Pubblicato il: 8 novembre 2019 alle 8:00 am

La formazione del medico in Italia: tra sogno e realtà Una figura che oggi lavora come un medico dirigente senza avere gli stessi diritti. La situazione diviene addirittura più complicata se il medico in formazione è anche donna. Ecco cosa cambierebbe con un nuovo contratto

di Pierino Di Silverio.*

Roma, 8 Novembre 2019 – Inizia un’altra giornata, fatta di scartoffie, una giornata al termine della quale sono gli occhi ad essere stanchi, le gambe e altre parti del corpo ma non le mani, quelle mani che dovranno curare un giorno i pazienti, quelle mani che un giorno resteranno sole, guidate solo da un cervello che si arrovella su come fare per diventare un buon medico.

Le giornate di molti medici in formazione italiani trascorrono così. Tra burocrazia, ‘saperi rubati’, diritti negati. Eppure esiste una legge, il Dlgs368/99 che dovrebbe tutelare in qualche modo la formazione medica in Italia. Ed esiste un decreto interministeriale, il 402/17, che addirittura pone dei requisiti minimi per i luoghi sacri in cui tale formazione dovrebbe essere svolta, le Università.

Lo stesso sguardo stanco che ogni giorno vede solo di sfuggita la conoscenza medica, senza poterla osservare da vicino, senza poterla gustare, come un quadro ammirato in penombra, molti medici in formazione italiani lo volgono fuori dall’Italia, in Europa e, i sognatori più accaniti addirittura oltre Europa.

La situazione lontano da noi è infatti ben diversa. I medici in formazione in Europa sono titolari di un contratto vero, in molte realtà addirittura non esiste un test di ingresso in scuola di specialità, la formazione si basa su conoscenze e su steps di apprendimento più che su stereotipati log-book che nessuno mai controllerà e verificherà.

La beffa giunge poi quando ci avviciniamo ad una analisi dei numeri che ci pone in evidenza che ormai quello stesso sguardo si è trasformato in azione, e quello che fino a pochi decenni fa restava un sogno, andar via dall’Italia per formarsi meglio, è diventato realtà. Sono infatti circa 1500 i medici che ogni anno scelgono di formarsi all’Estero, e nell’ultimo decennio sono più di 10000 i camici bianche che hanno scelto di andar via dall’Italia.

Appetibilità economica, appetibilità formativa, e purtroppo appetibilità sociale svolgono un ruolo determinante nelle nuove scelte dei giovani colleghi italiani.

E mentre l’esodo di massa cresce, in Italia si cercano soluzioni per arrestare un’emorragia che appare inarrestabile. Purtroppo senza individuare il vaso che ‘perde sangue’.

Dopo anni di silenzio in merito alla carenza di specialisti, nonostante i numerosi studi che tra gli altri ANAAO ha prodotto,  mentre il preoccupante  imbuto formativo che oggi parcheggia in un limbo post-laurea circa 15000 medici, (altro che abolizione del numero chiuso!) continua a crescere, complice una inesistente programmazione di fabbisogni di medici protratta negli anni, oggi si torna a parlare di situazione contrattuale del medico in formazione.

Quella che sembra poter essere una svolta nel ruolo del medico in formazione viene ostacolata tuttavia da anticorpi preformati e neoformati, alimentati da ignoranza legislativa,  paure, strumentalizzazioni volte alla conservazione di un potere talmente ancestrale, che oseremmo dire risale all’inizio dei tempi, ovvero il potere del ricatto.

Pensiamo solo al fatto che il medico in formazione in Italia (smettiamola di chiamarlo specializzando, non fosse altro per l’accezione negativa che è stata data al termine negli anni), oggi lavora come un medico dirigente, anche di più, ma non gode dei diritti del medico dirigente. Svolge turni di guardia notturna, molte volte senza la presenza del medico strutturato, non retribuiti. Non riceve lo smonto notte, come prevedono le norme più elementari dei diritti dei lavoratori, e non ha il riposo (perché negatogli dai direttori), nonostante la comunità europea stessa si sia espressa in materia 161/14.

Il medico in formazione in Italia non può ammalarsi, ovvero può ammalarsi per un massimo di 40 giorni continuativi, poi… è a rischio la ‘borsa di studio’. Non ha ferie… quelle naturalmente sono una gentile concessione del direttore, quindi attenti a comportarvi bene ed utilizzare bene tutti i muscoli…

Insomma il medico in formazione in Italia, salvo qualche eccezione che come sappiamo , conferma la regola, rappresenta l’ultimo anello della catena sanitaria.

Ma la situazione diviene addirittura più complicata se il medico in formazione è anche donna e mamma o vorrebbe diventare mamma, vista la tenera età (ricordiamo che con l’attuale sistema formativo italiano si inizia un percorso formativo a 26 anni, se tutto va bene, per concluderlo almeno a 32 anni ed entrare finalmente nel mondo della disoccupazione di lusso).

L’assenza per maternità infatti deve essere recuperata, non esiste il congedo parentale, non esistono le assenze per malattia del figlio, insomma il medico in formazione non è considerato ai fini dei diritti un lavoratore… ma una sorta di tappabuchi per le esigenze di un sistema sanitario allo sbando. Stranamente però lo stesso anello debole della catena sanitaria, per le strane logiche italiane, gestisce ambulatori e reparti, gestisce attività assistenziali, il tutto, in molte realtà, rigorosamente senza la presenza del medico strutturato come del resto prevedrebbe la legge.

