Pubblicato il: 5 novembre 2019 alle 8:00 am

Prendiamoci un caffè Come nasce il culto del caffè partenopeo. Eduardo: “A noialtri napoletani, toglieteci questo poco di sfogo fuori al balcone…”

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 5 Novembre 2019 – “A noialtri napoletani, toglieteci questo poco di sfogo fuori al balcone…”. Così inizia il famoso monologo, probabilmente la scena più famosa di tutta la commedia Questi fantasmi, in cui Pasquale Lojacono, dopo pranzo, decide di prepararsi un caffè seduto ad uno dei 68 balconi dell’appartamento e conversa amabilmente con il professor Santanna, suo dirimpettaio. Per lui il caffè è un rito, che ha bisogno delle sue mosse e dei suoi tempi.

Per Charles Maurice de Talleyrand, principe di Benevento nominato da Napoleone, un buon caffè doveva avere quattro qualità: «nero come il diavolo, caldo come l’inferno, puro come un angelo e dolce come l’amore…»; un po’ l’equivalente delle Tre C della nota espressione dialettale un po’ più colorita.

Da quando è arrivata a Napoli, la magica bevanda ha conquistato proprio tutti e non c’è momento che non sia adatto per sorseggiarla, dalla colazione alla pausa lavoro, dalla visita a casa al dopopranzo, eccitante o, per alcuni, calmante, una bella tazzina di caffè sembra far assaporare meglio ogni attimo della giornata. Il caffè è cultura, rito, piacere dei sensi, ognuno lo gusta a proprio modo e nel momento della giornata che preferisce, non una semplice bevanda, ma un rituale, un culto. E rifiutarlo, se offerto, equivale quasi a un’offesa.

Ma non è stata Napoli la prima città ad apprezzarla, bensì Vienna. Da qui la principessa Maria Carolina D’Asburgo, sposa di Ferdinando IV di Borbone nel 1768, la portò alla corte napoletana. Sulla carta il matrimonio non poteva funzionare, almeno stando alla loro educazione: lei giovane istruita e ambiziosa, lui rozzo, quasi ignorante, donnaiolo e noncurante del galateo, eppure dal loro matrimonio nacquero 18 figli.

Maria Carolina fece arrivare il primo sacco di caffè a Napoli dalla natìa Vienna. I napoletani in realtà lo conoscevano già grazie ai mercanti veneziani, e lo utilizzavano come cura nelle convalescenze. Ma la regina lo fece servire durante i balli e le feste alla Reggia di Caserta, come dopocena, facendolo diventare un momento irrinunciabile. Maria Carolina portò nella città partenopea anche il kipferl  (il cornetto), consigliata dalla sorella Maria Antonietta di Francia.

A Napoli un tempo il caffè si preparava con la caffettiera detta “napoletana”,  a caduta d’acqua, dopo aver tostato i chicchi di caffè in uno speciale tubo metallico, l’abbrustulaturo, che veniva fatto girare come uno spiedo sulle carbonelle infuocate.

“E’ la cosa piu difficile – racconta ancora il personaggio di Eduardo – indovinare il punto giusto di cottura, il colore… color manto di monaco”. Poi ancora caldo veniva macinato e versato nello specifico filtro della “napoletana”. C’erano anche gli ambulanti che lo preparavano: il Caffettiere ambulante che girava per le strade con contenitori, uno di caffè e l’altro di latte, e con un cesto con tazze e zucchero.

I napoletani hanno immortalato l’amata bevanda anche nelle canzoni, da Capaldo che scrive alla fredda innamorata “tazza ‘e café parite: sotto tenite ‘o zzucchero, e ‘ncoppa, amara site…” a De André nel suo Don Raffae’ “Ah, che bellu cafè, sulo a Napule ‘o ssanno fa’”, per finire col mitico Pino Daniele: una “tazzulella ‘e cafè” per dimenticare per un attimo che “cè puzzammo ‘e famme” e che i potenti “fanne sulo ‘nmbruoglie”.

Come privarsi dell’aroma del caffè che ci sveglia al mattino, un piccolo e semplice piacere che ci possiamo concedere ogni giorno? Quando ancora non l’abbiamo assaporato ma odoriamo il profumo che sale dalla tazza.

Una bella abitudine era a Napoli il famoso caffè sospeso: si usava nei bar, quando una persona era particolarmente felice perché aveva qualcosa da festeggiare oppure perché aveva iniziato bene la giornata, beveva un caffè e ne pagava due, per chi sarebbe venuto dopo e non poteva pagarselo. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alla porta e chiedeva se c’era “un caffè sospeso”.

Qual è il segreto del caffè napoletano? Chi sostiene che il vero segreto sia racchiuso nella miscela napoletana, chi nell’acqua, chi nella tostatura, più prolungata che altrove, che riscalda gli oli esaltando gli aromi… Segreti che vanno oltre le schematiche griglie di analisi sensoriali, le quali tendono a privare la degustazione di un elemento fondamentale per i napoletani (ma non solo): il momento. La pausa caffè; l’attesa della crema che risale dalla moka; la condivisione, a casa come al bar; il “vediamoci per un caffè” o il “parliamone davanti a un caffè”, preludio di business o per saldare un’amicizia. Il tutto racchiuso in un momento, con una sua ritualità.

Ma a quest’ora della mattinata, un bel caffè non ce lo prendiamo? “Vedete quanto poco ci vuole – per concludere con Eduardo – per rendere felice un uomo?”.

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