli e stradine che, soprattutto in questo periodo dell’anno, sanno regalare momenti di frescura oltre che la visione di scorci suggestivi e di autentica bellezza.

Entrando da Porta Fiorentina, ho potuto ammirare subito il fascino di piazza della Rocca, con la facciata del Museo Albornoz e poi subito dopo piazza San Faustino e via Cairoli che scende verso piazza dei Caduti e piazza della Repubblica. Visitare Viterbo significa anche assecondare il continuo e dolce saliscendi di una cittadina costruita con varie pendenze e quote diverse.

Non sarei capace di fare un elenco di cose da vedere e luoghi da visitare: tutto merita di essere visto. Per cui mi limiterò a riportare qualche spunto riprendendolo dai miei personali appunti di viaggio. Dunque, giunto in Largo Croce (prospicente piazza dei Caduti) potevo scegliere di scendere verso piazza Martiri d’Ungheria, con il suo enorme parcheggio che ospita il mercatino del sabato, oppure salire in direzione piazza del Comune, cosa che ho fatto attirato dall’idea di visitare il Palazzo dei Priori (foto copertina), dalla facciata severa e quasi anonima racchiude innumerevoli sorprese. Il cortile, da dove è possibile ammirare un bellissimo panorama del centro storico, custodisce una fontana del 1600 con una palma sorretta da due leoni. Dopo lo scalone, al piano nobile si incontra la Cappella del palazzo, con grandi affreschi dedicata alla Vergine e un altare con al centro una meravigliosa Visitazione di Bartolomeo Cavarozzi. Qui si susseguono 4 sale di rappresentanza: la sala della Madonna, la Regia, quella del Consiglio e quella dei Paesaggi. Affreschi stupendi decorano gli interni, dove Annio da Viterbo, inventò quella che potrebbe essere la prima “fake news” della storia facendo risalire la fondazione di Viterbo a Noè e producendo anche documenti falsi per accreditare la sua versione.

Una raccomandazione: lo scalone è abitato da piccioni. Ce ne sono a decine, vivono lì, è la loro casa e nemmeno i tradizionali dissuasori ad aghi sono riusciti a scoraggiarli. Per cui se avete una fobia dei piccioni dovrete rinunciare alla visita.

Lasciato alle mie spalle l’ingresso di Palazzo dei Priori posso scegliere: a sinistra c’è via Roma che porta in piazza delle Erbe da cui parte corso Italia che giunge fino a via Santa Rosa.

Via Roma e corso Italia sono le strade dello shopping cittadino, dove si affacciano numerose boutique, ma anche localini e gelaterie; di fronte vedo via Cavour – una bella salita – che mi conduce fino alla Porta Romana passando per piazza Fontana Grande e via Garibaldi; a destra via San Lorenzo, attraverso la quale visiterò il quartiere San Pellegrino e quindi giungerò fino al Palazzo dei Papi e all’attigua cattedrale.

Da Piazza San Carluccio entro in via San Pellegrino, la strada principale del quartiere medievale: la passeggiata è un susseguirsi di “profferli” (caratteristica scala esterna usata nell’architettura civile medievale del Lazio e specialmente a Viterbo), “case a ponte“ (tipo di abitazione che unisce due fabbricati, separati dalla strada, all’altezza del primo o del secondo piano, creando suggestivi passaggi coperti), “richiastri”, cortili interni al servizio di una o più abitazioni.

Proseguo fino al Colle del Duomo. La cattedrale sorge nel luogo dove già nel 600 c’era una chiesa dedicata a San Lorenzo, a sua volta costruita su un tempio pagano dedicato a Ercole. Nel 1200 viene costruita l’attuale chiesa che ha una struttura romanica anche se la facciata rinascimentale del 1570 ne nasconde la vera natura. L’interno è suddiviso in tre navate; il campanile è in gotico bicolore.

Il Palazzo dei Papi fu fatto costruire tra il 1255 e il 1266 dal Capitano del Popolo Raniero Gatti allo scopo di ospitare i pontefici romani che trasformarono Viterbo in una “Piccola Roma”, la “Città dei Papi”, come viene ancora oggi chiamata. Qui c’è anche c’è la Loggia, con i suoi 7 archi divisi da colonnine e con al centro un pozzo che alimenta una fontana. E’ chiamata anche loggia delle benedizioni perché i papi si affacciavano da qui per benedire il popolo. L’adiacente Museo contiene meravigliose opere d’arte, tra cui Pietà e la Flagellazione di Sebastiano dal Piombo, opere di Salvator Rosa e Pietro da Cortona e un grande presepe realizzato da un artista viterbese allievo del Pinturicchio e del Perugino.

Una curiosità, in questa piazza (ma anche in altre zone della città) sono state girate diverse scene della fortunata serie tv Il Maresciallo Rocca interpretata tra gli altri da Gigi Proietti. Ma non solo, anche l’altra serie tv Carabinieri ha avuto Viterbo come sfondo e prima ancora l’Otello di Orson Welles e gli indimenticabili I Vitelloni e Il vigile.

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Mi perdo, di proposito, tra i vicoli per scorgere nuovi angoli di questa stupenda città. Dove, però, è facile ritrovarsi e tornare al punto di partenza. Mi incanto a osservare dei cortili tenuti magnificamente o delle finestrine dietro davanzali in pietra ricoperti di piante multicolore. Anche se molte stradine del centro sono aperte alle auto, c’è tranquillità, forse anche perché tanti viterbesi sono ancora in vacanza in questi giorni (l’ho girata in agosto, ndr). Quelli che ci sono, sono cordiali, simpatici, c’è un senso dell’accoglienza che sembra dimenticato in altre città (Roma, per esempio).

