Pubblicato il: 22 ottobre 2019 alle 7:00 am

Groenlandia, la storia del ghiacciaio racchiusa nella polvere In uno studio pubblicato su Nature Communications, a cura di un team internazionale di ricercatori, anche dell’Università di Milano-Bicocca, è stato applicato un approccio completamente nuovo per studiare le variazioni della calotta glaciale negli ultimi 120.000 anni

di Pierluca Mandelli.

Milano, 22 Ottobre 2019 – La ricostruzione dell’estensione delle calotte glaciali polari nel passato in risposta a cambiamenti climatici repentini o di lungo periodo è di fondamentale importanza per i modelli climatici, in quanto è un parametro fondamentale per la stima del contributo delle calotte all’innalzamento del livello del mare. Solitamente, questo tipo di ricostruzione si basa su diversi parametri, come l’età di esposizione delle rocce nelle aree deglaciate circostanti i ghiacciai oppure la datazione di reperti organici.

La calotta glaciale della Groenlandia è oggi particolarmente sensibile alle variazioni climatiche in atto. Tuttavia la ricostruzione dei limiti della calotta in epoche antecedenti l’Ultimo massimo glaciale– il periodo dell’ultima glaciazione, conclusosi circa 18.000 anni fa, durante il quale si ebbe la massima espansione dei ghiacci – è molto difficile a causa della rimozione e del rimaneggiamento dei materiali ad opera dei ghiacciai in avanzata durante i periodi freddi. Ciò inevitabilmente impedisce di ricostruire il comportamento della calotta prima dell’ultima grande avanzata glaciale e durante le variazioni climatiche repentine verificatesi più di una ventina di volte nell’ultimo periodo glaciale, tra circa 116.000 e 18.000 anni dal presente.

In uno studio pubblicato su Nature Communications il 3 Ottobre scorso, che ha visto coinvolto un team internazionale di ricercatori tra i quali Barbara Delmonte e Giovanni Baccolo del laboratorio Eurocold del dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra dell’Università di Milano-Bicocca, è stato per la prima volta applicato un approccio completamente nuovo per studiare le variazioni del margine orientale della calotta di ghiaccio della Groenlandia.

La ricerca, intitolata “Ice core dustparticle sizes reveal past ice sheet extent in East Greenland” (https://doi.org/10.1038/s41467-019-12546-2), si è basata sull’analisi di una carota di ghiaccio di 584 metri di profondità prelevata presso il sito di Renland (71.30°N, 26.72°W, 2315 m s.l.m.), ubicato nella regione di Scoresby Sund, periferica rispetto alla calotta e quindi molto sensibile alle oscillazioni del margine glaciale. Attraverso l’analisi delle polveri minerali provenienti dalle regioni proglaciali, sollevate e trasportate dal vento negli ultimi 120.000 anni, è stato possibile distinguere in modo inequivocabile i periodi in cui la calotta copriva queste aree marginali dai periodi in cui le aree proglaciali erano libere da ghiaccio e sottoposte all’azione dei venti.

Grazie alla precisa datazione della carota è stato possibile affermare che il margine orientale della calotta era in fase di avanzata tra 113400±400 e 111000±400 anni dal presente, ovvero durante l’inizio dell’ultima era glaciale. Al contrario, era in fase di progressivo ritiro tra 12100±100 e 9000±100 anni dal presente, ovvero durante la prima parte dell’interglaciale in cui viviamo, l’Olocene. Non sono state però rilevate evidenze significative di cambiamenti al margine della calotta durante l’ultimo periodo glaciale e specialmente in corrispondenza degli eventi di “Dansgaard-Oeschger”, caratterizzati da un riscaldamento climatico repentino seguito da un più graduale ritorno a condizioni glaciali.

La polvere minerale depositata sulla calotta glaciale rappresenta uno dei fattori che contribuisce all’annerimento della neve superficiale (riduzione dell’albedo) con conseguente fusione del ghiaccio e perdita di massa. L’importanza di questo studio è quindi duplice: da un lato ha permesso di stimare i tempi di risposta della calotta nei confronti delle variazioni climatiche naturali avvenute nel passato, dall’altro ha fornito elementi che permetteranno in futuro di quantificare il contributo delle polveri minerali nei processi di “feedback” (retroazione) tipici del sistema climatico.

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