Pubblicato il: 30 settembre 2019 alle 8:00 am

Non è un paese per donne: in India l’ultima atrocità delle mutilazioni Il subcontinente indiano è come l'inferno per milioni di donne. La cronaca della corrispondente da Nuova Delhi è agghiacciante. La violenza sulle donne non può essere solo una questione femminile

da Nuova Delhi, Fathima Nasrin.

30 Settembre 2019 – Questo è un articolo brutto, agghiacciante da scrivere e anche da leggere, e ve ne accorgerete se arriverete in fondo, perché sappiamo tutti che nel mondo le donne sono le più maltrattate, che circa il 35% ha subito violenza, sessuale e non, almeno una volta nella vita, ma non avremmo mai immaginato che gli uomini arrivassero a un tale grado di tortura, in virtù di una presunta superiorità, e questo soprattutto nell’Africa subsahariana e il Sud-est asiatico.

Siamo persino abituati alle notizie di femminicidi, dove nel 38% il colpevole è il partner. “La violenza sulle donne nel mondo è probabilmente la forma più pervasiva di violazione dei diritti umani conosciuta oggi, che devasta vite, disgrega comunità e ostacola lo sviluppo”, ed “è un problema di proporzioni pandemiche”, osserva un rapporto dell’UNIFEM, il Fondo ONU di sviluppo per le donne.

Siamo informati degli scandalosi matrimoni tra bambine con uomini solitamente molto più grandi (sono 22 milioni circa), e centinaia di milioni di altre bambine sono a rischio matrimonio forzato e/o precoce. E la situazione non potrà che peggiorare man mano che la popolazione mondiale continua a crescere.

Nonostante sia un fenomeno che ha registrato una notevole diminuzione dalla metà degli anni Novanta, ogni anno nella sola Africa ci sono tre milioni di donne e di bambine a rischio FGM (female genital mutilation, mutilazioni genitali femminili).

Le conseguenze possono essere sia fisiche sia psicologiche: per cominciare lesioni e ferite permanenti, ma anche l’omicidio e il suicidio possono esserlo, e poi gravidanze indesiderate, aborti e malattie sessualmente trasmissibili.

Ci sono i numeri, impressionanti, scandalosi, che danno l’idea della gravità e dell’urgenza, e dietro i numeri e le statistiche c’è la realtà vera di donne che, ogni giorno, sono costrette a subire qualunque forma di violenza. Ma non bisogna dimenticare che dietro a quei numeri ci sono storie vere.

Il sub continente indiano mostra ancora una volta le sue contraddizioni più atroci sul corpo e il destino delle donne: alle stesse latitudini si trovano donne ridotte a uteri in affitto per produrre bambini altrui e donne poverissime cui strappare gli organi perché le mestruazioni rallentano il lavoro. Forse solo la BBC ha denunciato prima di adesso il fenomeno, in un articolo del 5 luglio scorso.

Le mestruazioni in tante zone dell’India sono ancora considerate un vero e proprio tabù e le donne in quei giorni vengono allontanate dalla vita sociale perché impure. Due anni fa una studentessa di 12 anni si è uccisa perché non ha retto l’umiliazione inflittale da un’insegnante. Aveva avuto il primo ciclo mestruale e la sua divisa scolastica si era macchiata di sangue. Anziché aiutarla, la donna l’aveva sgridata platealmente davanti ai compagni.

L’episodio è sintomatico di un pregiudizio culturale che da sempre affligge il sesso femminile in India, Nepal e Bangladesh, soprattutto in ambito induista, difficile da sradicare. In quei giorni del mese, la società considera le donne impure, intoccabili, sporche: non possono entrare in cucina e toccare il cibo, non possono sedersi in compagnia con gli altri e tanto meno entrare a pregare in un tempio indù, se toccano una pianta, questa non fruttificherà mai più, se bevono il latte, la mucca non lo produrrà più, se toccano un uomo, quest’ultimo si ammalerà. Ma c’è di peggio: milioni di donne indiane nei villaggi o negli slum delle metropoli usano stracci sporchi come assorbenti, li condividono con altre donne della famiglia, rischiando infezioni e tumori. E chi non ha neppure un brandello di tessuto, per pulirsi usa sabbia o cenere.

La norma più severa prevede addirittura l’allontanamento della donna da casa durante le mestruazioni per 4-7 giorni al mese, durante questo tempo dovrà mangiare solo riso e pane (vietati tutti i derivati del latte e la carne) e non lavarsi. Anche il parto, secondo questa visione, è impuro: madre e bambino devono stare lontano da casa per almeno 10-11 giorni.

Ma la crudeltà più estrema per il ciclo mestruale si vede nella diffusione di una pratica vergognosa: le donne che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero non devono perdere nemmeno una giornata di lavoro, cosa che il ciclo spesso causa. Meglio risolvere il problema alla radice: via l’utero o via la donna dal lavoro nei campi.

Arriva dallo stato indiano del Maharashtra la terribile notizia: migliaia di giovani donne sono state sottoposte a procedure chirurgiche per rimuovere l’utero negli ultimi tre anni, soprattutto per poter lavorare come raccoglitrici di canna da zucchero.

Qui le donne non sono tanto apprezzate perché di forza ne hanno meno degli uomini e perché hanno quella particolarità così fastidiosa che compromette il loro rendimento. I padroni sono già riluttanti in partenza ad assumere donne, perché il taglio della canna è un duro lavoro. Se mancano un giorno di lavoro, devono pagare una penalità. Vivono in capanne o tende, senza servizi igienici, senza orari di lavoro.

Molte di loro a 20 anni hanno già due o tre figli, per cui facilmente si lasciano convincere a sottoporsi all’intervento. Esistono ormai interi villaggi di donne senza utero.

Un simile trattamento è imposto anche alle lavoratrici tessili: per evitare i “fastidi” del ciclo vengono somministrate vere e proprie droghe con indicibili effetti collaterali. Le ragazze se ne accorgono, ma non possono permettersi di perdere il salario di un giorno a causa di dolori mestruali. Sono le disperate operaie che fanno arrivare nelle case di tutto il mondo abiti low cost, ma questo è un altro discorso.

Qualcosa si muove, però. Un’azienda informatica di Mumbai a luglio scorso ha lanciato una proposta d’avanguardia: ha riconosciuto alle sue dipendenti il diritto di fruire, se lo desiderano, di un giorno di permesso dal lavoro durante il primo giorno del ciclo mestruale, per non sentirsi a disagio in ufficio.

Su Youtube c’è India’s Daughter, documentario messo in rete dalla BBC che denuncia le violenze subite dalle donne, come Jyoti Singh,è molto duro, ma non si può chiudere gli occhi.

Jyoti aveva 23 anni e studiava medicina in India. In autobus sei uomini, sotto gli occhi del fidanzato, la aggrediscono, la stuprano, la torturano e la gettano in mezzo alla strada. Jyoti muore 13 giorni dopo in ospedale, ma prima descrive alla polizia i criminali, che così vengono arrestati. Uno si uccide in cella, gli altri sono condannati a morte (pena introdotta per i reati di stupro e violenze proprio per le proteste popolari seguite alla vicenda di Jyoti).

Arrivati a questo punto, quello della violenza sulle donne qui in India e nel mondo non può essere solo una questione femminile, è questione di tutti: donne, uomini, bambini, nazioni.

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