Pubblicato il: 5 febbraio 2020 alle 7:00 am

La lunga strada verso il voto: storia di un diritto per nulla scontato 75 anni di voto alle donne in Italia

di Marina Monti.

Roma, 5 Febbraio 2020 – Durante la rivoluzione francese viene sancita per la prima volta l’uguaglianza di tutti gli uomini: da quel momento il suffragio universale permetterà a tutti gli uomini di votare. Ma non alle donne, che pure avevano partecipato al movimento rivoluzionario. Nel 1791, la scrittrice Olympe de Gouges redige una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina sostenendo che “La donna nasce libera e ha uguali diritti all’uomo” e reclamando quindi anche il diritto di voto. Figura rivoluzionaria per la sua epoca, divorzia, mantiene il suo cognome e si risposa. Olympe finisce ghigliottinata. Ma la sua tenacia e determinazione sono di grande ispirazione in tutta Europa dove, a seguito della sua morte, nascono movimenti femminili per i diritti delle donne.

Prima nel mondo era stata la Nuova Zelanda, in cui il suffragio femminile è ottenuto nel 1893. E’ poi il turno di Norvegia e Finlandia.

Il movimento che da grande risalto alla lotta per il voto fu senza dubbio quello delle Suffragette, al quale aderiscono le donne che si battono per l’emancipazione femminile e per il diritto di voto. Nel Regno Unito i primi risultati arrivano nel 1832, quando, con una riforma, alle donne è concesso il diritto di voto, anche se solo nelle elezioni locali. Nel 1928  il suffragio è esteso a tutte le donne inglesi.

Molto diverso il discorso per l’Italia. Del voto alle donne si comincia a parlare a partire all’indomani dell’unificazione, nel 1861, quando la legge elettorale del Piemonte è estesa a tutto il Regno, concedendo il diritto di voto ai cittadini di sesso maschile di almeno 25 anni che sappiano leggere e scrivere, che godono dei diritti civili e politici e che pagino un censo di imposte dirette non inferiore alle 40 lire.

Solo nel 1912, una nuova legge elettorale, promulgata da Giolitti, avrebbe concesso agli analfabeti il diritto di voto.

E se i primi movimenti di emancipazione datano ai primi anni del 1900, è solo dopo l il secondo conflitto mondiale che, con il decreto legislativo del 10 marzo 1946 il consiglio dei ministri estende il voto anche alle donne che abbiano compiuto la maggiore età (all’epoca 21 anni). E’ un riconoscimento alle tantissime impegnate nella Resistenza, come le “gappiste”, partigiane combattenti che attaccano il nemico con le armi in pugno al pari degli uomini; o come “staffette”, che trasportano informazioni tra i vari reparti partigiani. Molte altre sono impegnate nella “resistenza civile”: offrono sostegno, diffondono materiale propagandistico, nascondono ebrei, oppositori, fuggiaschi e partigiani, svolgono ruoli di mediazione o si prodigano per ottenere il rilascio di prigionieri politici. Per di più, si organizzano: nascono i Gruppi di difesa della donna (1943), l’Unione delle donne italiane e il Centro italiano femminile (1944). Nasce infine un Comitato pro voto.

Così il 1 febbraio 1945, in un’Italia ancora parzialmente occupata dai nazisti a nord e invasa dagli angloamericani a sud, il governo presieduto da Ivanoe Bonomi decide di emanare il decreto legislativo luogotenenziale n.23: finalmente le donne potranno votare. La prima concreta occasione arriva un anno dopo, il 10 marzo 1946, con le elezioni amministrative per la ricostituzione dei comuni. Le elettrici rispondono in massa e l’affluenza femminile alle urne supera l’89%. Oltretutto, non solo le donne votano, ma sono anche votate: circa 2.000 candidate conquistano un seggio nei nuovi consigli comunali.

Finché arriva il giorno del referendum del 2 giugno 1946: si deve scegliere tra monarchia e repubblica, e votare contemporaneamente i rappresentanti all’assemblea costituente che discuterà la nuova carta costituzionale italiana. Riescono a essere elette alla Costituente 21 donne, poche forse ma già tantissime per ciò che rappresentano. Tra loro Nilde Iotti e Angelina Merlin, che entrano anche a far parte della Commissione dei 75 incaricata di redigere la nostra Costituzione.

Ma non ovunque nel mondo il voto, per uomini e donne, è un diritto, ad esempio in Corea del Nord, Eritrea, Turkmenistan, giusto per citarne alcuni. Il Sultanato del Brunei ha abolito il suffragio universale (maschile e femminile) nel 1962, e in Libano l’accesso al voto alle donne è opzionale e consentito solo a fronte di un sufficiente grado di istruzione. Il suffragio universale è stato approvato solo recentemente in Arabia Saudita, ad esempio, dove le donne possono votare solo dal 2015, in Oman dal 2003, in Bahrein dal 2002, nel Kuwait dal 2005 e negli Emirati Arabi dal 2006.

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