Pubblicato il: 17 novembre 2019 alle 7:00 am

Da Cesare Beccaria ai social, la tortura resta un’atrocità Un tempo venivano inflitte pene corporali, oggi è di norma il linciaggio mediatico, ma il risultato è lo stesso: l’annullamento della persona

di Giosuè Battaglia.

Roma, 17 Novembre 2019 – Come nell’ideologia di Giambattista Vico, filosofo napoletano, la storia è caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi. Tale caratterizzazione avviene in ogni evento universale, riproponendo gli stessi temi con diverse sfaccettature che appartengono ai diversi corsi temporali. E’ il caso di quanto era presente nel campo giudiziario del secolo XVIII prima della riforma che abolì la tortura e la pena di morte.

Molti filosofi, pensatori e illustri giuristi si unirono nel processo di riforma della giustizia. Fra tutti valse molto per il risultato finale il pensiero esplicitato da giurista e filosofo Cesare Beccaria, nel suo trattato “Dei delitti e delle pene”, nel quale faceva riferimento alla tortura che subivano i rei o tali presunti, per distorcergli una confessione. Così il passo che più appropria il comportamento alla tortura: «La tortura del reo è una crudeltà che si commette nell’attesa del processo, o per convincerlo a confessare un delitto, o per le contraddizioni in cui incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale espiazione d’infamia di cui potrebbe essere colpevole, ma non lo è ancora».

Veramente era disumana la tortura che si infliggeva al presunto reo. Si mettevano in atto diverse torture fisiche veramente disumane che alla fine facevano ottenere il risultato voluto, sia esso una confessione rispondente a verità, sia una confessione di comodo che alla fine il presunto reo rendeva per togliersi da quello obbrobrio. Con questa confessione strappata, molte volte, si ammettevano delitti non commessi, ma che seguivano un iter dettato per avere la libertà.

Tutto questo si ripete ai nostri giorni con metodi più adatti al presente. Infatti nel rileggere il passo di Beccaria a distanza di secoli, ci si accorge che ancora si assiste a torture, che ovviamente non sono quelle che si mettevano in atto una volta, con mezzi primitivi quali acqua bollente, fuoco, allungamento di arti o altro ma detti possono essere rappresentati dai mass media e delle campagne mediatiche, che già condannano a priori i presunti rei attraverso dei veri e propri prosceni che vengono rappresentati in diretta su casi di delitti commessi, creando ancor più misteri e incertezze che confondono le indagini. Quanti “mostri” si creano di persone che alla fine, risultano innocenti e che avevano già condannato con una certa leggerezza, solo per accaparrarsi il merito prima del tempo e senza curarsi di quanto si poteva scatenare. La tortura che si appioppa al presunto reo è l’infamia subita dal punto di vista sociale, che poi scatena una marea di stati d’animo e non solo, e che compromettono anche il fisico e la psicologia.

Altra tortura è la lungaggine del processo, che nell’attesa di una sentenza chiarificatrice, che può essere anche contraria alla verità. Nelle aule dei tribunali si patiscono torture morali perché molte volte è difficile mostrare la propria innocenza e questo parecchie volte porta a dichiarazioni e a comportamenti tendenti a liberarsi da quello stato ansioso, che si è protratto per lungo tempo e che ha sfiancato il presunto reo, facendolo deviare dalla sua reale posizione di innocenza.

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