Pubblicato il: 4 dicembre 2019 alle 8:05 am

Chernobyl: latte contaminato 32 anni dopo il disastro La ricerca di Greenpeace Research Laboratories dell’Università di Exeter. Ma il governo ucraino ancora nasconde i veri problemi e responsabilità

di Fabrizio Morlacchi.

Kiev, 4 Dicembre 2019 – Molti ricorderanno l’indomani del 26 aprile 1986, quando si diffuse la notizia che nella centrale nucleare ucraina di Chernobyl alle 01:23:40 Alexander Akimov premette il pulsante di arresto di emergenza nel quarto reattore nucleare, un piccolo gesto che però obbligò all’evacuazione permanente di città e uccise migliaia di persone paralizzando l’URSS. l nome di Chernobyl divenne famoso in tutto il mondo dopo quel 26 aprile. Si parlò di gravi errori del personale, nello specifico di colui che manteneva le procedure al di sotto dei limiti consentiti per i test e ignorava gli allarmi che segnalavano la mancanza d’acqua nel reattore. A questo si sommarono gli errori di progettazione compiuti molti anni prima nella costruzione del reattore, creato con materiale leggero per mancanza di fondi.

Le due esplosioni ebbero un effetto 100 volte superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki, in termini di contaminazione ambientale. All’inizio fu detto alla popolazione che nessuno era in pericolo e fu comunicato al governo che la radioattività era bassa, alcuni scapparono, ma solo 36 ore dopo fu dichiarato lo stato d’emergenza, la popolazione fu evacuata e non fece più ritorno.

La nube radioattiva, seguendo le correnti atmosferiche predominanti, nei successivi 14 giorni arrivò in tutta Europa e raggiunse il 30 aprile anche l’Italia. Ancora oggi nessuno è in grado dire quanti dei tumori registrati oggi a scoppio ritardato al Centronord siano una diretta conseguenza di Chernobyl.

La cattiva notizia, peraltro non recentissima, è però che, a 32 anni dall’esplosione del reattore 4, il latte destinato alla popolazione locale è ancora contaminato. E i primi a rimetterci sono i bambini, che presentano malformazioni e altri problemi di salute. Mentre il governo ucraino ancora nasconde i veri problemi e responsabilità.

La ricerca è stata effettuata da Greenpeace Research Laboratories dell’Università di Exeter, l’Ukrainian Institute of Agricultural Radiology e il Centro Studi sulla radioattività dell’Università di Scienza della Norvegia, che in 5 anni hanno esaminato 14 aziende agricole situate nello spazio di 200 chilometri dalla centrale nucleare. I risultati, pubblicati dalla rivista scientifica Environment International, evidenziano che 6 di questi allevamenti presentano cesio radioattivo superiore ai 100 becquerel per litro (Bq/L) consentiti per gli adulti, mentre in otto di essi il latte presenta valori superiori ai 40 Bq/L consentiti per i bambini (un becquerel è l’unità di misura del Sistema internazionale dell’attività nucleare).

Questa sostanza radioattiva, rilasciato al momento dell’esplosione del reattore, si è diffusa nell’ambiente ed è ancora nei terreni contaminando così funghi, patate e soprattutto i campi destinati al pascolo.

Per bonificare i terreni occorrerebbero 71 mila dollari annui, senza i quali la contaminazione rimarrebbe fino al 2040. L’alternativa, quella di non fare nulla, in un Paese che tra il 1991 e il 2010 ha perso quasi 6 milioni di abitanti per l’incremento di tumori infantili e la cui aspettativa di vita è scesa a 67 anni, contaminazione non fanno che confermare il mancato futuro per la popolazione ucraina.

E in Italia?

Ma in Italia c’è anche un altro aspetto: stiamo ancora mangiando cibo radioattivo e ne mangeremo in futuro? La conseguenza del disastro nucleare del 1986 non riguarda solo la contaminazione del cibo che viene tuttora consumato in Ucraina, ma anche quello che viene importato nell’UE. Se non dovesse nel frattempo cambiare la legislazione europea, nel 2020 cesseranno anche i controlli molto parziali che ora vengono effettuati solo su prodotti animali, miele, funghi e bacche.

Ciò significa che probabilmente dall’anno prossimo dall’Ucraina potranno arrivare liberamente sulle nostre tavole mirtilli, funghi, latte, nei quali la radioattività è tuttora presente in quantitativi non indifferenti.

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