Pubblicato il: 20 settembre 2019 alle 8:00 am

L’esercito delle ombre Sono quasi 20 milioni gli italiani che si sono rivolti alla sanità privata. Ma quali sono le differenze tra sanità pubblica e sistema sanitario accreditato?

di Pierino Di Silverio.*

Roma, 20 Settembre 2019 – Tornare bimbi per qualche ora della giornata ci aiuta spesso a dare un senso alla nostra realtà quotidiana fatta di automatismi, interventi stereotipati, e poca riflessione. Bene oggi analizziamo un’altra patologia cronica del nostro sistema sanitario nazionale.

Ma partiamo da un gioco.

Avete presente il gioco delle ombre cinesi? Uno dei giochi più antichi (si narra che l’imperatore cinese Wudi, rattristato dalla dipartita della concubina fu ammaliato dai suoi sudditi che gli proiettavano l’ombra di una statua in legno raffigurante l’amata convincendo Wudi che fosse la sua anima a venirlo a trovare). Pensate che negli spettacoli le figure non si vedono direttamente ma, come dice il nome stesso, appaiono solo le loro ombre.

Bene. Ricordiamo questo gioco.

Esiste oggi in Italia un sistema sanitario pubblico, più o meno accessibile a tutti, che eroga servizi, in condizioni disperate, ma tutto sommato, non lascia morire le persone, almeno non come in altre nazioni in cui in un pronto soccorso ti stabilizzano e poi ti gettano fuori dall’ospedale, In Italia nei PS magari puoi morirci si, ma dentro e non fuori e non certo per colpa di mancate cure.

Un sistema che, tra le liste d’attesa, le difficoltà e le inadempienze strutturali ed organizzative, riesce grazie a degli eroi, gli operatori sanitari, a salvaguardare ancora l’art. 32 della nostra carta costituzionale  ”…La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigentiLa legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana…”

Poi esiste un mondo parallelo, sconosciuto nella sua organizzazione probabilmente, un mondo al cui interno non si è soliti guardare, un po’ come il mondo delle ombre cinesi: Il mondo della sanità privata accreditata.

Questo mondo contribuisce a far si che l’art 32 della nostra costituzione sia salvaguardato, ma lo fa in maniera silente.

Viene chiamato secondo pilastro del sistema sanitario pubblico dalla legge, ma in diverse regioni rappresenta la vera alternativa per molti medici, la via di fuga per altri, la strada più breve in taluni casi per l’utenza, al fine di bypassare i disservizi strutturali, organizzativi e infrastrutturali che caratterizzano il nostro complesso mondo sanitario.

È il sistema sanitario accreditato.

Lungi da me il voler giudicare le modalità di gestione di tale sistema, che ricordiamo è gestito da stake-holders privati. La curiosità tuttavia porta a voler vedere, come molti bambini cosa si nasconde dietro quel velo bianco. Addentrandomi in questo mondo non posso non notare le condizioni di lavoro dei medici e degli operatori sanitari che lo popolano.

Un medico che oggi ‘sceglie’, per volontà o obbligo, il sistema sanitario accreditato, ha due possibilità:

  • Lavorarci come libero professionista, non essendo in tal modo sottoposto ad incompatibilità, condizione che permette di far lievitare i guadagni, salvo poi dover restituire allo stato in tasse parte degli stessi (ricordiamo che la pressione fiscale in Italia è del 47% con aliquote di tassazioni vergognose);
  • essere assunto senza dover attraversare il campo minato delle procedure concorsuali.

Si, avete capito bene, il sistema sanitario accreditato non ha obbligo di svolgere concorsi per assumere.

Bene, si penserà, almeno, in una condizione che per anni ha visto diverse regioni non poter bandire concorsi, è una via di fuga, una valida alternativa. Esiste però, come in ogni medaglia, l’altra faccia ovvero la retribuzione e le condizioni di lavoro dei professionisti.

Qui iniziano a sorgere i primi dubbi.

Come è possibile che un sistema che debba assicurare equità delle cure non debba necessariamente partire da un equo trattamento dei professionisti che in tale sistema ci lavorano?

Per quale motivo un medico che lavora in una struttura accreditata non ha il diritto di avere condizioni di lavoro assimilabili e sovrapponibili a quelle di un dipendete di struttura pubblica, ivi compreso il trattamento economico?

Per quale motivo non esistono le stesse metodologie previste per il sistema sanitario pubblico per l’ingresso nel mondo del lavoro?

