Pubblicato il: 1 febbraio 2020 alle 8:00 am

Il “pomo d’amore”, quel sogno di Giuseppe Torrente diventato solida realtà imprenditoriale Oggi l’azienda di Sant’Antonio Abate è tra i primi marchi conservieri italiani con clienti in tutto il mondo. Dal 1960, tre generazioni si tramandano tradizione e ritualità applicate ai più moderni sistemi di lavorazione del pomodoro. Con la passione di sempre

di Marzio Di Mezza.

Sant’Antonio Abate (Na), 1 Febbraio 2020 – Da Re Sole a Pablo Neruda, l’amore per il pomodoro ha conosciuto momenti altissimi di poesia, ammirazione estetica, filosofia.

Un amore sviscerato in tutte le lingue. “Pumu d’amuri, viene chiamato in Sicilia. Un amore che lo ha reso protagonista nella nostra quotidianità, a tavola come al cinema. Proprio qualche tempo fa, in occasione dei funerali di Luciano De Crescenzo, mi è tornata in mente una scena di “Così parlò Bellavista”, quando tutta la famiglia si riunisce per la tradizionale preparazione delle bottiglie.

“Per fare le bottiglie di pomodoro in casa ci vuole pazienza – dice la signora Bellavista -. Chi non tiene pazienza le bottiglie non le può fare”. Il rito, che coinvolge tutti e con grande partecipazione come in una cerimonia religiosa, si conclude avvolgendo ogni bottiglia, prima di riporla delicatamente nel pentolone per la bollitura, in un foglio di giornale, perché, spiega la signora, “la carta dei settimanali non è buona, perché è sottile ma è tosta”.

E’ quella stessa ritualità, applicata ai più moderni e innovativi sistemi di meccanizzazione, che ho trovato visitando gli stabilimenti La Torrente a Sant’Antonio Abate. Una ritualità che si è tramandata per tre generazioni, con la medesima passione che animava Giuseppe Torrente più di 60 anni fa. Con quella stessa cura maniacale per i dettagli. L’identica scrupolosa artigianalità.

Giuseppe e Nanuccia

Quella di Giuseppe Torrente oggi verrebbe definita case history. Una storia, la sua, che starebbe bene nei libri che parlano di imprenditori di successo, quei manuali in uso ad aspiranti manager per convincerli a osare per raggiungere un traguardo, anche partendo da posizioni e condizioni sfavorevoli.

Nonno Giuseppe era un sognatore. E come tutti i sognatori aveva una spinta in più. Qualcosa che infondeva in lui sicurezza; un pensiero positivo che lo accompagnava ogni giorno rendendo meno pesante il contatto con la realtà in un momento storico difficile e in un territorio che era distante dai grandi centri urbani, dai flussi di capitali e dai primi segnali di crescita di un Paese che aveva voglia di ripartire.

Il suo sogno, in quegli anni che vanno dal 1955 al 1960, quando lavorava come vigilante nelle campagne del paese, era uno stabilimento tutto suo a Sant’Antonio Abate. “Devo fare la fabbrica”: era questo il suo chiodo fisso. E ne parlava sempre, anche in quelle poche ore di pausa che si concedeva con qualche amico al bar del paese.

Nonna Annunziata, Nunzia o Nanuccia per la famiglia, invece, era figlia di commercianti di Sant’Antonio già impegnati nella commercializzazione di prodotti agricoli. La determinazione di Giuseppe, il coinvolgimento amorevole di Nunzia, l’aiuto fattivo dei figli contribuirono a far prendere forma a quel sogno.

Tutto iniziò con una piccola produzione di bottiglie di pomodori, che lo stesso Giuseppe portava a Napoli ad alcune famiglie facoltose, caricandole su un Moto Guzzi Ercole.

Doveva esserci già qualcosa di speciale in quelle bottiglie, perché in breve tempo e grazie a un rapido passaparola, la richiesta aumentò e fu necessario passare a un mezzo di trasporto più grande: un Fiat 615.

