Pubblicato il: 10 novembre 2019 alle 7:00 am

C’era una volta il futuro: quando i ragazzi programmavano il proprio avvenire Tra le tante anomalie del processo di globalizzazione la mancanza di stabilità che comporta l’impossibilità di impostare un lineare percorso professionale. Oggi le esigenze della comunità dipendono da troppe incognite

di Giosuè Battaglia.

Roma, 10 Novembre 2019 – La domanda che spesso si fa ai bambini, e non solo, «Cosa vuoi fare da grande?», rappresenta un bell’interrogativo al quale molti non sanno rispondere. Infatti essi non hanno idee ben precise sul futuro, a differenza di una risposta secca che poteva dare il bambino di una volta, perché l’aspirazione era racchiusa in pochi obiettivi: poliziotto, professore, astronauta, falegname, sarto… Insomma indicazioni per un futuro basato veramente su una scelta innanzitutto sentita internamente e soprattutto con una grande sicurezza nell’esprimerla. Purtroppo anche questa semplice domanda mette in luce una insicurezza nel domani, nel proprio futuro, un futuro minato dalle tante insidie del mondo globale che tutti ci avvolge, per cui già il bambino, nonostante non abbia esperienza di vita, percepisce un mondo intorno che sfugge a certi canoni di razionalità.

Tale incertezza prende tutti e il futuro di ognuno dipende dalle opportunità che gli si presentano. Per questo allora troviamo persone sbagliate in posti sbagliati e in tutti i campi lavorativi, come nella scuola, nella sanità e in ogni campo professionale. Le persone sbagliate sbagliano nei posti che occupano e ogni azione compiuta è fatta con poca accortezza, così che veramente bisogna essere fortunati a incontrare operatori inclini a certi compiti, specialmente quelli che hanno bisogno di capacità e di esperienza nel trattare le problematiche. Molti operano non avendo giusta conoscenza del loro lavoro, sono degli improvvisati e si vantano di avere conoscenze super, combinando guai. Queste improvvisazioni derivano proprio da uno status operandi forzato raggiunto per la necessità della sicurezza del lavoro. Così si trova l’impiegato scorbutico, il professore che non si rapporta agli alunni, l’operaio poco esperto. Da questo discende che “ognuno è scontento del proprio lavoro”.

Ancora più la domanda risulta arcana se viene rivolta a un adulto già impegnato in un’occupazione lavorativa; infatti ha ancor di più preoccupazione sulla stabilità di lavoro. Anche chi è occupato nel posto fisso, può trovarsi sballottato da un momento all’altro in altra posizione. Addirittura colui che ha basato il suo futuro su una professione libera (moltissime volte non cercata ma accettata), si ritrova ancor di più in una posizione in bilico e traballante perché nel domani non ha certezze. Queste condizioni instabili, portano ad altri tipi di problemi di cui ne è infestata la società.

Quindi in tutti i campi si vive alla giornata, senza una giusta programmazione di vita e in generale si amministra lo straordinario e non l’ordinario, perché tutto è confuso; si va avanti per inerzia. E questo modo di “arrangiarsi” ci fa vivere con stranezze di comportamenti, alle quali nessuno bada più, perché ognuno è preso dal pensiero della instabilità della vita, lasciando la valutazione di ogni cosa a chi ha meno comportamenti instabili e che rappresenta il “tipo perfettino”.

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