Tra le cose da mangiare vi è una scelta ampia, ma dopotutto si tratta di una cucina molto simile a quella romana, con, però, diverse pietanze molto locali.

Da buon goloso mi sono lasciato tentare dalle tante gelaterie ed è stato un vero colpo di fulmine per “Un sacco buono”, una gelateria artigianale che aperto da non molte settimane in via Garibaldi e che propone una vasta scelta di gusti con ingredienti naturali e biologici, latte a km zero, anche gluten free. Dopo il primo gelato ne ho mangiato un secondo e poi un terzo. Mi sono fermato solo per un pizzico di vergogna. Ho assaggiato, nell’ordine: pistacchio, nocciola, mandorle, nocciole e caramello, albicocche, fichi e noci. Mi è rimasta la voglia di ananas e basilico, Ci ritornerò.

Viterbo è un piccolo scrigno. Il consiglio è di visitarla. In tutte le stagioni. Non solo quando la città, ogni anno, è in festa: il 3 settembre, quando esce la “Macchina di Santa Rosa”, una processione in cui un baldacchino alto 30 metri con in cima la statua di Santa Rosa viene portato in giro per Viterbo da un centinaio di uomini detti “Facchini di Santa Rosa“. L’evento è diventato patrimonio dell’Unesco e richiama ogni anno migliaia di visitatori.

Se decideste di raccogliere questo invito, aggiungete all’itinerario altri due luoghi magici che si trovano a poca distanza da Viterbo: Civita di Bagnoregio e Bomarzo.

Ci troviamo nella Tuscia, area che attualmente comprende i territori dell’Alto Lazio e delle aree confinanti di Toscana e Umbria. Ma Tuscia era la denominazione attribuita all’Etruria dopo la fine del dominio etrusco, fino a tutto l’Alto Medioevo. Il termine Tuscia deriva dal latino tuscia (si pronuncia tuskia), il territorio abitato dai Tusci, ovvero dagli Etruschi, plurale del latino tuscus, contrazione di etruscus.

La città che muore

Civita è una frazione del Comune di Bagnoregio, fondata oltre 2500 anni fa dagli Etruschi, si trova nella valle dei Calanchi (un fenomeno geomorfologico di erosione del terreno che si produce per l’effetto di dilavamento delle acque su rocce argillose degradate), abitata da 11 persone ed è conosciuta nel mondo come “la città che muore”, definizione che coniò lo scrittore e saggista italiano (nato e morto a Civita) Bonaventura Tecchi. Perché? Perché la collina sulla quale è stata costruita, viene lentamente erosa dalla pioggia e dal vento.

Considerato uno dei più belli d’Italia, quest’anno ha registrato oltre 800 mila visitatori; pagando il pedaggio, hanno arricchito i casi del Comune, contribuendo, ad esempio, all’accompagnamento del servizio ai disabili e alla creazione del pronto soccorso. L’accesso al paese è in realtà da pagare: 3 euro nei giorni feriali e 5 nei giorni festivi. Denaro il Comune, di solito, investe in servizi. Tra le curiosità: l’Acqua di Civita. Una linea di profumi e prodotti cosmetici creata da tre fratelli (di Civita), Silvia, Daniela e Andrea ispirandosi all’acqua che ha dato vita a Civita e all’asinello, simbolo d’eccellenza di Civita, e come ingrediente base di una delle linee più apprezzate. Il laboratorio è nella piazza del paese e i prodotti vengono venduti in tutto il mondo.

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La città nel Castello

Bomarzo, dista 18 chilometri da Viterbo ed è conosciuto solitamente per una singolare attrazione: il Parco dei Mostri, complesso monumentale noto anche come “Sacro Bosco”, risalente al XVI secolo. Nel parco vi sono monumenti che raffigurano animali mostruosi e mitologici.

Ma è il paese che ha attirato la mia curiosità. Situato a una quota superiore rispetto alla strada provinciale, tanto che anni fa vennero realizzati degli ascensori per potervi accedere. Peccato che li abbia trovati guasti ma non mi sono fatto scoraggiare da scale e stradine in forte pendenza e bene ho fatto in quanto ho potuto ammirare un borgo molto suggestivo, dove sono stati ricavate abitazioni anche nei sottoscala del maestoso palazzo fatto costruire nel 1519 da Giovanni Corrado Orsini, signore di Bomarzo, sulla struttura di un vecchio castello, con il progetto dell’architetto senese Baldassarre Peruzzi (poi completato dalle generazioni successive della Casata). All’interno, assieme alla sede del Municipio, spicca il bel salone affrescato da pittori della scuola di Pietro da Cortona. Nel Duomo (Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo) che ospita al suo interno le reliquie di Sant’Anselmo di Bomarzo sono esposti i vessilli delle cinque contrade o rioni – Dentro, Borgo, Poggio, Croci e Madonna del Piano – in cui è diviso il paese.

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C’è ancora tanto da vedere e da conoscere. La Tuscia è ricca di bellezze e di borghi. Come tutta l’Italia, del resto. La nostra Italia da amare. (foto: Marzio Di Mezza e Fabrizio Morlacchi)

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