Pubblicato il: 5 dicembre 2019 alle 8:00 am

Anch’io… Volevo i pantaloni E’ sempre attuale la rilettura di un libro del 1989. Rivoluzionario, tanto da diventare un caso letterario, tradotto in tutto il mondo e da cui è stato tratto un film

di Rosa Aghilar.

Roma, 5 Dicembre 2019 – Questo è il libro degli anni in cui curiosa e non ancora propriamente adolescente, leggevo tutto ciò che capitava tra le mie mani. Con un papà convinto che le figlie femmine dovessero crescere educate a ricoprire il ruolo di principesse: camminare con la schiena dritta e lo sguardo fiero, possibilmente con un paio di scarpe col tacco ai piedi, saper ricamare, suonare il pianoforte e sbucciare la frutta col coltello, senza dimenticare l’importanza dell’arte culinaria per poter in seguito rallegrare il palato della futura famiglia da coniugata. Mentre io testarda e ribelle, indossavo anfibi slacciati e jeans strappati, con l’intento di imparare a suonare il sassofono, tanti sogni nel cassetto, la brama di sapere e leggere tanti libri. E tra un testo e l’altro, alcuni concessi, altri no, come l’allora discusso “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, tra le mie mani inciampa un libricino dal titolo accattivante: “Volevo i pantaloni”.

Questa è la storia di un paese siciliano, di una ragazzina che non sogna il principe azzurro, ma di mettersi i pantaloni. Come Angelina, la figlia dell’ingegnere, appena venuta dal nord, che si trucca e invita a casa i ragazzi. Con la gonna lunga plissettata, Annetta bambina sogna di farsi monaca perché crede che le suore nascondano i pantaloni sotto la tonaca; ma poi scopre che non è così e che i pantaloni li portano solo gli uomini e le “poco di buono”. La piccola cresce e matura l’idea  che  di fronte all’impossibilità di farsi uomo, Annetta pensa di farsi “buttana”… C’è però da dire che quel termine, nel significato che aveva nell’ambiente della protagonista, non identificava solamente le donne di vita, parafrasando Pier Paolo Pasolini, ma nella categoria rientravano anche quelle donne che avevano semplicemente dei comportamenti che andavano contro quelle leggi non scritte fondamento di una società viziatamente patriarcale: atteggiamenti più spavaldi e secondo la mentalità del luogo, al limite dello scabroso.

Lara Cardella, autrice del romanzo, voleva che la sua Sicilia fosse meno maschilista. Desiderava fortemente che ci fossero più biblioteche e consultori familiari, che le violenze sulle donne fossero denunciate e non nascoste. Voleva tutto ciò e a diciannove anni l’ha raccontato nel romanzo “Volevo i pantaloni”. Un libro che ha scosso l’Italia di fine anni Ottanta ed è diventato un fenomeno letterario: traduzioni in dieci lingue e due milioni di copie vendute in tutto il mondo; poco dopo la pubblicazione del libro, uscì il film ispirato a quella storia, diretto da Maurizio Ponzi ed interpretato da Giulia Fossà.

La ricerca di un’indipendenza e di una vita diversa da quella che le consuetudini ma non per questo disattese di un piccolo paesino, rendono la storia avvincente.

La protagonista del romanzo, Annetta, alter-ego dell’autrice, nella sua ferma volontà di portare i pantaloni attraverserà varie fasi: la fase mistica nella quale vorrebbe entrare in convento, la fase mascolina che la spingerà a seguire e a imitare i comportamenti di un cugino maschio e infine la fase da “buttana”, per dirla alla sicula.

Questa terza fase, in special modo, sarà quella drammatica della vita di Annetta, al punto da essere rinnegata dalla sua famiglia, costringendola a stare da una zia il cui marito già aveva abusato di lei quando Annetta era più piccola.

Nel paese dove la parola “onore” ha ”eco divino”, emergono crudeltà e ipocrisia tali da far rabbrividire: sono il padre e la madre della giovane a esporre la propria figlia, a grossi e gravi pericoli. L’ipocrisia non è evidenziata solo in quel punto ma è già lampante quando Annetta si sente rispondere dalla madre, la quale aveva saputo che la figlia aveva raccontato alla propria nonna quello che lo zio le aveva fatto anni prima: “Te lo potevi tenere per te. L’hai fatta morire tua nonna.”

Raccontato con penna lieve, Volevo i pantaloni è romanzo che sollecita più di una riflessione.

Forse oggi il romanzo di Lara Cardella “ci sembra “anacronistico”, eppure fino a venti, trenta anni fa, quella era la tipica mentalità da paesino bigotto, e quel genere di atteggiamento violento e omertoso è comunque ancora ravvisabile nelle famiglie islamiche, quando le figlie decidono di non portare il velo o di mettersi la minigonna: basterebbe ricordare la tragica vicenda di Hina, sgozzata dai familiari perché “vestiva all’occidentale ed era fidanzata con un italiano”.

“Ci sono convinzioni che sono radicate in noi, al di là del tempo, dello spazio e dell’ambiente, e, se provi a uccidere queste convinzioni, hai ucciso la persona, più che le idee. C’è qualcosa che sopravvive in te, nonostante tutto, e quello che resta è te stesso, il vero te stesso.”.

Arricchito da particolarità dialettali, si può affermare che Volevo i pantaloni è romanzo anche di denuncia, seppur realizzato con una scrittura leggera al limite del sarcasmo.

Denuncia di una situazione in cui una donna non dovrebbe mai trovarsi, arrivando a essere vittima anche di se stessa.

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