Pubblicato il: 22 settembre 2019 alle 7:00 am

«Dimmi di chi sei figlio e ti dirò che sei»: quanto c’entra il Dna? C’è sicuramente una base scientifica in certe discendenze genetiche, anche se il più delle volte è una versione di comodo nella lettura di determinati atteggiamenti

di Giosuè Battaglia.

Roma, 22 Settembre 2019 – Quando ci si ammala di una malattia ereditaria, si dice che era nel DNA familiare per cui essa si rivela, nel più dei casi, saltando qualche generazione e presentandosi al soggetto colpito che cerca nei ricordi e nelle informazioni dei familiari un caso simile al suo. Ciò fa parte della continuità dell’essere umano e che deve rispettare canoni a noi sconosciti per assicurare la vita dell’uomo. Allora tutti siamo presi da malanni che pur trasmessoci dalla struttura di base, si sono evoluti con la combinazione strutturale presente in ogni essere. Ma nella struttura del DNA è presente una base genetica che fa da portatore per tutti gli altri elementi che con essa si legano. Allo stesso modo esiste nella trasmissione genetica, una base costituente i caratteri somatici e anche comportamentali rispetto al sociale; così allora si dice nel caso di un delinquente: «C’è l’ha nel DNA» volendo additare alla persona colpevole una certa “discendenza” delinquenziale. Ed è proprio così nella maggior parte dei casi, nei quali chi si rende autore di delitti, annovera nella generazione, comportamenti antisociali. Ebbene, anche la parte buonista che è dentro ognuno di noi è stata trasmessa geneticamente col DNA e in molti questa parte è dominante al punto da far apparire troppo “buono” al punto di essere considerato una “pasta di miele”. Nei comportamenti, nel modo di rapportarsi di ognuno viene proiettata all’esterno l propria indole, che perpetua con i tratti espressi, una certa continuità morale appartenuta ai propri predecessori. Da qui la frase: “Dimmi di chi sei figlio e io ti dico a chi rassomigli”, che vuole intendere l’accostamento dell’individuo, non solo, nei tratti somatici a un suo progenitore, ma anche nella dirittura morale che rispecchia certe doti.

Quindi anche solo la discendenza di una persona dovrebbe rassicurare certe valutazioni morali nel decifrare chi si ha davanti, perché una prima valutazione della conoscenza è proprio quella di acquisire informazione sulla provenienza in genere. Così, ad esempio, anche nel solo acquisire la provenienza geografica, si fanno riferimenti a dati che danno una lettura sommaria e dispregiativa. Ormai, però, anche il modo di valutare l’individuo in base ai dati della discendenza familiare non trova più rispondenza perché ogni cosa è cambiata socialmente e tutti non abbiamo più il percepire certi valori, perché avvolti dalla corsa sfrenata al bisogno, all’arrivo, passando e trattando ogni cosa frettolosamente, senza una giusta lettura di tutto ciò che ci circonda. Ciò non è una visione disastrosa del tempo che viviamo, ma un invito a trattare certi avvenimenti con una dose di fiducia verso l’altro, a partire proprio dalla valutazione dei principi della discendenza.

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