Pubblicato il: 6 novembre 2019 alle 7:00 am

Qual è lo stato di salute del settore della cultura in Italia? A questa domanda risponde il Rapporto Annuale Federculture, quindicesima edizione. Dal 2013 la spesa in cultura delle famiglie è cresciuta ma in modo diverso al nord, al centro e al sud e anche tra le varie regioni

di Armando Pannone.

Roma, 6 Novembre 2019 – La quindicesima edizione del Rapporto Annuale Federculture che nella quindicesima edizione, oltre al consueto quadro di aggiornamento e analisi sui temi e sulle tendenze dell’ultimo anno, approfondisce in un focus statistico l’andamento dei principali indicatori negli ultimi dieci anni, 2008-2018, quelli che hanno visto l’inizio e l’acuirsi della crisi economica internazionale dalla quale il nostro Paese è uscito solo negli anni più recenti.

Quanto ha inciso la crisi economica sulla cultura, sui consumi delle famiglie in questo ambito e su chi produce e investe nella cultura? E il settore culturale che ha subìto particolarmente i colpi della crisi, ne è uscito e ha realmente invertito la tendenza verso una crescita più stabile e duratura?

I dati raccolti nel Rapporto e aggregati in tre annualità significative – 2008, anno di avvio della grave crisi economica internazionale, 2013 (nuova crisi economica italiana) e 2018 – rivelano un settore che ha saputo recuperare molto del terreno perso ma che non in tutti gli ambiti ha superato problemi strutturali, accentuati dalla crisi.

Sono tre i gruppi di indicatori analizzati: la spesa pubblica statale e locale; i consumi e la partecipazione culturale e il turismo.

I dati

La spesa nella cultura di Stato, Comuni, Province e Regioni nel 2008 era di circa 6 miliardi e 550 milioni di euro, diventati 5 miliardi e 849 milioni nel 2017 (anno di confronto per disponibilità di dati). Non solo non è stata recuperata interamente la quota di spesa del 2008 (mancano ancora circa 700 milioni di euro) ma è anche cambiata profondamente: lo Stato è passato da 2.116 milioni a 2.428 milioni (dopo essere sceso sotto i due miliardi), i Comuni sono passati da 2.462 milioni a 1.896 milioni (in costante diminuzione), le Province sono pressoché sparite da 295 a 52 milioni, le Regioni, che pure hanno avuto un picco negativo nel 2013, stanno recuperando a fatica la quota 2008. A livello di risorse pubbliche bisogna, dunque, fare ancora molto per far recuperare posizioni all’Italia, anche nel confronto europeo (siamo quartultimi in Europa (0,8%) in rapporto al Pil e terzultimi (1,7%) in rapporto alla spesa pubblica totale).

Sul fronte dei consumi culturali, messi a confronto con l’andamento del Pil e la spesa generale delle famiglie, i dati evidenziano che la spesa delle famiglie in ambito culturale ha inizialmente sofferto di più la crisi economica generale: dal 2008 al 2013 è scesa del 4,6% mentre i consumi complessivi si mantenevano su un +1% e il Pil diminuiva, negli stessi anni, dell’1,6%. Dal 2013 però la spesa in cultura delle famiglie è cresciuta maggiormente +13,4% a fronte di un incremento della spesa totale pari all’8,8% e del Pil del 9,9%.

Ma questa crescita è diseguale, non solo fra aree del Paese come è facile immaginare, ma anche fra i settori della produzione culturale.

E’ il quadro che evidenziano i dati sulla partecipazione culturale degli italiani, che nei primi cinque anni dalla crisi (2008/2013) ha visto una contrazione in tutti gli ambiti: teatro -8,9%, cinema -4,4%, musei -7,5%, concerti -8,8%. Nei cinque anni successivi l’andamento dei settori si differenzia: gli italiani che frequentano i musei sono cresciuti del 23% (3,4 milioni in più) e quelli che visitano i siti archeologici del 33% (3,9 milioni in più), mentre quelli che vanno a teatro o al cinema sono aumentati del 4% circa. Il decennio (2008/2018) si chiude, quindi, con saldi molto diversi: il teatro non ha recuperato del tutto e anzi ha perso quasi 600mila fruitori (-4,8%); il cinema è in sostanziale equilibrio con circa 28 milioni di fruitori, -0,4% nei dieci anni, vanno bene i concerti di musica “leggera” con +2,8%. Ma il vero exploit è quello dei musei che nel decennio vedono crescere i propri fruitori del 14% e i siti archeologici e i monumenti dove si sono recati il 31% degli italiani in più (dati peraltro confermati anche nelle regioni del Sud del Paese).

