Pubblicato il: 24 novembre 2019 alle 8:00 am

Kafka e Milena, un romanzo d’amore Le Lettere a Milena sono oggi tra i capolavori del ‘900. “Domenica saremo insieme - le annuncia in una famosa lettera - cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”

di Caterina Slovak.

Roma, 24 Novembre 2019 – Di Franz Kafka si scrive tantissimo, molto alto è infatti l’interesse degli studiosi ma anche dei semplici lettori intorno alla figura dello scrittore ceco.

Uno degli aspetti su cui si stanno concentrando maggiormente gli studiosi della vita di Kafka è il suo rapporto con le donne. Di Kafka sappiamo per certo che visse la più profonda passione amorosa per Milena Jesenská, scrittrice e traduttrice. Lei gli scrive per chiedergli l’autorizzazione a tradurre un suo racconto in ceco (Kafka scrive in tedesco), lui accetta, i due iniziano a mandarsi lettere professionali, quasi distaccate, dove l’argomento principale è il lavoro di traduzione di Milena. Ben presto il rapporto epistolare abbandona i binari delle formalità, diventando letteratura, la letteratura della speranza, dell’angoscia, dell’amore impossibile e del dolore. La relazione rimane però quasi esclusivamente epistolare, perché la donna è già sposata e non vuole lasciare il proprio marito:  “Se allora fossi venuta con lui a Praga – ricorda lei in seguito – sarei rimasta per lui quella che ero. Io invece avevo i piedi ancorati saldissimamente in questa terra, non ero in grado di abbandonare mio marito…”.

 

E’ nota soprattutto come l’amica di Kafka, la destinataria delle sue lettere, tuttavia Milena Jesenská è stata una grande giornalista, scrittrice originale, versatile e curiosa, traduttrice, e un’intellettuale attiva e impegnata nelle grandi e dolorose ferite del suo tempo. Comunista, è arrestata a Praga all’arrivo dei tedeschi e deportata nel campo di concentramento femminile di Ravesnbrück, dove è morta nel 1944.

Il padre di Milena, Jan Jesensky, è un chirurgo dentale professore presso l’Università Carolina di Praga e fa studiare la figlia al Minerva, il primo liceo classico femminile dell’Europa centrale, un luogo all’avanguardia per i tempi e di promozione dell’emancipazione femminile. Non termina gli studi universitari di medicina né di conservatorio, ma legge con avidità Hamsun, Dostoevskij, Wilde, Byron. Nel 1918, contro il volere del padre (antisemita e nazionalista che per nove mesi la fa anche rinchiudere nella clinica psichiatrica di Veleslavin) sposa Ernst Pollak, intellettuale e critico letterario ebreo, e con lui si trasferisce a Vienna, dove mal si adatta alla nuova vita in una città in cui è sola. Fa tutti i tipi di lavori, anche la portabagagli alla stazione, e lavora come traduttrice testi di Rosa Luxemburg, Hermann Broch, Franz Werfel, Stevenson, Guillaume Apollinaire, Paul Claudel.

È così che nel 1919 le capita sotto gli occhi un breve racconto dello scrittore praghese Franz Kafka (Il fuochista) da cui rimane fortemente colpita, e gli scrive per ottenere l’autorizzazione alla traduzione dal tedesco al ceco. È l’inizio di una viva corrispondenza tra i due, che si incontrano tuttavia soltanto due volte: a Vienna e poi a Gmünd. La relazione, prima amicale, poi d’amore, è breve ma intensa. Si scriveranno lettere quasi ogni giorno, fino a due anni prima della morte dello scrittore. La corrispondenza sarà poi pubblicata sotto il nome di Lettere a Milena, e oggi è considerata tra le opere maggiori dello scrittore, e anche quella dove forse si riesce a capire un po’ di più l sua personalità complessa.

Kafka ha altre donne nella sua vita, con la berlinese Felice Bauer, con un’amica di lei, Grete Bloch, con Julie Wohryzek, e vive gli ultimi mesi accanto a Dora Diamant, che lo assistette fino alla morte.

All’inizio della loro corrispondenza Kafka si trova in Italia, a Merano, per un soggiorno di cura, poiché nel 1917 gli era stata diagnosticata la tubercolosi. In un periodo denso di problemi fisici e mentali, trova riparo in un sentimento che, lettera dopo lettera, cresce fino a diventare assoluto. Eppure sa che lei è sposata, che l’amore non è corrisposto e mai potrà esserlo, nonostante i continui tradimenti del marito di Milena. Quando si incontrano a Vienna passano quattro giorni insieme, senza mai sfiorarsi, ma sono i giorni più felici della vita di Kafka: “Domenica saremo insieme – le annuncia in una famosa lettera – cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”. Parlano, condividono quelle sensazioni che non possono essere trasmesse tramite una lettera, creano una fusione tra le anime che non ha bisogno del contatto fisico per raggiungere l’intimità. I mesi successivi all’incontro diventano il fulcro del rapporto epistolare tra Franz e Milena, nonché l’inizio della fine.

Kafka vive come un’ossessione il rapporto con Milena: “La mia paura è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso”, una paura che nasce dalla consapevolezza che la sua vita gli sta scivolando via. Milena diventa l’unico sollievo in un mondo che gli è estraneo. “O tu sei mia e tutto va bene, o invece ti perdo e allora non c’è niente…niente di niente”

Verso la fine Kafka chiede al suo amico Hugo Bergman a Tel Aviv di ospitarlo in Palestina – lo scrittore era un ebreo praghese di cultura tedesca – ma Bergman rifiuta perché teme che contagi i suoi bambini.

Muore a 41 anni dopo una dolorosa agonia il 3 giugno 1924, per complicanze della malattia nella casa di cura di Kierling, nei pressi di Vienna. Milena, che nel frattempo è diventata giornalista, scrive il più sentito necrologio: “Un solitario, un uomo sapiente, spaventato dal mondo… impaurito, gentile e buono, eppure i libri che ha scritto sono atroci e dolorosi. Percepiva il mondo pieno di demoni invisibili che dilaniano e annientano l’essere umano indifeso. Egli era troppo perspicace, troppo saggio per poter vivere; troppo debole per lottare, debole come lo sono le persone nobili e belle che non sono capaci di intraprendere la battaglia contro la loro paura per l’incomprensione, la cattiveria e la menzogna intellettuale”.

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