Pubblicato il: 4 ottobre 2019 alle 7:00 am

Quando la terapia aggrava la malattia Inefficace il recente documento delle Regioni sulle tante emergenze della Sanità italiana. Si investe poco e male ed è lontano il modello Learning hospital applicato in altri paesi europei

di Pierino Di Silverio.*

Roma, 4 Ottobre 2019 – Che mancano medici specialisti è ormai un dato inconfutabile, accettato loro malgrado, anche da chi questa carenza l’ha determinata con decenni di cattiva programmazione, ovvero i legislatori.

Insomma potremmo dire che finalmente abbiamo chiara la malattia. Si è soliti dire che quando la diagnosi è chiara la terapia risulti più semplice, ma non è sempre così.

E’ proprio degli ultimi giorni infatti una notizia che ci lascia attoniti, increduli.

Le Regioni, co-responsabili della tempesta perfetta che si abbatte oggi sul nostro sistema sanitario pubblico, infatti, presa coscienza, decidono di intervenire. Con un ritardo di un solo decennio, hanno infatti finalmente deciso di sedersi attorno ad un tavolo ed ‘escogitare’ una strategia per arginare la frana occupazionale che sta distruggendo, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno, quel che resta di un sistema sanitario invidiato per anni da molti, e oggi criticato e sotto pressione.

E lo fanno con un documento, il 26 settembre, di ben 12 pagine. Bene, penserete, finalmente ci si rende conto che l’implosione è vicina. Ma leggendo il documento ci rendiamo conto invece di quanto sia lontano dalla realtà il modo di analizzare problemi e di porre ad essi soluzioni.

Il documento presentato appare ricco di espedienti surreali, affrontati in modo superficiale ed estemporaneo, non tenendo conto dei numeri, e soprattutto il documento sembra voler addossare la responsabilità della risoluzione dei problemi storici, a tre categorie di professionisti:

  1. Chi nel sistema sanitario deve ancora entrare e sta preparandosi per farlo, ovvero i neolaureati, che, secondo le regioni, invece di affrontare un percorso di specializzazione post-laurea che sia davvero formate e performante, dovrebbero essere da subito assunti per colmare le carenze di medici specialisti. Immaginate un giovane medico neo-laureato in un pronto soccorso che, oltre a trovarsi di fronte a pazienti eterogenei senza aver avuto il tempo di maturare la giusta esperienza e competenza per curare, si troverebbe di fronte a pressioni psicologiche e professionali che già deteriorano chi nel sistema è presente da anni. Un disastro, professionale, personale, etico che diminuirebbe la qualità delle cure ponendo peraltro a serio rischio la sicurezza di pazienti e di operatori.
  2. A chi nel sistema deve entrarci, ma non solo: puntano anche a chi nel sistema è già presente e vive quotidianamente oberato da turni di lavoro massacranti, in situazioni al limite molte volte della normalità, soggetto, soprattutto nelle aree e rischio, a violenze verbali e fisiche, al punto di costringe il legislatore e varare una legge ad hoc (con tutti i suoi limiti).

Cosa pensano quindi le regioni? Di introdurre una deroga all’orario di lavoro massimo settimanale; ovvero se fino ad oggi, la carenza di personale veniva in parte combattuta con turni extra di lavoro in straordinario, questi turni dovrebbero rientrare in un ‘normale’ orario di lavoro, che di normale avrebbe solo la conseguenza della fuga di medici. 

Geniale.

  1. La terza categoria ‘colpita’ da una proposta che ha caratteristiche di kafkiana memoria, riguarda chi nel sistema ci ha lavorato per oltre 30 anni ed ha il diritto di riposarsi ovvero di andare in pensione. Le Regioni pensano a misure che richiamino i 70enni in corsia.

Il quadro apocalittico appare completo: Ospedali pieni di giovani laureati, pensionandi costretti a restare, medici di mezza età distrutti da orari di lavoro disumani.

