Pubblicato il: 6 ottobre 2019 alle 8:00 am

La geografia delle canzoni napoletane Un’escursione particolare nei luoghi (quelli ancora esistenti) descritti dalle più famose melodie partenopee

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 6 Ottobre 2019 – Molto più che semplice musica folk, le canzoni Napoletane sono famose in tutto il mondo. Dietro ciascuna di esse c’è una storia, insolita, divertente o tragica. Ogni canzone è un piccolo mondo a parte e racconta qualcosa sulla città, la sua gente o un particolare momento storico. Vi presentiamo quattro canzoni, ma ce ne sarebbero tante di più, insieme con l’invito a riascoltare queste melodie che hanno facilmente varcato i confini partenopei.

Funiculì Funiculà, universalmente nota, ad esempio, è stata la prima canzone napoletana a fare il giro del mondo. Fu composta nel 1880 dalla coppia Giuseppe Turco – Luigi Denza per celebrare la funicolare che portava sul Vesuvio, inaugurata proprio quell’anno. Era una specie di spot pubblicitario: dieci anni per costruirla, ma dopo una grande cerimonia di inaugurazione la funicolare era quasi snobbata dai turisti, che continuavano a salire sul Vesuvio a dorso di mulo, un po’ per abitudine, un po’ perché era più romantico. Charles Dickens nel diario Documenti del circolo Pickwick descriveva gli avventurosi forestieri “anneriti, abbruciacchiati, ustionati, accaldati”, ma felici che scalavano a piedi o sui muli la dura e splendida muntagna.

Il progetto risaliva a dieci anni prima, quando il finanziere Ernest Emmanuel Oblieght ebbe l’idea di costruirla: la funicolare sarebbe stata dotata di due carrozze del peso di 5000 kg tirate da cavi d’acciaio grazie a delle macchine a vapore da 45 hp. Da notare che la funicolare del Vesuvio all’epoca era l’unico impianto al mondo ad arrampicarsi su di un vulcano attivo.

La canzone, motivo semplice ed orecchiabile, doveva perciò servire come un jingle a pubblicizzare quel nuovo mezzo di trasporto: lanciata alla festa di Piedigrotta, in breve diventa un successo conosciuto e cantato in tutto il mondo.

Il successo fu tale che anche il musicista austriaco Richard Strauss – quello dei celebri walzer – la citò nel suo componimento Aus Italien.

Purtroppo la struttura, da cui si poteva ammirare Francia, Proceta, la Spagna, a partire dal 1943, subì danni irreparabili dai bombardamenti, e non fu più ricostruita. Tra i resti dei roghi estivi nei boschi del vulcano sono stati trovati nel 2017 anche quelli della funicolare vesuviana e oggi, una volta raggiunto il piazzale a 1000 metri di quota con auto o bus si prosegue a piedi verso il cratere. Il percorso fino al Gran Cono del Vesuvio non è un’escursione particolarmente faticosa, è adatta a tutti e non richiede preparazione di trekking.

Reginella è legata al periodo di fine Ottocento – la Belle Epoque – in cui nacquero i cafè-chantant, locali dove si tenevano vari tipi di spettacoli. Il primo fin Italia fu aperto proprio a Napoli all’interno della Galleria Umberto I, il famoso Salone Margherita (in onore della regina), ispirato ai parigini Moulin Rouge e Folies Bergere. Qui tutto ciò che era francese era alla moda, e le cantanti, le sciantose napoletane – da chanteuse, cantante, si cambiavano addirittura il nome e per atteggiarsi parlavano con un improbabile accento straniero. Al Salone Margherita a Napoli è nata la famosa mossa con Maria Ciampi, si esibivano ballerine che in realtà erano popolane del Vasto o del Pallonetto.

Proprio a una di queste sciantose si ispirò nel 1917 il grande Libero Bovio per i bellissimi versi di Reginella, una popolana diventata poi celebre nell’ambiente.

Nei tempi di povertà conducevano insieme una vita da bohémien – scrive Bovio – e non mangiavano che pane e cerase, ma purtroppo ora non si amano più

Ancora oggi, nella Galleria Umberto I, esiste il Salone Margherita. È stato il primo cafè-chantant di Napoli, aperto nel 1890. L’arrivo della sceneggiata segnò l’inizio della fine e nel 1982 il locale chiuse. Dopo diversi anni, il Salone Margherita è stato acquistato dalla famiglia Barbaro che, grazie a un’operazione di restauro, ha trasformato la struttura in uno spazio polifunzionale su diversi livelli che oggi ospita spettacoli di teatro e di varietà, mostre e serate di tango.

