Pubblicato il: 10 dicembre 2019 alle 8:00 am

Cina: un’altra storia di repressione Una brutta realtà fatta di campi di concentramento, test nucleari e indottrinamento forzato per milioni di uiguri, la minoranza musulmana nello Xinjiang

di Danilo Gervaso.

Pechino, 10 Dicembre 2019 – Si è da poco spenta l’eco dei maltrattamenti subiti dagli studenti di Hong Kong che un’altra notizia appare sulla stampa estera – molto meno in Italia – che testimonia la tendenza fortemente repressiva del governo cinese: si tratta della persecuzione degli uiguri. Gli uiguri (o uyghur) sono una minoranza musulmana, appena lo 0,6% della popolazione in Cina, eppure sono vittime di persecuzione e repressione nello Xinjiang da ormai molto tempo.

L’attenzione ovviamente è nata da parte dei paesi a maggioranza musulmana come la Turchia, dove si sono rifugiati molti uiguri esuli.

Gli uiguri sono un’etnia turcofona e oggi di fede prevalentemente musulmana, la cui presenza nella regione dello Xinjiang è testimoniata già a partire dal II secolo a.C. Esistono tra loro tendenze separatiste a partire dagli anni 90, sempre fermate sul nascere dal governo cinese che aveva invito prontamente l’esercito.

La paura dei cinesi è quella che sotto l’apparenza della religione si celi il terrorismo islamico, per cui si agisce di conseguenza, mettendo in atto una serie di misure come processi sommari, arresti illegali, sentenze spesso arbitrarie, e perfino pene capitali.

Tutto questo con una sorta di silenzio-assenso sul piano internazionale, anzi, in qualche modo favorito dal clima generale di odio creatosi dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: allora la Cina, appoggiando gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, raggiunse un tacito accordo sul suo modo di gestire le sue azioni anti-separatiste, semplicemente etichettandole come lotta al terrorismo interno.

Nel 2017 è giunta la notizia secondo cui migliaia di uiguri erano detenuti in campi formalmente denominati “scuole per l’educazione professionale” o “scuole di addestramento contro l’estremismo”, dove non si possono invocare avvocati e si è costretti quotidianamente a manipolazioni e deprivazioni.

Ma non ci sono solo i campi di detenzione: per tutti il governo impone una sorveglianza costante, fatta anche di prelievi di campioni di sangue e di Dna, per censire gli uiguri e incolparli di qualsiasi delitto.

Anche la libertà di pensiero è limitata, poiché la maggior parte dei musulmani, anche al di fuori dai campi, è costretta a partecipare periodicamente a cerimonie di indottrinamento in onore del Partito comunista e, in un esercizio chiamato “Looking Back”, deve condannare pubblicamente come “fanatici” i propri familiari condannati per estremismo. Inoltre, con la scusa di far uscire le persone dal presunto stato di ignoranza e arretratezza in cui versano, vengono appositamente organizzati incontri per rieducare i membri della comunità islamica affinché si allontanino da quella fede e imparino i fondamenti del socialismo, nonché a parlare cinese mandarino.

Ma se gli uiguri oggi superano forse di poco i 10 milioni – appena lo 0,6% della popolazione in Cina – perché il governo di Pechino si accanisce proprio su di loro?

La risposta è, come sempre, legata al denaro: le riserve di gas naturale, carbone e altre risorse nello Xinjiang rappresentano oltre il 20% del potenziale energetico cinese.

I maltrattamenti non sono solo quelli che abbiamo riportato, i più noti: nella regione si trova l’unico sito cinese dove vengono svolti, dal 1959, test di armi nucleari, che avrebbero causato circa 190.000 morti per radiazioni (più che in ogni altra nazione), e le percentuali di malati di cancro risulterebbero essere di un terzo superiori rispetto alla media nazionale.

 

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