Quel 1965

I figli Filippo e Salvatore erano sempre più coinvolti, aiutando sia nei campi sia nella fase di trasporto. Più tardi anche nella produzione, intervenendo nei processi di meccanizzazione. «Mi sembra di sentire ancora la voce di mia madre Annunziata che ci chiamava dalla cucina, dolce e severa al tempo stesso – racconta Filippo Torrente -. Io e mio fratello Salvatore, combattendo contro il sonno, ci vestivamo in tutta fretta per il giorno più atteso di ogni estate, quello dei pomodori. L’aria fresca del primo mattino e il sorriso di nostro padre Giuseppe che ci faceva salire sul cassone del camioncino, insieme alle cassette, restano tra i ricordi più belli della mia vita. Il viaggio verso la campagna era breve, ma per noi sembrava interminabile. Non vedevamo l’ora di aiutare papà e tutti gli altri grandi a raccogliere i pomodori che occhieggiavano dal verde delle piantagioni».

Il 1965 è una data importante per la famiglia Torrente. Si realizza finalmente il sogno di Giuseppe e nasce così quella che diventerà una delle più importanti industrie di conserve alimentari del sud Italia: La ditta individuale La Torrente di Mascolo Annunziata che nell’80 diventò La Torrente S.r.l.

L’utilizzo della bottiglia di birra per conservare la passata di pomodoro fu probabilmente la prima intuizione eco-friendly di quegli anni. «Questa scelta fu fatta perché era un sistema efficace ed economico – spiegano Filippo e Salvatore -. Efficace perché il vetro, chimicamente inerte, permetteva di non aggiungere conservanti, poi, grazie al colore ambrato, il pomodoro era protetto dalla luce e durava di più. Economico perché il riutilizzo di bottiglie di birra abbatteva considerevolmente i costi di produzione. Inoltre, il formato da 66 cl era ottimale per il consumo familiare».

Così, antesignani del riutilizzo, Giuseppe e Annunziata Torrente hanno reso una piccola bottiglia di vetro una vera e propria macchina del tempo, capace di conservare negli anni vantaggi e valori validi anche oggi più che mai.

L’obiettivo non è il business fine a se stesso. Infatti Giuseppe e Nanuccia rinunciano a grosse commesse a marchio terzi per puntare a crescere con il proprio marchio. Una scelta che li premia perché la crescita arriva: gradualmente ma in maniera costante.

Negli anni ’70, grazie anche all’introduzione dei contenitori di latta e alla prima meccanizzazione, l’azienda produce e inscatola 15.000 quintali di pomodori. Che diventano 30mila negli anni ’80 e 70mila negli anni ’90, quando la produzione copre tutto il sud Italia, e al primo stabilimento di circa 10mila metri quadrati se ne aggiunge un secondo.

La terza generazione

Oggi la realtà ha superato il sogno. C’è la terza generazione che si dà da fare per sostenere gli impegni e i sacrifici di nonni e genitori (i figli di Filippo, Salvatore e Maria oggi sono impegnati nell’azienda: Giuseppe e Gaetano; Giuseppe e Francesco; Andrea).

Anche grazie a loro La Torrente è tra le principali aziende conserviere italiane, con circa 130 referenze, 600 mila quintali di produzione, una distribuzione capillare in tutta la penisola e una grande attenzione all’estero, con mercati di riferimento come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito. Un buon riscontro, inoltre, arriva dai paesi asiatici; perfino in un mercato molto esigente come il Giappone dove si registra una crescita annua del 5%.

A pochi chilometri dai primi due stabilimenti si sta costruendo il terzo con l’obiettivo dichiarato di far crescere i numeri fino a raddoppiarli in 5 anni.

Il settore

Giuseppe Torrente, figlio di Filippo, si occupa del Marketing del gruppo. E’ lui a spiegarmi le dinamiche dell’azienda, operando interessanti incursioni nelle vicende dell’agroalimentare italiano. «Tutti i settori oggi sono un po’ in difficoltà – dice -. Chi non è pronto rimane fuori. Nell’agroalimentare, invece, c’è ancora tanto da fare, non è un settore in declino né a rischio. Va seguito e sviluppato con l’innovazione. E va ascoltato il pubblico, perché non è l’azienda che impone il prodotto».

Il comparto del pomodoro da industria rappresenta un settore strategico per l’agroindustria italiana sia per le quantità lavorate – l’Italia è, infatti, il secondo trasformatore al mondo di pomodoro dopo gli USA e rappresenta il 13,6% della produzione mondiale e il 49% di quella europea – che per i volumi di fatturato, pari a oltre 3,3 miliardi di Euro di fatturato industriale (con una quota di export di1,7 miliardi di euro) cui vanno aggiunti circa 500 milioni di Euro di fatturato del settore agricolo. Nel 2018 in Italia – a fronte di circa 60.600 ettari messi a coltura – sono state trasformate 4,65 milioni di tonnellate di pomodoro.

