Pubblicato il: 12 dicembre 2019 alle 8:00 am

Possiamo fare a meno del calcio? Analisi di un comparto che in Italia vale 3 miliardi e mezzo di euro e che in Paesi come il Regno Unito dà lavoro a 100mila addetti

di Andrea D’Orta.

Roma, 12 Dicembre 2019 – E’ calato il sipario, già da tempo ormai, sul calcio nella sua accezione sentimentale. Lo sport più seguito al mondo, adesso, certifica il suo scettro con la frase “il potere sono io”, così come Luigi XIV affermava “lo Stato sono io”.

Una forza calamitante ed accentratrice, quella messa in scena dal Re Sole: un monarca assoluto che rappresentava, per la Francia, quello che il sole era – ed è tutt’ora – per il sistema solare, ossia il fulcro. Un ruolo di primissimo piano, uno status di potere centrale attorno al quale gravita ogni cosa. Tutto ciò non è altro che l’essenza – ed anche l’involucro, positivo o negativo a seconda dei punti di vista – del calcio moderno.

Il business del calcio italiano

Prosegue imperterrita, lungo lo Stivale, la scalata progressiva del Sistema Calcio: nel 2017-18, per la prima volta, il valore della produzione dei tre campionati professionistici  (Serie A, B e C) supera i 3,5 miliardi di euro, con una crescita pari al 6% sull’anno precedente. Dati che provengono dal Bilancio Integrato della Figc, giunto alla quarta edizione e relativo al 2018, presentato a Roma.

Numeri ingenti, incredibili se comparati ai diversi spunti di riflessione del pensiero comune: “Vale la pena sborsare danaro per ventidue “mercenari”? . Oppure: “Perché dobbiamo contribuire, nel nostro piccolo, a rafforzare le tasche del nostro presidente/imprenditore?” E così via. Con il medesimo fil rouge, tanti altri flussi di coscienza.

La grandezza del nostro quieto vivere, del resto, si concentra in particolar modo nella diversità di ragionamento e nelle conclusioni che ne fuoriescono. Ognuno di noi dà spazio ad eterogenee sfumature di pensiero, senza che la sinfonia delle nostre idee suoni come severi diktat. Il confronto è ricchezza, così come lo è la diversità.

L’aura del calcio professionistico italiano è, anch’essa, emblema di ricchezza. All’aumento del valore di produzione, fa da sponda la crescita dei costi della produzione del 7,1%. Si assiste, per giunta, ad un costante consolidamento del patrimonio netto dei club, il cui valore aggregato (sempre nel 2017-18) ha varcato la “modica” soglia di 490 milioni di euro; questa volta, in aumento del 36,9 % rispetto alla precedente stagione calcistica.

Insomma, il calcio e tutto ciò che ruota intorno ad esso, costituiscono il centro di gravità permanente di interessi economici e finanziari. E così, quell’ “inutile sport dove ventidue persone rincorrono una sfera ”diviene, quasi d’ incanto, la stella polare che guida l’attrazione(sportiva e non) degli italiani.

Un “mondo” (Premier League) da scoprire in fretta

Indagando un po’ sul modello inglese ed in particolare sull’indotto economico da esso generato, emergono una sfilza di numeri davvero interessanti: il campionato più seguito al mondo, non a caso, è divenuto membro attivo della comunità globale, presentando opportunità politiche e commerciali per il Regno Unito (3,3 miliardi di sterline, l’importo fornito dalla Lega e dai club al Tesoro britannico in tasse).

Di seguito elencati, altri dati esaustivi che ci consentono di percepire questo strapotere sia economico che sociale: 100.000 posti di lavoro sostenuti dalla Premier e dai suoi 20 club; 686.000 persone che hanno viaggiato nel Regno Unito per osservare da vicino un club inglese; 7,6 miliardi di sterline il valore aggiunto all’economia (GVA) della massima Lega britannica.

La Premier League ha raggiunto regolarmente target sempre più elevati, inerenti non solo ai ricavi dello stadio di proprietà, ma anche alle entrate della trasmissione tv: circa un miliardo di case di produzione televisiva, distese nella svariate tessere del puzzle globale, ha avuto accesso alla sua copertura. La massima serie calcistica dell’UK, inoltre, offre e supporta un’ampia gamma di programmi comunitari, con l’obiettivo – attraverso il binomio sport-istruzione – di ottimizzare scuole e comunità.

Solo nel 2016/17, infatti, oltre 500.000 giovani hanno preso parte ai programmi finanziati dalla Premier League. Anche le strutture calcistiche comunitarie – fornite tramite la Football Foundation – hanno visto l’assidua partecipazione di oltre un milione di persone. Dimostrazione tangibile, quest’ultima, di come si possano cambiare – con idee e programmazione – le carte in tavola, e di come il calcio non sia esclusivamente un’industria di soldi.

Onorevole Sistema Calcio italiano, segua questo benedetto modello inglese, non cincischi e non perda altro terreno. La strada per un futuro roseo è già tracciata.

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