Pubblicato il: 15 gennaio 2020 alle 8:00 am

Territori di adulti, territori di bambini, la battaglia dello spazio nella tendenza a vietare luoghi pubblici ai minori Il bambino occupa un posto sempre più importante nella nostra società, eppure sempre meno posti sono accessibili a lui

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 15 Gennaio 2020 – Una giornalista francese, Béatrice Kammerer, ha raccontato la sua esperienza: qualche anno fa, in una sala da tè nel centro di Lione, lei e la sua compagna sorseggiavano una cioccolata con il loro bambino di 2 anni. Un gruppo di uomini era in piedi vicino a loro, abiti impeccabili, sembravano parlare di affari. La logorrea del bambino li disturbava: “li sentivo sbuffare ad ogni intonazione leggermente acuta”. E poi arriva l’irreparabile: un bicchiere d’acqua fuoriesce da piccole mani goffe, cade a terra e si rompe. Gli uomini sono veramente indignati. Le due donne, piene di vergogna, si scusano ed escono in tutta fretta.

Una scena banale, normale anche, al punto che dimentichiamo quanto sia paradossale: come è possibile che, in una società in cui il bambino è al centro dell’attenzione, perché richiede cure, oggetti, interlocutori specifici in ogni momento della sua esistenza, protezione, ecc. è considerato così indesiderabile nello spazio pubblico?

Di recente un argomento ha agitato gli Stati Uniti, il movimento “Non sono ammessi bambini”: un cartello sulla porta dell’Olde Salty’s Restaurant, nella Carolina del Nord, ad esempio, riporta: “I bambini che piangono non saranno tollerati”. O quello della scorsa estate al McDain, ristorante a Monroeville, Pennsylvania, che ha vietato l’accesso ai bambini sotto i 6 anni. In alcuni luoghi pubblici degli Stati Uniti, e ora, come riporta il sito web LHôtellerieRestauration.fr., anche in Europa, Hotel di lusso, negozi biologici e persino alcuni cinema, treni, aerei o agenzie di viaggio stanno iniziando a vietare l’ingresso ai bambini: alberghi “solo per adulti”, spiagge oltre i 18… luoghi dove i bambini disturbano. Nei cataloghi e nei siti Web di viaggio è possibile trovare hotel in cui non sono ammessi bambini di età inferiore ai 16 anni.

In alcuni cartelli o siti web non c’è proprio un segnale di divieto, ma frasi che lasciano intendere: “I bambini di età superiore ai 16 anni sono i benvenuti”, “Hotel riservato agli adulti”, “Un ambiente idilliaco per le coppie” e come ci sono molti hotel destinati alle famiglie, ora ci sono hotel vietati ai bambini, la maggior parte a Mauritius, in Grecia, in Spagna, nella Repubblica Dominicana, in Tunisia o in Turchia, generalmente hotel di charme o di lusso che mettono in risalto la calma, la tranquillità e il romanticismo della destinazione. La tendenza esiste da diversi anni, ma sembra affermarsi.

Ora anche in Italia si assiste a “inviti” del genere sulle porte di hotel e ristoranti, e fioriscono aneddoti letti, visti o ascoltati su questo argomento. È come se i bambini non fossero più di moda, o meglio, l’attuale tendenza è “senza figli”.

Ma perché i bambini a volte danno così tanto fastidio?

Abbiamo già i luoghi vietati agli animali. Certo, c’è il problema dell’igiene, in determinati luoghi: ospedali, ristoranti… tanti posti in cui i peli e gli escrementi non sono davvero i benvenuti.

Ma i bambini? Privi di peli e (il più delle volte) puliti, a volte disturbano. Come? Un bambino ride, piange… vive. I bambini sono pieni di vita: corrono, giocano, a volte si arrabbiano. Quando provano un’emozione, la sperimentano pienamente. E questo disturba sempre di più. In un mondo in cui esprimere le proprie emozioni è malvisto e in cui gli occhi degli altri creano il caos, è difficile imparare a crescere serenamente.

Esiste tuttavia l’eccesso che spinge alcuni genitori a lasciar fare tutto ai loro figli in luoghi pubblici, con i camerieri che tentano di arginare le scorribande dei piccoli clienti, che corrono nelle cucine, giocano in bagno, lasciano scorrere l’acqua, passano da un tavolo all’altro, fanno capricci, lanciano cibo, si mettono in pericolo.

Forse se c’è una deriva da una parte, è anche perché c’è stata una deriva dall’altra. Forse. Ma possiamo considerare queste offerte come discriminanti? È legale vietare un hotel o un ristorante ai bambini?

Il concetto non è nuovo, ma è in costante sviluppo: stiamo vedendo ristoranti vietati ai bambini, hotel vietati ai bambini, o persino compartimenti aerei garantiti senza bambini… I clienti aspirano a calmarsi e sapere di non dover soffrire della dose irriducibile di imprevisto che genera la presenza di un piccolissimo, mentre i gestori ne approfittano per far pagare di più un servizio che non costa loro nulla.

Nelle nostre case il territorio del bambino è stato a poco a poco conquistato nei primi anni del XX secolo nelle famiglie borghesi, quando compare la “stanza dei bambini”, e poco a poco il bambino si è guadagnato territorio anche negli spazi pubblici, con la creazione di parchi-gioco. Di fatto, però, lo sviluppo del traffico automobilistico limita l’uso delle strade per il gioco: esistono ancora aree non specializzate in cui è possibile giocare, ma spesso sono lontane da dove vivono i bambini, paesi, periferie. Le città non offrono più spazi liberi da “conquistare”, e così le aree di gioco sono confinate in luoghi dotati di attrezzature ritenute idonee, sotto il controllo degli adulti che l’hanno progettato, senza più possibilità di sperimentare la sua fantasia.

E se nello spazio degli adulti la voce di un bambino è indesiderabile, che diremmo di un vecchio? I movimenti di un autistico? L’odore di un clochard? Risate folli di adolescenti? Una sedia a rotelle ingombrante?

Perché i cani e gli ebrei non possono entrare, babbo?

‘Gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Ognuno fa quello che gli pare, Giosuè. Là c’è un negozio, un ferramenta, dove non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli. E là c’è un farmacista, ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dice: si può entrare? No, qui cinesi e canguro non ce li vogliamo. Eh, gli sono antipatici, che vuoi fare?’.

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