Per la sua grande vocazione all’export, inoltre, l’Italia, nonostante il calo dei consumi interni, è il primo Paese esportatore di derivati del pomodoro che rappresentano l’emblema della cucina italiana nel mondo. Nel 2018 si è registrata una crescita dell’export del 2,5% in volume e dell’1,6% in valore.

Ma è proprio quando un settore è così vivo che bisogna individuare le migliori strade per distinguersi. E non è un’operazione semplice.

«Il punto di forza – osserva il responsabile marketing, Giuseppe Torrente – è dato dalla dinamicità e la propensione all’ascolto del cliente finale. La personalizzazione è una delle armi vincenti».

Quei pomodorini del Fortore

C’è stato un momento in cui la produzione di pomodori ha subito una brusca frenata. Il clima, le mutate situazioni del comparto, hanno creato non poche difficoltà all’industria conserviera. Accadde in quelle settimane, diversi anni fa, che Filippo Torrente girando per campi e paeselli della regione, salì fino al Fortore, territorio collinare montuoso della provincia di Benevento ai confini con la Puglia, caratterizzato da una natura a tratti selvaggia, sfuggente e impervia. E, facendo conoscenza con un contadino del luogo assaggiò alcuni dei pomodorini del suo orto. Rimase colpito dalla esplosione di sapori e dal particolare equilibrio tra dolcezza e acidità di quelle bacche. Ne acquistò un discreto quantitativo con lo scopo di fare un test in azienda. Il risultato fu eccezionale e fu l’avvio di una nuova linea e anche di una nuova collaborazione. I “Datterini del Fortore”, sono oggi uno dei prodotti più apprezzati de La Torrente.

 

Il Rosso e non solo

L’azienda oggi può contare su 4 marchi: La Torrente, Belpomo, Nanù, don Peppe. Marchi sia commerciali che gourmet, tutti, comunque, con standard qualitativi molto alti. Commercialmente vengono distinti in: Linea Rossa, Linea Legumi, Catering, PomoBio, Gli Speciali e i Sughi Pronti.

Tutto il “rosso” è autoprodotto. Zone di produzione sono il casertano, la provincia di Benevento e la Puglia. Funghi e legumi vengono commercializzati dopo essere stati scelti da un’accurata selezione.

C’è un piccolo motivo di orgoglio anche sulla produzione e commercializzazione di un prodotto tipicamente campano: il friariello. Infatti la famiglia Torrente ha trovato un sistema per eliminare la presenza di acido citrico intervenendo sul trattamento termico, senza far perdere all’ortaggio le sue caratteristiche organolettiche.

I Friarielli La Torrente sono stati lanciati quest’anno insieme alle nuove salse realizzate con cipolle di Tropea e pomodorini speciali (del piennolo vesuviano, corbarini, ecc.). Salse dense, profumate, con una varietà di gusti e vivacità. Una linea di sicuro successo che, tuttavia, non è l’unica novità.

Vi sono altri progetti in cantiere. Come quello degli imballaggi ecosostenibili: sostituire, cioè, con la carta tutto ciò che è avvolto nella plastica.

Insisto sul tema della qualità. Visto che è uno dei punti di forza dell’azienda. E chiedo a Giuseppe: Tutte le aziende ne parlano, ma cosa si intende? Voi cosa intendete? «Per noi è anche aspetto etico, sociale – risponde -. Per i consumatori è importante anche sapere se il caffè che sorseggiano viene da chicchi raccolti da bambini sfruttati, se il sugo portato in tavola viene da pomodori raccolti da immigrati maltrattati e sottopagati. Ecco perché – mi spiega – abbiamo deciso di costituire un Consorzio di aziende con codice etico. La difficoltà è data certamente dall’incidenza dei costi che non tutti riescono a sopportare. Poi, per noi, qualità vuol dire anche continuare ad assaggiare i pomodori prima di decidere se potranno diventare o meno un nostro prodotto. E’ uno di quegli standard che non trovi scritto da nessuna parte ma che fanno parte del Dna della nostra azienda».

Più o meno quello che diceva il professore Bellavista alla figlia quando gli chiedeva: “Io non capisco perché in questa casa non dovete comprare i pomodori in scatola come fanno tutte le persone civili!”. “Perché sono pomodori che non abbiamo conosciuto di persona!”, era la sua risposta.

neifatti.it ©