Pubblicato il: 2 ottobre 2019 alle 7:00 am

Meno piogge? Colpa dell’inquinamento, lo conferma la scienza Uno studio dei ricercatori del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Università di Milano-Bicocca ha messo in relazione inquinamento e pioggia

di Pierluca Mandelli.

Milano, 2 Ottobre 2019 – La ricerca ha come titolo: “Variability of orographic enhancement of precipitation in the Alpine Region”. E’ stata pubblicata su “Scientific Reports” (DOI: https://doi.org/10.1038/s41598-019-49974-5). Ha preso in esame, per la prima volta in un’area geografica tanto ampia e con una banca dati assai consistente, i dati relativi alle piogge, raccolti presso oltre 3000 stazioni pluviometriche situate a quote diverse nella regione alpina.

La conclusione cui è giunto lo studio condotto dal gruppo di ricerca guidato da Claudia Pasquero, professore associato di oceanografia e fisica dell’atmosfera presso l’Università di Milano-Bicocca è che l’inquinamento può determinare dove e quanto pioverà.

Normalmente i versanti montani provocano la risalita delle masse d’aria umida, favorendo la formazione di nubi e precipitazioni, generalmente maggiori nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti. In diverse parti dell’arco Alpino, infatti, le precipitazioni superano i 2 metri all’anno, mentre le piogge annuali in Pianura Padana spesso non raggiungono 1 metro.

Per verificare l’impatto delle attività umane sulla ripartizione delle piogge tra le zone montuose e le zone pianeggianti, i ricercatori hanno preso in esame due distinte fasi storiche: la prima, dalla metà del secolo scorso fino agli anni ottanta, ha registrato in pianura una diminuzione delle piogge, rimaste costanti in altura. Nella seconda fase, fino ai giorni nostri, le maggiori variazioni di precipitazione sono state osservate nelle zone montane. La diminuzione della pioggia al Nord è considerata una possibile conseguenza del riscaldamento globale in atto. La diversa ripartizione, invece, tra pianura e montagna, rappresenta una novità. In particolare, il maggior divario tra piogge in quota e a valle si registra negli anni ottanta. La causa andrebbe ricercata proprio nel pulviscolo atmosferico: le polveri derivanti dalle attività antropiche hanno raggiunto il picco massimo a metà del decennio, con una successiva diminuzione associata all’introduzione dei limiti normativi. Il pulviscolo svolge un ruolo fondamentale nella formazione delle nuvole e, offuscando il sole, provoca una diminuzione della temperatura al suolo, modificando la dinamica atmosferica.

L’inquinamento può quindi determinare quanta pioggia cada in pianura e quanta alle altitudini più elevate. «Nella pianificazione e gestione delle risorse idriche – ha spiegato la professoressa Pasquero – le regioni del Nord Italia dovranno considerare, accanto agli effetti del riscaldamento globale, anche le emissioni locali di inquinanti. Solo in questo modo si potranno preservare le risorse idriche montane, che fino ad oggi hanno garantito il forte sviluppo della società nella Pianura Padana». La ricerca è stata cofinanziata da Fondazione Cariplo.

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