Pubblicato il: 12 febbraio 2020 alle 7:51 am

Com’è cambiata la giustizia: dal monito di Beccaria sulla pena di morte alla sfrontatezza di certi imputati ‘star’ L’abolizione della sanzione capitale è stata una conquista di civiltà, perché si considerava più congrua l’espiazione in carcere. Tuttavia l’atteggiamento di taluni incriminati riapre la riflessione sulla certezza della punizione

di Giosuè Battaglia.

Roma, 12 Febbraio 2020 – I tanti scenari quotidiani ci offrono sempre di più motivi di riflessione sui tanti accadimenti che ci circondano e sovrastano la nostra esistenza in un tempo che non conosce soste. E’ vero che ognuno di noi non ha tempo per fermarsi a meditare su argomenti, come un tempo era consentito ai più causa di un tenore di vita meno frenetico. Uno di questi motivi sui quali riflettere è dato da tutto il sistema giustizia in vigore nel nostro bel Paese. Però, senza dover soffermaci troppo nell’elencazione dei tanti motivi offerti dalla questione, l’attenzione cade sulla figura dl presunto reo in attesa di giudizio. Allora, il più attento parte dalla storia dell’abolizione dalla pena di morte nei tempi più recenti individuati a partire dal 1700, quando si affrontò l’argomento che poi culminò nell’abolizione definitiva nel 1948. Ebbene noti filosofi e pensatori si espressero sulle motivazioni, a partire da Cesare Beccaria e Pietro Verri che in effetti ritenevano la pena di morte non esaustiva per quanto commesso, in quanto il momento dell’espiazione avveniva in modo subitaneo e senza dare al condannato il giusto castigo nel privarlo nel tempo dei tanti affetti e dei tanti momenti da ricordare, che in effetti creavano una maggiore pena a quella della morte. A questo proposito, Giulio Beccaria, sosteneva che “La pena di morte non svolge un’adeguata azione intimidatoria poiché lo stesso criminale teme meno la morte di un ergastolo (quantomeno nelle condizioni detentive del tempo) o di una miserabile schiavitù, si tratta di una sofferenza definitiva contro una sofferenza reiterata. Questa condizione è assai più potente dell’idea della morte e spaventa più chi la vede che chi la soffre; è quindi efficace ed intimidatoria, benché tenue. In realtà così facendo viene sostituita alla morte del corpo la morte dell’anima, il condannato viene annichilito interiormente!”. Ciò detto, salta all’occhio il motivo di una riflessione, una delle tante che si offre all’attenzione di nostri tempi e che in un certo qual modo può essere accostata alla figura di un condannato in carcere ed in attesa di giudizio, di quei tempi. Egli appariva per lo più in una condizione di sofferenza procurata dall’attesa del verdetto; con segni marcati sul volto e in fibrillazione per l’esito finale. Questo anche con l’avvenuta abolizione della pena di morte che aveva portato una certa ventata di serenità a non dover sottoporsi alla pena capitale. Ciononostante, il nuovo corso comunque sottoponeva il presunto reo ad una diversa condizione comunque preoccupante per qualsiasi esito perché il fatto stesso di sedere sul banco degli imputati in quel momento veniva vissuto in maniera inquietante. Questo accostamento con quanto ai nostri giorni dà una immagine completamente diversa tale che a vedere un reo in attesa di giudizio, mandato a processo, sembra che svolga in quel momento la parte di un attore al centro dell’attenzione, un primo attore che svolge la sua scena sotto riflettori che lo incorniciano e lo mettono in risalto. Così anche in quei processi nei quali si è indagati per omicidio, il reo si presenta in giacca e cravatta e con nonchalance dibatte con i giudici con una dialettica appropriata e che non conosce intervalli. Egli non ha timore del giudizio definitivo perché sa che ai nostri tempi tutto è permesso. La democrazia di cui gode, quasi lo avvolge in un alone protettivo e lo assicura in ogni evenienza di disturbi mentali, se mai ci dovessero essere, facendolo accostare da uno psicologo che ne rende più compassionevole il reato commesso. Magari farà successo pubblicando un libro oppure interpretando in un film.

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