Pubblicato il: 24 ottobre 2019 alle 7:00 am

Trump contro tutti, a ritmo di musica Come nel 2016, alle porte delle nuove presidenziali, Donald ricomincia a far parlare di sé: dopotutto se ha funzionato una volta...

di Domenico Izzo.

Roma, 24 Ottobre 2019 – Il tronfio parrucchino più potente del mondo, ne ha combinata un’altra delle sue: nonostante la sua promessa di non utilizzare più la musica di Prince, Donald Trump, durante un suo comizio a Minneapolis, in Minnesota, ha camminato sulle note di ‘purple rain’, tra l’altro nella città d’origine del cantautore, oramai deceduto.

Ciò ha incontrato una forte opposizione, particolarmente dalla Prince Estate (che ha ereditato i diritti commerciali e morali del cantante), che ha ricordato al 45 ̊ Presidente degli Stati Uniti la promessa di non utilizzare mai più le canzoni di Prince, per motivi di incongruenza tra il pensiero dell’artista e del politico, e ha rinnovato l’invito affinché questo non succeda più, ribadendo che mai sarà autorizzato ad usare la musica di Prince per la sua campagna elettorale.

L’opinione diffusa sulla politica è che sia il mezzo al quale, la società civile, delega il compito di gestire gli affari di Stato, l’economia delle nazioni e la diplomazia, ma nella realtà dei fatti, la politica è molto di più: l’etimologia del termine (dal greco politikḗ, letteralmente “arte che riguarda la città stato”) la colloca più vicina al mondo dell’arte (nel senso di politica come arte retorica), che alla sola gestione delle leggi e dell’economia di uno Stato.

Da quando esistono le arti, individui hanno cercato di condizionare gli altri attraverso la strumentalizzazione dell’arte, che viene percepita come superiore alle “chiacchiere” e quindi più potente e meritevole di fiducia: è questo il caso ad esempio dei re che si facevano dipingere in pose plastiche e potenti, dei sovrani che regalavano al popolo opere immense artistiche e ingegneristiche, o più contemporaneamente della strumentalizzazione di arti musicali e cinematografiche (si pensi ad esempio all’uso del Cinema nel corso della seconda guerra mondiale).

Trump, infatti, nel tentativo di elevarsi al di sopra della politica comune, ha (sempre nello stesso comizio) sbeffeggiato gli artisti, come Jay-Z e Beyonce, che avevano preso parte alla campagna elettorale nel 2016 a favore della Clinton, e insultato pesantemente un pezzo di storia degli States, il patriottico cantante di “Born in the USA”, Bruce Springsteen dicendo: “non ho avuto bisogno di Beyonce o Jay-Z, e nemmeno del piccolo Bruce, che faceva due canzoni e se ne andava, a quel punto la folla lo seguiva e andava via. E lei continua a parlare di fronte alla solita pessima folla. La cosa più folle che io abbia mai visto.”, riferendosi al comizio tenuto a Philadelphia nel 2016 dalla sua concorrente alla corsa elettorale, in cui intervenne proprio il cantante.

Sembrerebbe quasi che l’abbia vinta davvero solo con la sua buona volontà e onestà intellettuale quella carica presidenziale, e senza l’aiuto di nessuno, ma comunque, attaccare così deliberatamente artisti americani, non sembrerebbe essere una condotta adatta ad un Presidente, ma mr. Donald è così, lo sanno tutti, prendere o lasciare.

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