Pubblicato il: 10 gennaio 2020 alle 7:00 am

Tutto il calcio minuto per minuto, così cambiò per sempre la storia della radio «Scusa Ameri, scusa Ciotti»: compie sessant’anni la trasmissione cult della Rai, vero fenomeno della storia sociale italiana. Per anni incollò milioni di tifosi alle radioline

di Giuseppe Picciano.

Roma, 10 Gennaio 2020 – L’attesa si faceva più angosciosa man mano che si avvicinava l’ora fatale dei secondi tempi. Alle 3 e mezza del pomeriggio avresti saputo finalmente cosa stava facendo la tua squadra del cuore. Cominciavi a guardare ossessivamente la gracchiante radiolina a transistor e pochi minuti prima dell’immancabile rito domenicale ti accertavi che la rotellina delle frequenze fosse sulla tacca giusta (magari la nonna l’aveva spostata per ascoltare le estrazioni del Lotto), che l’antenna avesse il migliore orientamento possibile e che, soprattutto, ci fossero le batterie.

Alle 3 e mezza del pomeriggio, fuori freddo e pioggia battente, avresti conosciuto i risultati, perché “Tutto il calcio minuto per minuto” non era una fonte, era “la fonte”. L’unica. Non c’era verso di sapere in anticipo com’erano andate le cose nei primi tempi salvo che andare allo stadio. Puntuale ecco le note battenti della sigla che sarebbe entrata nell’immaginario collettivo di milioni di italiani con la tromba di Herb Alpert e, un istante prima che A taste of honey giungesse al ritornello, ecco irrompere dallo studio centrale di Milano la voce calda e autorevole di Roberto Bortoluzzi. Quindi la raffica di risultati in sequenza sparati a bruciapelo da Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Claudio Ferretti, Alfredo Provenzali, fino a Ezio Luzzi, cantore ufficiale della Serie B… un tuffo al cuore in attesa della sentenza.

La trasmissione più longeva e amata da due generazioni di ascoltatori, plastica narrazione popolare di ciò che avveniva negli stadi italiani accendendo sogni e fantasie dei tifosi, compie sessant’anni. Era il 10 gennaio 1960 quando la Rai diede vita al programma di culto per iniziativa di Gugliemo Moretti. Tre campi collegati: Alessandria per Alessandria-Padova; Milano per Milan-Juventus e Bologna per Bologna-Napoli con le voci di Andrea Boscione, il grande Nicolò Carosio e un giovanissimo Enrico Ameri, suo erede. Alla conduzione un altrettanto giovane Roberto Bortoluzzi, sostituito dal 1987 da Massimo De Luca, fino ad Alfredo Provenzali, Luigi Coppola e Filippo Corsini.

La televisione era nata da appena sei anni ed era in bianco e nero, il secondo canale sarebbe arrivato l’anno successivo. Non c’erano posticipi, anticipi, dirette social tutti uguali: se si desiderava vedere i “riflessi filmati” (e non highlights) della partita principale bisognava aspettare fino alle 18, sperando che qualcuno non desse l’imbeccata sul risultato finale e sciupasse il gusto di vedere il secondo tempo in differita. “Tutto il calcio” era la colonna sonora delle domeniche degli italiani, contraltare, è il caso di dire, della domenica spirituale da dedicare alla famiglia. Non esistevano diritti tv, la Figc temeva che gli ascolti radiofonici sottraessero spettatori agli stadi. E a ragione, visto che le rivelazioni telefoniche testimoniarono gli ascolti record tra i 20 e i 25 milioni, per un campionato che si giocava tutto di domenica, tutto in contemporanea.

L’idea, Guglielmo Moretti l’aveva rubata alla Francia, dove il rugby era sport nazionale e la radio ne dava conto in diretta. Con Sergio Zavoli, inventore di altre trasmissioni simbolo di quella Rai, come il Processo alla Tappa, e Roberto Bortoluzzi, fece partire tra lo scetticismo la prima puntata a inizio del 1960. Qualcuno gli disse: a chi vuoi che interessi? E invece “Tutto il calcio” è ancora viva, senza mostrare segni di crisi e di identità nonostante lo strapotere delle televisioni e i campionati spezzatino. La trasmissione ha saputo resistere e rinnovarsi seguendo le partite di B confinate al sabato pomeriggio e aprendo al campionato femminile.

Di quell’epoca resta il segno dei grandi giornalisti che hanno animato le trasmissioni: colti, preparati, rispettosi dei colleghi, dei giocatori e degli ascoltatori. Autentici fuoriclasse, lontanissimi dagli estatici protagonisti del circo calcistico contemporaneo. «Di quel racconto del calcio, oggi credo che manchi l’educazione – dice Riccardo Cucchi, radiocronista dal 1982 al 2017 – intendo il rispetto di chi ascolta, dei calciatori o del direttore di gara. Ricordo una radiocronaca di Ciotti per un Roma-Samp in cui l’arbitro Lo Bello aveva combinato disastri. Lui non ne fece alcun cenno, ma chiuse dicendo: “Ha arbitrato il signor Concetto Lo Bello di fronte a 60 mila testimoni…”».

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