Pubblicato il: 19 gennaio 2020 alle 8:00 am

Ricordi, di madre in figlia Un tempo il corredo era una voce importante del matrimonio, e la consegna prevedeva (al sud) un preciso rituale

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 19 Gennaio 2020 – In epoche passate, lo sposo non doveva sostenere spese per l’abbigliamento della moglie per tutto il primo anno di matrimonio e quindi la famiglia di lei forniva gli abiti, biancheria e accessori.

Nel ‘700, per una sposa di sangue blu, erano indispensabili 85 paia di guanti, tra corti e lunghi. Elisabetta di Baviera, la famosa Principessa Sissi, quando sposò Francesco Giuseppe d’Austria venne criticata perché aveva un corredo misero: 20 dozzine di paia di guanti, 14 dozzine di paia di calze e 113 paia di scarpe

Un tempo il corredo era una voce importante del matrimonio, a cui la madre della sposa si dedicava sin dai primi anni di vita della figlia. Biancheria tutta lavorata e ricamata a mano, spesso dalla stessa fidanzata: veri capolavori artigianali, che facevano parte della dote. La preparazione del corredo, cioè l’insieme dei capi di biancheria e vestiario che una sposa portava con sé nel momento delle nozze, occupava un secolo fa tutta l’infanzia e l’adolescenza di una ragazza.

C’erano tovaglie da tavola, lenzuola matrimoniali, asciugamani di lino, scialli, grembiuli, vestiti, ma anche mutande, reggiseni, sottana e camicia da notte. Ad eccezione delle persone più povere, il corredo base era composto da 12 pezzi per ogni capo di biancheria (corredo a 12); le lenzuola erano orlate a punto a giorno, ricamate e lavorate a traforo, pazientemente cifrate dalla mano della ragazza o da qualche più esperta ricamatrice, in cotone, tela o, chi poteva, in prezioso bisso di fiandra, o in lino con intarsi o ricami, tovaglioli orlati a mano e impreziositi dall’iniziale di lei sapientemente intrecciata, eventualmente, a quella di lui. E poi canovacci, tovaglie da cucina, coperte, copriletto, tendaggi, salviette in semplice cotone e, più ricercate, in fiandra dalla frangia preziosa o nella stupenda seta di San Leucio.

La quantità dipendeva dalla situazione economica, ma tutte ci tenevano a fare bella figura. Talvolta le famiglie non esitavano ad indebitarsi pur di preparare un adeguato corredo alle loro figlie per non farle sfigurare con la famiglia dello sposo ma anche con tutto il paese, molto attento e curioso davanti a questo tipo di preparativi.

Chi voleva esagerare preparava il corredo da 40 (tutti i capi di biancheria erano 40 o la metà di questo numero), ma le famiglie più abbienti non esitavano a far corredi “da 60” o più, testimoniando così il loro status socio-economico.

Ai tempi dei nostri nonni, otto giorni prima del matrimonio, in casa della futura sposa, si faceva un banchetto, una specie di addio al nubilato, a cui partecipavano i parenti più intimi.

Nello stesso periodo, essa metteva in bella mostra “la biancheria esposta” (tutto il suo corredo di sposa) per tre giorni. In quell’occasione gli invitati alle nozze portavano i regali e ammiravano la biancheria; la tradizione vigeva ancora una trentina di anni fa – ma non sono certa dell’estinzione – in alcune zone di campagna dell’entroterra e del sud del nostro Paese, con differenze peculiari a seconda della regione e persino del singolo paesino. In questo modo le zie, le vicine e i parenti dello sposo potevano prendere atto dell’investimento economico fronteggiato dalla famiglia della sposa.

Alcuni capi, fra i più pregiati per qualità e motivi ornamentali, spesso non si usavano tutti i giorni e nemmeno in occasioni speciali come cerimonie, parti, ma solo quando si aspettava la visita del medico o di qualche ospite; in quell’occasione, l’asciugamano si appendeva (quasi in bella mostra) al bacile di ferro battuto. In un passato abbastanza remoto la biancheria veniva valutata, ai fini della dote, da due donne di fiducia ed elencata in una “minuta”, un’usanza medievale. Per riporre tutta la biancheria si prevedeva un baule di legno, o una più umile cassapanca.

I più poveri, non avendo i soldi per il corredo e per lo sposalizio, adottavano il sistema sbrigativo della “fuitina“, cioè scappavano di nascosto (si fa per dire) dei genitori; dopo, seguiva il matrimonio riparatore senza festa.

All’arrivo della “robba” nella nuova casa preparata, in alcune zone del sud Italia, in genere la suocera o un’altra parente anziana bruciava grani di incenso su un braciere per augurio e per allontanare il malocchio e metteva in esposizione il “criscito” (cioè il lievito naturale del pane) per augurare che quella roba potesse crescere ed aumentare nel corso degli anni come il lievito fa nella pasta di pane.

Molte “suocere” erano puntigliose e, per loro, tutto dipendeva dalla quantità numerica di ogni capo del corredo.

La convivenza che quasi tutti i giovani intraprendono al giorno d’oggi ha portato a un uso anticipato del corredo nuziale, ovvero tutto il necessario per iniziare a vivere in autonomia con il proprio partner. Non si parla più di “pacchetto completo” consegnato in un preciso momento, perché tanto poi se ci si sposa davvero c’è la lista nozze, dove si può chiedere tutto, dal viaggio all’aspirapolvere, lavasciuga, robot da cucina e da pavimento e tutte quelle invenzioni tecnologiche che permettono di tenere la casa pulita, di risparmiare tempo e, nel migliore dei casi, anche energia. Inoltre, se si pensa allo spazio e della manutenzione che una simile quantità di tessuti richiede, molte case non avrebbero armadi abbastanza capienti per raccogliere, senza sciuparla, tutta questa preziosa biancheria né tempo per curarla accuratamente, per cui si opta per soluzioni pratiche e che richiedano poco impegno.

Se vi ritrovate un bel corredo ma non amate il genere, sappiate che potete donarlo a comunità o, se particolarmente pregiato, venderlo su apposite aste. Teniamo per noi un bel pezzo che abbia il suo particolare valore affettivo, una stoffa da accarezzare per ricordare le mani che l’hanno ricamata, piegata, stirata, magari pensando a noi.

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