Un medico che oggi lavora in struttura pubblica, ha uno stipendio maggiore, ha possibilità di carriera, (se cosi possiamo definirla oggi quella ospedaliera), condizioni ed orari di lavoro diversi dal medico che lavora in struttura accreditata.

Le tutele contrattuali sono diverse, rinnovi contrattuali sono diversi, tavoli di concertazione sono diversi. Potremmo definirli in tal senso Figli di un dio minore.

Un esercito silenzioso che eroga cure, pur sempre per conto del sistema sanitario pubblico. Solo i medici sono più di 20000 dagli ultimi dati del CAT (conto annuale tecnico dello stato) e annali statistici considerando gli IRCCS privati, gli enti equiparati, le Università private equiparate.

Una pletora imponente, che rappresenta circa il 65-70% delle voci di spesa di ogni struttura convenzionata o accreditata.

E allora?

Sarebbe probabilmente corretto assicurare ai colleghi una trattamento che sia equiparato in termini di selezione, diritti, tutele e condizioni di lavoro a quello del pubblico, essendo la sanità accreditata un pilastro del sistema pubblico.

Questa è una delle tante incongruenze del nostro sistema sanitario nazionale, in cui si utilizzano pesi e misure diversi, incomprensibilmente.

Basti pensare al fatto che tale sistema sanitario, ha dei tetti di spesa definiti per l’erogazione di prestazioni per conto del sistema pubblico, riducendo la salute ad un mercimonio dipendente solo dai conti in ordine, che costringe gli operatori del settore a dover scegliere quale prestazione prescrivere e quale invece no, non per esigenza ma piuttosto per necessità economica.

Il nostro sistema che apparentemente è pubblico, equitario, gratuito, si dimostra essere invece settoriale, divisivo ed esclusivo.

Ma che fine hanno fatto i principi elencati allora nella nostra carta costituzionale? Quei principi che dovrebbero assicurare la ricerca del benessere dei cittadini?

La verità è che oggi le necessità economiche hanno di fatto sostituito quelle di salute.

Se a questo aggiungiamo che anche la popolazione sta gradualmente mutando il proprio pensiero, abbiamo il quadro completo di quanto sia appetibile oggi il nostro sistema di cure universalistico alla popolazione.

I numeri sono inclementi:

19,6 milioni gli italiani che si sono rivolti alla sanità privata, spinti dai tempi di attesa troppo lunghi o dai disservizi del pubblico. È questo il dato principale emerso dal IX Rapporto RBM-Censis sulla sanità pubblica, privata e intermediata, svolto su 10mila persone e presentato alla nona edizione del Welfare Day.

Per ogni 100 tentativi di prenotazione nel Ssn, ce ne sono 28 che si rivolgono alla sanità a pagamento; il 36% lo fa per visite specialistiche, il 24,8% per accertamenti diagnostici. Di fatto le prestazioni e i servizi che lo Stato è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), i cosiddetti Livelli essenziali di assistenza (Lea)vengono negati a un italiano su tre.

13 milioni di italiani, che per la stessa patologia si sono fatti visitare sia nel privato sia nel pubblico.

Insomma una vera propria fuga verso il privato.

Sono sempre stato convinto che La lotta contro la malattia sia una lotta epica, che ricorda quella tra il bene e il male delle favole più romantiche, in cui purtroppo però, il finale non è scontato. E allora i registi, ovvero i legislatori, sono quelli che possono incidere sulla vittoria finale.

Ma non si vince se non uniti, non si vince se non partendo dalla trasparenza, non si vince se non si ha un esercito.

Contro l’esercito delle malattie, come in un recente sequel, occorre unire i piccoli ‘regni’, occorre non lasciar dietro nessuno, pazienti, medici, operatori sanitari, cittadini.

L’ombra può vivere fino a che splende una luce, ma quella luce si è affievolita, è il momento probabilmente di guardare la realtà, di tirar giù il velo, onde evitare, di svegliarsi domani e comprendere che forse, la realtà delle ombre , per anni osservata e per anni al servizio dei ‘bimbi’, smetta di essere funzionale, smetta di reggere il ‘gioco delle parti’; a pagarne le conseguenze non saranno allora solo i bambini, che troveranno altri modi di divertirsi, ma purtroppo i cittadini che continueranno ad ammalarsi, continueranno ad essere costretti ai viaggi della speranza per ricevere cure di qualità e soprattutto continueranno  a perdere fiducia nel nostro sistema sanitario pubblico.

*Medico Chirurgo

neifatti.it ©