Condimento perfetto.

Ma le Regioni non dimenticano chi è precario o chi potrebbe diventarlo in assenza di corretta programmazione. Infatti la ciliegina sulla torta riguarda la possibilità di reintrodurre incarichi libero professionali per risolvere le carenze ambulatoriali e non solo.

Insomma da anni cerchiamo di combattere il precariato, abbiamo costretto anche i ministri meno compianti ad accettare il fatto che soprattutto in Sanità la precarietà non può essere presente, ora con un colpo di coda, si cerca di reintrodurre e foraggiare nuove sacche di precariato.

Tale mix avrebbe un unico certo risultato, continuare l’emorragia di medici verso il privato e verso l’estero che già oggi, secondo gli ultimi dati della Commissione Ue tra i camici bianchi europei che lasciano il loro Paese il 52 % è rappresentato da nostri connazionali.

Ma forse l’obiettivo finale è proprio questo, costringere i medici ad andar via e giungere ad una privatizzazione regionalizzata del sistema sanitario.

Nonostante gli allarmi e le ricette si continua a considerare la sanità come un bancomat, solo che oggi il conto dal quale si è continuato a prelevare per anni, è esaurito.

Ci si ostina a considerare la sanità un bene negoziabile, che pertanto può essere vittima di continui rimaneggiamenti e di altalenanti equilibri politici.  

Secondo il nuovo rapporto Eurostat sulla spesa sanitaria in Europa. La media è il 9,9% del Pil: al top la Francia con l’11,5%, il livello più basso in Romania con il 5% . l’Italia è all’8,9% tra pubblico e privato. Colpisce il dato della spesa out of pocklet (privata). la media Ue è del 15%, l’Italia è al 22%.

Insomma, investiamo poco e investiamo male in Sanità. Ed è proprio questo il problema più grave. Si continuano e rincorrere proposte a costo zero, senza aggravi di spesa. Il sistema sanitario ha invece un disperato bisogno di investimenti economici.

Infrastrutture obsolete, personale medico ridotto all’osso e non accuratamente retribuito, organizzazione del lavoro lacunosa.

In tanta confusione uno spunto positivo del documento esiste. La possibilità di assumere gli specializzandi degli ultimi due anni facendo loro continuare un percorso formativo in ospedale. Niente di nuovo, esiste infatti una finanziaria ed un il DDL Calabria che già permette questo, ma monitorare, governare ed ordinare un processo non è mai superfluo, né scontato soprattutto oggi, soprattutto nel nostro Paese.

Una preoccupazione ed una attenzione particolare, merita questo punto: la tipologia di inquadramento contrattuale del medico in formazione. Non vorremo che l’assunzione di specializzandi fosse semplicemente un cavallo di troia per utilizzare gli specializzandi come sostitutivi del personale di ruolo.

Occorre invece che vengano inquadrati in un contratto dell’area della dirigenza per far acquisire loro i diritti di cui oggi non godono: ferie, malattia, orario di lavoro congruo, assicurazione. Forse i tempi sono maturi anche in Italia per adottare quel concetto di ‘Learning hospital’ già presente in tutta Europa e che permetterebbe di aumentare la qualità formativa e ridurre i tempi di ingresso nel mondo del lavoro per tanti medici.

Queste proposte mi ricordano un famoso film ‘Proposta indecente’, in quel film però la proposta comportava del denaro in cambio, qui è invece in gioco la salute e la vita di milioni di persone.

E’ diventato imprescindibile fermarsi, analizzare seriamente lo stato in cui verte il nostro sistema sanitario pubblico, adottare misure serie e soprattutto occorrono investimenti. La risoluzione dei problemi sanitari passa inevitabilmente da scelte politiche coraggiose. Soprattutto non possiamo permettere di giocare con la Sanità, perché, come si dice a Napoli, ‘a salute è ‘na cosa seria.

*Medico Chirurgo

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