Pubblicato il: 20 gennaio 2020 alle 8:15 am

100 anni di Fellini, genio e passione Un ricordo del grande regista nel centenario della nascita

di Caterina Slovak.

Roma, 20 Gennaio 2020 – “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio” diceva Federico Fellini, e le sue creazioni sono state grandiose, memorabili, osannate e studiate ancora in Italia e nel mondo.

Come uno dei più grandi Maestri del cinema sarà celebrato quest’anno in cui ricorre il centenario della nascita (a Rimini, il 20 gennaio) e il 27esimo della scomparsa, il 31 ottobre 1993, un anniversario doppio, in un anno interamente dedicato a lui, contrassegnato in particolare dall’apertura nella sua Rimini del Museo internazionale dedicato alla sua opera. Ma tutta l’Italia si prepara a celebrare il grande regista con innumerevoli istallazioni.

La madre Ida è casalinga, il padre Urbano è un rappresentante di commercio, e di più non sappiamo, poiché l’infanzia tranquilla del grande regista è stata resa leggendaria dai suoi stessi racconti, a metà tra finzione e realtà: ha raccontato di una fuga per seguire i clown del circo, una serie di vagabondaggi insieme alle compagnie degli artisti di varietà e altri episodi molto suggestivi, ma forse non del tutto veri. Di certo c’è che Federico frequenta il liceo classico della città e inizia fin da ragazzino a lavorare come caricaturista per il gestore del cinema Fulgor, che gli commissiona i ritratti degli attori più famosi per appenderli in sala.

Le caricature le fa anche ai turisti in vacanza, poi comincia a collaborare come vignettista per alcune riviste e subito dopo il diploma, si trasferisce a Roma con la scusa di iscriversi all’Università, iniziando a lavorare stabilmente per il Marc’Aurelio.

In questi anni Fellini frequenta assiduamente il mondo dell’avanspettacolo e della radio e scrive copioni, collaborando con Aldo Fabrizi, Erminio Macario e Marcello Marchesi.

Nel 1943 incontra una giovane attrice, Giulietta Masina, che alla radio interpreta Pallina, personaggio ideato proprio da Federico, nella commedia ‘Le avventure di Cico e Pallina’. Per lui è un colpo di fulmine, per lei no. Giulietta ha 21 anni, è iscritta alla Sapienza e fa teatro. Fellini di anni ne ha ventidue e sogna di diventare giornalista, poi di dirigere un film tutto suo. I due si sposano nell’ottobre dello stesso anno e restano insieme per tutta la vita, non senza moltissime parentesi di infedeltà. “La più grande unità sociale del Paese – diceva – è la famiglia. O due famiglie: quella regolare e quella irregolare”.

Che Fellini avesse il vizio delle donne non è un segreto per nessuno: oltre a Giulietta Masina, moglie e tenera compagna di vita, sono noti i suoi legami con la farmacista Anna Giovannini, che lo salvò dalla depressione, con la scrittrice Germaine Greer, con le sue icone Sandra Milo e Anita Eckberg, solo per citarne alcune. Giulietta gli sarà sempre accanto. Così descrive Fellini il loro incontro: «Il nostro primo incontro io non me lo ricordo, perché in realtà io sono nato il giorno in cui ho visto Giulietta per la prima volta!». La moglie diventerà protagonista di molti suoi film: dalla trasognata e buffa Gelsomina de La strada (1954) all’ingenua prostituta nelle Notti di Cabiria (1957). Anche durante la premiazione, sei mesi prima di morire, Fellini dedica l’Oscar alla carriera a sua moglie: “E’ lei che devo ringraziare!”.

Nel cinema collabora con Rossellini, Germi e Lattuada, ma è nel 1952 che presenta al Festival di Venezia il suo primo film, Lo sceicco bianco, che viene ingiustamente snobbato dal pubblico e dalla critica, ma l’anno successivo con I vitelloni, conquista il Leone d’Oro. E’ il film dei ricordi dell’infanzia riminese e di personaggi stravaganti, per il quale viene conosciuto e acclamato anche all’estero. La strada, uno dei suoi film più teneri e poetici, gli regala il primo premio Oscar, bissato da Le notti di Cabiria.

Il capolavoro unanimemente riconosciuto è però La dolce vita (1959), Palma d’oro al Festival di Cannes, un film completamente destrutturato, innovatore. Se l’Italia è diventata per tutto il mondo il paese della Dolce Vita lo si deve al suo sguardo unico e inconfondibile, che ha connotato un’epoca, un preciso periodo storico dell’Italia compreso tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, e, in modo particolare, le tendenze emerse in quel periodo nella città di Roma, vera e propria capitale del “vizio”.

8 e mezzo (1963), molto amato negli Stati Uniti, è considerato uno dei massimi contributi al rinnovamento della drammaturgia tradizionale, ancora premio Oscar per il miglior film straniero e per i costumi- il quarto sarà Amarcord (1973), straordinario viaggio nei ricordi e nella provincia riminese degli anni Trenta.

Gli ultimi film sono più amari, come Casanova, Prova d’orchestra, La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred, e l’intenso La voce della luna.

Divertito dall’aggettivo felliniano, che era stato coniato in America apposta per lui, diceva: “Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato”

Pochissimi artisti sono riusciti a rappresentare l’intera storia del nostro Paese come ha fatto Fellini. Un artista che attraverso il cinema è riuscito a inventare un mondo intero, creando un immaginario capace non solo di raccontare la propria generazione – quella di chi ha vissuto le più importanti tappe del Novecento, ma anche di entrare in contatto con quelle successive. Fellini ci ha mostrato come, viaggiando a ritroso nel tempo, si possono trovare magici suggerimenti per comprendere il presente. La sua eredità è ancora dinamica e viva nel linguaggio artistico e creativo dei suoi film, pieni di quella che lui amava definire “l’infinita passione per la vita”.

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