Pubblicato il: 23 ottobre 2019 alle 8:00 am

Sappiamo cosa c’è negli smartphone dei nostri ragazzi? Uno su tre ha materiale discutibile. Nei giorni scorsi scoperta la chat degli orrori. L’indagine di Skuola.net che ha intervistato quattromila giovani tra gli 11 e i 25 anni

di Armando Pannone.

Roma, 23 Ottobre 2019 – L’85% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni usa quotidianamente lo smartphone. Il dato non avrebbe nulla di strano se non fosse che circa il 60% del campione considerato, la prima cosa che fa al risveglio è controllare lo smartphone. Il primo sguardo del mattino ma anche l’ultimo, la sera, prima di addormentarsi.

Le statistiche, poi, ci restituiscono un altro dato, allarmante più che preoccupante: un ragazzo su tre nel proprio telefono cellulare ha materiale che lo potrebbe mettere nei guai, in particolare nella galleria delle chat, delle foto e dei video ha conversazioni blindate, video pornografici, challenge pericolose.

Emerge da una capillare indagine svolta dal portale skuola.net che ha intervistato 4mila giovani tra gli 11 e i 25 anni, chiedendo loro di aprire per pochi istanti i telefoni e di rivelarne i segreti. Il sondaggio ha preso il via da un evento che ha scosso l’opinione pubblica nei giorni scorsi, quando è stata resa pubblica una chat intitolata “The Shoah Party” attraverso la quale ragazzi adolescenti, moltissimi dei quali minorenni, si scambiavano materiale da film dell’orrore: inni all’Isis e al nazismo, insulti razzisti, video pornografici e pedopornografici, contenuti violenti.

La chat degli orrori

Mesi di indagini e intercettazioni telematiche fino alle perquisizioni di una settimana fa. E’ stata una madre, nel gennaio scorso, a recarsi dai carabinieri di Siena per chiedere aiuto. Aveva rinvenuto nello smartphone del figlio 13enne video pedopornografici.

Era solo una parte, però, di quello che è stato portato alla luce. La Shoah Party, un vero e proprio inferno. Dai filmati che mostravano gli sgozzamenti dei terroristi dell’Isis, alle immagini di abusi sessuali su bambini e bambine, sevizie su animali, orrori di ogni genere, sottolineati da commenti pieni di insulti postati nella chat dai baby utenti.

L’indagine avviata, ora vede indagati 25 ragazzi, 16 minorenni, tra i 13 e i 17 anni, e 9 maggiorenni tra 18 e 19 anni. La Procura per i minori di Firenze ha indagato tutti per detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali.

Le piattaforme

Torniamo ai dati di Skuola.net: il 60% degli intervistati usa soprattutto WhatsApp, un altro 35% per lo più Instagram. Su queste piattaforme, quasi tutti partecipano a chat collettive: escludendo il 9% che comunica in questo modo solo con i familiari, il 58% chatta in gruppo con i propri amici, mentre un terzo dei ragazzi partecipa a gruppi in cui ci sono anche sconosciuti. Ma in queste chat da cui genitori e parenti sono esclusi i giovani si scambiano anche contenuti non appropriati: a raccontarlo è 1 su 3 di coloro che vi partecipano. La tipologia di questi contenuti è varia. Un quarto del campione non è stato in grado di definire le caratteristiche precise del materiale che gira sulle chat, ma la restante parte ha fornito i dettagli. E c’è poco da stare tranquilli, perché si va dal materiale pornografico (65%) alle immagini di violenza (11%), dagli inni al nazismo/fascismo (8%) agli inviti a challenge o comportamenti pericolosi (7%) fino al bullismo (5%) e al razzismo (4%).

Perché?

A questa domanda, a quale fosse il motivo dello scambio, oltre la metà pensa che possa essere divertente e fonte di ilarità scherzare su tali argomenti. Mentre un 25% sembrerebbe interessato all’argomento delle discussioni. Il 13% lo ha fatto semplicemente annoiato, il 7% ha seguito passivamente il gruppo.

Gruppi, questi, in cui in più della metà dei casi (54%) si è entrati sotto invito di amici, o per lo meno di conoscenti (26%), mentre l’11% dei ragazzi è stato aggiunto da sconosciuti e addirittura 1 ragazzo su 10 afferma di esserne l’amministratore. Questo tipo di conversazioni avvengono soprattutto in chat molto ristrette, quasi “blindate” (68%), forse perché il 70% sa perfettamente di muoversi al confine della legalità. Tuttavia non mancano, in misura minore, anche in gruppi più numerosi (18%) e nel 14% addirittura quelli che comprendono persone sconosciute.

Ci saranno altre Shoah Party nei telefonini dei nostri ragazzi?

neifatti.it ©