Anche Voce’e notte ha un’origine malinconica: l’autore, Edoardo Nicolardi, era un poeta giovane e povero, perdutamente innamorato di una ragazza che invece era stata costretta – come si usava all’epoca – a sposare un uomo ricco e molto più vecchio di lei. Ma il poeta non si rassegnava, e ogni sera andava sotto la casa della coppia sperando di vederla alla finestra. Una notte Nicolardi andò al Caffè Gambrinus, e scrisse quei versi. Del Gran Caffè Gambrinus (Via Chiaia 1/2 – Angolo Piazza Triste e Trento ) è forse superfluo parlare: forse però non tutti sanno che il locale, nato 150 anni fa, prende il nome dal leggendario re delle Fiandre inventore della birra. Durante la Belle Epoque divenne il centro della vita mondana, culturale e letteraria della città. Di qui passarono Oscar Wilde, Hemingway, Sartre, Murolo, Scarpetta, Totò, i fratelli De Filippo, Di Giacomo, Scarfoglio, D’Annunzio (che qui scrisse ‘A vucchella’), Ferdinando Russo, Enrico De Nicola, e l’elenco sarebbe troppo lungo.

Per tornare alla nostra canzone, la storia di Edoardo Nicolardi fu a lieto fine: il vecchio marito morì e i due innamorati poterono finalmente essere felici insieme per molti anni.

Santa Lucia luntana è una splendida canzone di emigrazione e di nostalgia, all’epoca molto ‎amata e cantata, che descrive il borgo di Santa Lucia, l’ultimo scorcio d’Italia che gli emigranti in partenza dal porto di Napoli ‎riuscivano a scorgere dai bastimenti in rotta verso l’America. ‎E’ un canto sulla necessità per moltissimi, specie al sud, di andare a cercar miglior fortuna oltre ‎oceano, per scampare alla miseria.‎

Scritta da E. A. Mario nel 1919, la canzone ebbe subito un successo enorme, ovviamente anche oltre ‎oceano: in America nel 1931 ne fu fatto un film omonimo, uno dei primi col sonoro sincronizzato, con un cast tutto italiano, mentre in Italia la canzone fece da colonna sonora al documentario “Napoli che canta” girato nel 1926 da ‎Roberto Roberti, pseudonimo di Vincenzo Leone, il padre del più celebre Sergio. Il documentario non descriveva una Napoli da cartolina, ma la denuncia della miseria nell’Italia dell’epoca.‎ Cosa insopportabile per Mussolini, che bandì la pellicola.‎ Santa Lucia luntana si trova anche nel film Carosello napoletano del 1953.

Il borgo di Santa Lucia sorge ai piedi di Monte Echia: Partenope è nata qui, dove Lucullo edificò una fastosa villa mentre nelle sue viscere, le grotte, pare si tenessero riti magici. In seguito, nel 600, la zona, popolata da poveri pescatori, fu trasformata in zona prestigiosa. Vi si trovava l’ostricaro fisico, che sceglieva per i re le migliori ostriche del borgo. Pare che la zona fosse la prediletta dei Borbone e che  il re Ferdinando e la regina girassero spesso travestiti da popolani, tra i marinai e i pescatori per godere dell’atmosfera festosa.

Canto di emigranti è anche ‘A Cartulina e napule; il testo fu scritto a New York da Pasquale Buongiovanni, emigrato negli stati uniti nel 1920, ispirato da una cartolina di Napoli speditagli realmente dalla madre. Qualche tempo dopo lo mostrò al suo amico musicista Giuseppe De Luca (anche lui emigrante) e insieme crearono la canzone. Tutta Napoli è descritta in questa splendida canzone: “Se vede tutt’ ‘o Vommero, se vede Margellina (…) Marechiaro, ‘o Vesuvio”, il tutto visto con l’occhio nostalgico e malinconico dell’emigrante, che idealizza il suo luogo d’origine poiché ‘ncore tengo na spina/ quanno cunfronto ‘America cu chesta cartulina!

Nella nostra escursione entrerebbe di diritto anche Tammurriata nera, scritta nel 1944, durante l’occupazione americana da Nicolardi e musicata da E.A. Mario, quando non era infrequente la nascita di un “criaturo niro” da una ragazza napoletana. Nicolardi li vedeva ogni giorno questi bambini di colore – era dirigente amministrativo di un ospedale di Napoli – quando e ssignurine ‘e Caporichino fann’ammore cu ‘e marrucchin, quando le ragazze si prostituivano a Porta Capuana o regnava il contrabbando a piazza Dante. Non è un percorso turistico questo, è una storia triste, è l’intera città di Napoli stretta nella morsa della tragedia della guerra, che annulla anche la dignità.

Un mondo lontano, a volte suggestivo, a volte misero, fatto di poesia e armonia, ma anche di eventi tragici di un popolo oppresso dalla povertà.

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