Pubblicato il: 15 novembre 2019 alle 7:00 am

Rileggiamo: La lunga vita di Marianna Ucrìa Gioia, sofferenza, passione, desiderio di libertà: un personaggio che rievoca figure femminili passate e presenti, nel capolavoro di Dacia Maraini, Premio Campiello nel ‘90

di Rosa Aghilar.

Roma, 15 Novembre 2019 – Lei è una grande scrittrice apprezzata sia in Italia sia all’estero, conosciuta per le sue opere di prosa ma anche di poesia, saggistica e drammaturgia, nelle quali affronta, in particolare, temi sociali legati all’infanzia e alla vita delle donne: stiamo parlando di Dacia Maraini, una delle mie scrittrici preferite, con i suoi grandi occhi “bordati d’azzurro” e un’esistenza eccezionale. All’età di due anni la piccola Dacia, insieme ai genitori, lascia l’Italia fascista alla volta del Giappone. L’8 settembre 1943, la famiglia, che si rifiuta di riconoscere la Repubblica di Salò, è reclusa in un campo di concentramento a Tokyo. Questa dura esperienza segnerà molto la giovanissima Maraini e sarà rievocata, molti anni dopo, in sue diverse poesie.

Al termine della guerra, rientra in Italia con i familiari per stabilirsi dapprima a Bagheria, in Sicilia, presso i nonni materni (e proprio i giorni di Bagheria saranno ricordati nell’omonimo memoir, uno dei molti capolavori di questa autrice). Uno dei suoi libri più belli è “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, vincitore del premio Campiello nel ’90.

Siamo nella Palermo del settecento e Marianna è la figlia sordomuta del duca Ucria e della duchessa Maria. La causa di questa mutilazione è uno stupro che ha subito da piccola; il padre per “guarirla” l’ha sempre esposta a scene forti, nel tentativo di provocarle uno shock da cui ritrovare la parola. Il suo destino dovrebbe essere quello di una qualsiasi nobildonna ma la sua condizione di sordomuta la rende diversa: “Il silenzio si era impadronito di lei come una malattia o forse una vocazione”.

La giovane impara l’alfabeto, legge e scrive perché questi sono gli unici strumenti di comunicazione col mondo. Sviluppa un’acuta sensibilità che la spinge a riflettere sulla condizione femminile, sulle ingiustizie di cui i più deboli sono vittime e di cui lei stessa è stata vittima. Eppure Marianna compirà i gesti di ogni donna, gioirà e soffrirà, conoscerà la passione. Colei che comunica col mondo attraverso dei bigliettini, si sposa a soli tredici anni, con uno zio, Pietro Ucria.

Diventa madre d’otto figli e poi nonna. Imprigionata in se stessa, affina in modo straordinario i propri sentimenti: l’intuizione, la percezione, la memoria, l’intensità del volere.

Passa attraverso lutti ed esperienze di ogni tipo: da quelle matrimoniali a quelle coniugali, da doveri sociali ad avventure di cuore.

Una scrittura elegante e scorrevole che rende questa lettura un’esperienza piacevole; un romanzo storico ma non solo: a un certo punto s’intuisce che la vita della protagonista è molto più di una testimonianza ben scritta.

Lei è una figura femminile potente. La sua disabilità è una barriera di protezione, autoindotta inconsciamente, per non crollare sotto il peso di un trauma il cui solo ricordo la annienterebbe. Il silenzio diventa una distanza di sicurezza tra lei e il dolore e ci vorrà una vita intera per percorrere questa distanza, rincollare i pezzi della piccola Marianna distrutta dalla violenza subita e ritrovare se stessa, aldilà della sofferenza mutilante.

E’ una donna coraggiosa, curiosa, intuitiva, con una naturale inclinazione ad occuparsi di chi si rivolge a lei, insofferente alla rigidità dei ruoli imposti dalla società alla quale oppone non un’aperta ribellione ma una quotidiana e paziente difesa delle sue idee, è dotata di grande intelligenza ed empatia (al punto di percepire i pensieri altrui): “Lo sguardo alle volte può farsi carne, unire due persone più di un abbraccio.”

Marianna, figura femminile memorabile, fragile e forte insieme, vittima della mentalità altrui ma padrona di se stessa, che riesce a ergersi oltre la pochezza e la miseria che la circondano e che non riescono a schiacciarla, affascina ancor oggi perché incarna un desiderio di libertà che va oltre i limiti e i confini esterni che si possono incontrare nella vita.

Dal libro viene tratto un film nel 1997, produzione italo-francese: Marianna Ucrìa, diretto da Roberto Faenza con, tra gli altri interpreti, Emmanuelle Laboritnel ruolo di Marianna Ucrìa, Roberto Herlitzka e Laura Morante. Lo stesso anno la pellicola si aggiudica il David di Donatello per migliore fotografia, scenografia e costumi; tra le 4 nomination, quelle di migliore film e migliore regia.

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