Musei

I dati sulla fruizione museale sono rafforzati anche da quelli sui visitatori dei musei statali che passano in dieci anni da 33 a 55 milioni, +67%, crescendo soprattutto però dal 2013 al 2018 con una performance da 38 a 55 milioni di visitatori, +44%.

Gli ottimi risultati dei musei statali appaiono trainati dai musei dotati di autonomia speciale che solo nell’ultimo anno, 2018/2017, vedono aumentare i propri visitatori di quasi il 15%, con picchi molto più alti in alcune regioni come la Campania (+36%) e la Toscana (+46%). Dati che, pur considerando che fanno parte della categoria dei musei autonomi i maggiori attrattori culturali del Paese, confermano una correlazione diretta tra maggiore autonomia gestionale degli istituti museali e una più spiccata propensione al pubblico e al suo coinvolgimento, a vantaggio della valorizzazione e della fruizione complessiva dei beni.

Libri

Di segno diverso l’andamento della lettura che rivela dati drammatici: dal 2008 al 2018 abbiamo una diminuzione di coloro che leggono un libro all’anno del 5,5% (1,3 milioni di lettori in meno su un già esiguo numero di italiani che leggono, circa 23 milioni nel 2018); coloro che leggono da uno a tre libri l’anno diminuiscono del 7,9% (-18,9% al Sud), crescono invece del 2,8% i lettori forti (con +8,4% al Nord Ovest e -15,6% nelle Isole).

Turismo

I dati del turismo vedono dal 2008 al 2018 una crescita del turismo internazionale (+52,2% mondo, +46,1% Europa) mentre l’Italia cresce di meno (+34% nel decennio, di cui +23,3% dal 2013 al 2018). La composizione di questa crescita deve far riflettere: si registra un aumento di arrivi internazionali del 51,2%, mentre gli arrivi nazionali crescono del 20,8%, con una debolezza quindi nel mercato interno.

Questo scenario descrive, dunque, un Paese che ha affrontato la crisi e negli anni più recenti ha messo in atto politiche di incentivo al settore culturale, o meglio ad alcuni suoi ambiti in particolare, ossia quello dei musei e dei siti monumentali e archeologici, che hanno prodotto risultati positivi e portato con loro anche nuove importanti risorse e iniziative rivolte alla conservazione, al restauro, all’incremento del patrimonio culturale. Questo ci dice che si può, e si deve, agire anche negli altri ambiti.

Il Rapporto di Federculture evidenzia i molti temi in agenda, sui quali occorre intervenire con politiche decise: dare seguito alla normativa speciale per le imprese culturali e creative, una risorsa decisiva anche per l’economia del Paese; continuare nelle politiche di incentivo alla programmazione; defiscalizzare i consumi culturali; ampliare il raggio di azione di Art bonus (estendendolo a nuove categorie di destinatari) e di App18 (rimodulata anche in favore di altre fasce di età, oppure in base a diverse fasce di reddito); incrementare gli investimenti in cultura per la conservazione e per la produzione culturale.

«La crescita, cui tutti teniamo, passa anche attraverso la cultura – commenta Andrea Cancellato, Presidente di Federculture – con cui possiamo dare un contributo complessivo al miglioramento dell’Italia, alla sua reputazione internazionale, alla sua consapevolezza di Paese ricco di storia e di un patrimonio culturale fra i primi al mondo, all’accompagnamento di processi economici di grande rilevanza. Tutto questo probabilmente non può essere fatto con una sola legge di bilancio. Può e, sommessamente diciamo, deve essere fatto nell’arco di una legislatura in modo costante e programmato in dialogo con le parti interessate. Noi ci saremo, al fianco di chi vede nella cultura una grande risorsa per il Paese, in tutte le sue articolazioni e con tutti i suoi soggetti; noi ci saremo impegnati come non mai in questo momento così importante per l’Italia. Non ci mancano le risorse, ma occorrono programmazione, convinzione, continuità». (Tabelle a cura di Federculture)

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