Potrei andar avanti e scrivere una collana sui diritti negati e sulla qualità della formazione medica italiana, essendone peraltro rimasto ‘vittima’ io stesso e con me i miei sogni.

Potrei scrivere delle giornate inutili trascorse in reparti fantasma, o delle decine di cartelle cliniche da chiudere, o ancora dei turni di notte in reparti in cui oltre all’infermiere di turno non era presente un medico strutturato se non in altro padiglione… a distanza di sicurezza.

Invece scriverò delle proposte per migliorare la formazione medica in Italia.

Perché oggi? Perché finalmente sembra che ci si stia avvicinando all’individuazione dell’origine dell’emorragia. Si parla di contratto unico di formazione lavoro ed è una buona notizia. Si, perché partendo dallo status del medico in formazione si può pensare di migliorare un sistema che ormai sembra vicino all’implosione.

La realtà è preoccupante, 1124 scuole di specializzazione, il 47,5% non idonee a formare perché priva di requisiti standard dettati proprio dal MIUR, solo il 9% che risponde agli standard.

E allora si pensa, finalmente, di aprire la formazione agli ospedali, come avviene in tutta Europa da decenni. E allora si pensa finalmente a quello che amiamo chiamare ‘learning hospital’ ospedali in cui si impara oltre che insegnare.

L’ammissione, tardiva, della impossibilità da parte delle Università di gestire assolutisticamente ed autoreferenzialmente la formazione medica non può prescindere allora da un mutamento dello status del medico in formazione. Il contratto garantirebbe infatti diritti e doveri inalienabili, non autoreferenziali. Un contratto che inquadrerebbe, finalmente il medico in formazione nell’area che gli appartiene, quella della dirigenza medica.

Un contratto in area dirigenziale sanitaria, con il titolo di specialista rilasciato comunque dall’Università, perché non sarebbe corretto non coinvolgere l’ente formativo per eccellenza. Un contratto in cui il primo biennio sarebbe dedicato alla formazione sulle emergenze e sulla gestione del paziente, al completamento di una formazione teorica senza però sottovalutare la pratica medica. Un contratto in cui gli ultimi anni sarebbero costituiti da una full-immersion pratica. Un contratto in cui le ferie sarebbero un diritto, come lo sarebbero i riposi, cosi come le ore di lavoro straordinario. Un contratto che prevederebbe l’obbligo di formarsi almeno per 12 mesi in un centro di eccellenza italiano o estero. Un contratto che dovrebbe avere come cardine il ‘learning to do’, la regola dell’imparare facendo.

Una formazione diversa, con controlli di qualità sui tutor e sulle strutture effettuati da enti terzi, in assenza di conflitti di interesse.

Soprattutto un contratto che renderebbe libero il medico in formazione di scegliere con passione , di agire con l’istinto tipico del giovane, e di sbagliare senza implicazioni personali e professionali .

Un contratto come forma di tutela della professionalità, perché dimentichiamo troppo spesso che il medico in formazione non è uno studente, è un medico abilitato all’esercizio, che negli anni è stato relegato a ruolo di super studente, e forse oggi un po’ si sente tale…afflitto da una sorta di sindrome di Stoccolma.

Avere un forma di tutela del lavoro è la base della nostra costituzione e ha radici storiche,  lo enunciava già lo Statuto dei lavoratori (La legge 20 maggio 1970, n. 300) in un mondo in cui assistiamo inerti alla progressiva disgregazione dello stato di diritto a vantaggio di interessi di natura macroeconomica, è quanto mai necessario conservare i pochi diritti che sono stati acquisiti con sacrifici dalle precedenti generazioni, quei diritti che sono costati sangue, vite umane.

La conservazione dei diritti, focus primordiale di quell’emorragia che oggi sta lentamente consumando il nostro sistema sociale e professionale. Come dei buoni medici, siamo giunti cosi alla diagnosi, alla individuazione del problema. Ora non ci resta che agire con una terapia mirata, concreta. Io non credo che sia tardi, non sposo le teorie disruttive e lascive atte solo ad incutere timore.

Credo nella forza degli uomini e delle idee, credo nella passione dei medici, quella passione che ci porta oggi a curare al meglio i nostri malati, nonostante le difficoltà.

Credo anche, nonostante possa risultare impopolare, in uno stato forte, perché in Italia, il post-fascismo ci ha lasciato in eredità una costituzione rigida e volta alla conservazione della democrazia. Vorrei solo poter credere nelle persone, negli italiani e in chi si ritrova oggi, come ieri e come domani, nella posizione di poter decidere. Ma poi in fondo un po’ mi tranquillizzo in un vortice di contrastanti emozioni e voli pindarici.

Mi tranquillizzo perché penso che l’essere umano è egoista e tendente all’autoconservazione e non posso immaginare sia anche cosi stupido da non pensare che in un futuro più o meno lontano tutti saremo dei pazienti e la malattia non conosce ruoli sociali, età sesso o razza.. o almeno cosi dovrebbe essere…

Si è fatto tardi, devo tornare alla mia quotidianeità, non di medico in formazione ma di medico specialista ‘finalmente rigorosamente’ precario… ma questa è un’altra storia…

Ai posteri l’ardua sentenza…

*Medico Chirurgo

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