Pubblicato il: 18 ottobre 2019 alle 8:00 am

Le voci degli ambulanti vesuviani 'O maccaronaro, 'a ricuttara, 'o ‘mpagliasegge: i mestieri scomparsi della società pre-edonista

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 18 Ottobre 2019 – C’era una volta la spesa, parsimoniosa, fatta essenzialmente di generi alimentari freschi, dal negoziante di fiducia o dall’ambulante che passava porta a porta. Non esistevano i supermercati (per la cronaca, il primo verrà aperto nel 1957 a Milano) e la spesa tipica era composta da latte, pane, pasta, legumi, verdure, formaggio e carne, nelle botteghe che erano lì da sempre, con un forte radicamento nel quartiere, testimonianza della storia, della cultura e della tradizione. Il modo di fare la spesa si è evoluto sempre di più: le grandi catene di supermercati hanno preso in tutto il mondo il posto dei piccoli mercati locali, e così l’urbanizzazione selvaggia- e purtroppo anche lo scempio del territorio- hanno annientato di colpo le botteghe e gli antichi mestieri, facendo estinguere la frugale e fiera Italia contadina.

Molti napoletani, giovani ovviamente, non sanno che qualche raro venditore ambulante che vedono oggi in giro svolge un’attività che risale a tantissimi anni fa. E’ infatti un lavoro già documentato nel 1600, quando a Napoli e in Campania era tutto un fiorire di arti e mestieri, spesso fantasiosi e particolari, molti dei quali svolti proprio da venditori ambulanti che giravano per i vicoli delle città e dei paesi a piedi o con carretti.

Ma ciò che è andato completamente perduto è la “voce” del venditore ambulante, figura che è ormai tramontata nella tradizionale configurazione del commercio, carichi di una merce da reclamizzare attraverso i loro coloriti richiami spesso incomprensibili, in un dialetto antico e dimenticato, ma riconoscibilissimi. Domenico Rea affermava che le “voci” dei venditori ambulanti sono forse il capitolo “più bello, il più immaginoso, spontaneo, vivo, il meglio della poesia dialettale e analfabeta”. Senza giungere all’800 con ‘o maccaronaro, il mellonaro, l’ostricaro, il sorbettaro, il castagnaro, fermati nel tempo da foto storiche, ancora nei primi anni ’70 esistevano nei nostri paesi gli ambulanti. Al loro richiamo si spalancavano le finestre, le donne uscivano sui balconi e calavano il paniere o scendevano per strada affollandosi intorno al carretto. Per comprare cosa?

C’era il venditore di gelsi – i frutti dell’albero comunemente conosciuto come Gelso nero (Morus nigra) – nei paesi vesuviani noti anche come ceuze. Quasi nessuno le raccoglie più o le mangia, ma l’ambulante, dopo aver raccolto i frutti, si spostava in città e nei paesini per venderle per la gioia dei palati di tutti gli acquirenti. Quello che passava dalle mie parti attirava l’attenzione della folla con il grido di “Doce doce ‘e ceuze!”, e apriva il canovaccio e le foglie a protezione dei frutti.

‘A ricuttara passava per le strade dando la caratteristica voce: ‘A ricotta fresca! Arrivava da qualche paese dell’avellinese, e portava in testa con grande equilibrio un cesto da cui estraeva le “fuscelle”, un canestrino di giunco e vimini a forma di cono tronco. Rovesciava la ricotta di pecora leggerissima e profumata nel piatto dell’acquirente.

Gira ancora oggi in qualche paesino ‘O siggiaro, oppure ‘o ‘mpagliasegge: il primo costruiva sedie, sedioloni (siggiune), sedie antiche, giocattoli di legno, mentre il secondo girava per le strade con un fascio di paglia in spalla e riparava i piani delle sedie che si erano spagliati. Lavoravano anche in casa propria, lentamente, pazientemente, chiacchierando, e si respirava un gradevole odore di legno fresco e paglia.

Un particolare legame univa una volta il mestiere di barbiere e quello di infermiere: in genere, il barbiere in un capace barattolo conservava le sanguisughe (o sanguette): in caso di ictus, polmoniti, trombi, ipertensione era chiamato a casa dell’ammalato e applicava dietro le orecchie o sulla pancia le sanguisughe. In tempi più recenti, il barbiere era richiesto anche per iniezioni e flebo, e, chissà perché, pare che fossero i silenziosi e orgogliosi depositari di queste pratiche.

O stagnaro eseguiva saldature a stagno e rivestiva l’interno delle padelle di rame di un leggero strato di stagno liquido per rifarle come nuove, ma sapeva anche riparare piatti e insalatiere con abili rammendi di fil di ferro. Successivamente il mestiere si è fuso con quello del piattaro, che, dove stoviglie e pentole erano proprio da buttare, (ma anche materiali ferrosi ed ingombranti, vecchi lampadari, catene, pezzi arrugginiti), le ritirava dando in cambio qualche piatto nuovo, bicchieri o una bella zuppiera.

Ma la merce più colorata era quella del Parulano, il venditore d’ortaggi – ma la parola significa più propriamente agricoltore – che girava col carretto gridando il suo richiamo diverso a seconda della stagione. I bambini che le mamme tenevano per mano erano attirati dagli animali, per lo più asini e raramente cavalli, che sbuffando e scalpitando attendevano la fine della sosta. Erano parulane perché i prodotti provenivano dal proprio orto, senza intermediari, senza filiere.

Sono immagini antiche, simbolo di una società contadina scomparsa e, di certo, di una grande povertà di gente che negli anni del boom non si era arricchita, che spendeva poco e riparava gli oggetti rotti, e la loro scomparsa è sicuramente segno di un certo benessere raggiunto ma anche della banalizzazione del consumo, della massificazione delle mode, per cui oggi non compriamo più quello che costa meno e all’ambulante preferiamo il corriere Amazon, alla sedia artigianale il prodotto Ikea presente in milioni di case, e non importa se dobbiamo montarcelo da soli.

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