Pubblicato il: 14 febbraio 2020 alle 7:00 am

Carnevale napoletano con dolci tradizioni, e ricetta finale Vi raccontiamo le origini del Carnevale antico di Napoli, le sue maschere e i suoi dolci tradizionali

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 14 Febbraio 2020 – ll Carnevale, sia in Italia che all’estero, ha radici molto antiche e molto simili. In Campania il giorno di Sant’Antuono (Sant’Antonio Abate, 17 gennaio) segnava l’ingresso del Carnevale e in questa occasione si dava fuoco a cataste di roba vecchia.

Le prime notizie sul Carnevale partenopeo sono note grazie all’opera “Ritratto o modello delle grandezze, delle letizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli“, opera del marchese Giovan Battista del Tufo. Racconta che nel XVI secolo il travestirsi era una festa esclusiva di nobili cavalieri, delle dame, duchesse e di tutta l’alta aristocrazia napoletana, che partecipava ai tornei, ai balli, alla caccia al toro e ai ricevimenti pomposi della Corte Aragonese. Ma attorno al 1600 qualcosa iniziò a cambiare: le mascherate avevano affascinato anche la plebe tanto da spingere pescatori, macellai, pescivendoli e contadini ad organizzare un Carnevale del popolo. Quindi il Carnevale antico di Napoli era caratterizzato da questa duplice faccia: una nobile, dei sovrani, delle autorità ecclesiastiche e l’altra popolana. Il periodo più glorioso per il Carnevale fu con i Borbone, infatti veniva festeggiato con sfilate, mascherate, carri allegorici sfarzosi, addobbati in occasione della festa di Piedigrotta. Questi carri erano arricchiti con vivande, cibo, salumi e formaggi e spesso erano preda di violenti saccheggi da parte dell’affamato popolo napoletano. A Carnevale, immaginato come un personaggio grasso e dedito a grandi abbuffate , si affiancava la “Vecchia ‘o Carnevale”, dalle giovani e prorompenti curve, ma con il viso da anziana, che trasportava a cavalcioni o sulla gobba un piccolo Pulcinella. Siccome il saccheggio dei carri provocava spesso dei gravissimi incidenti, nel 1746 re Carlo di Borbone stabilì che i carri–cuccagna, invece di attraversare le strade cittadine, dovevano essere allestiti nel largo di Palazzo e che fossero guardati a vista da truppe armate fino all’inizio dei festeggiamenti.  I carri, durante i secoli XVII e XVIII, furono sostituiti dall’ “albero della Cuccagna” o “palo di sapone” che veniva reso scivoloso grazie al sapone, in modo da rendere più difficile l’arrampicata dei concorrenti per arrivare alle vivande poste in cima. Il gioco era finalizzato all’“abbuffata“, la possibilità di saziarsi abbondantemente prima di iniziare il lungo digiuno quaresimale. Durante l’800 era diventato quasi un rito una insolita e divertente cavalcata di struzzi, che annunciavano il passaggio dei carri allegorici in Via Toledo, oppure i carri con il cavallo impennato, simbolo della città, con l’immancabile e sorridente popolana affacciata al balcone, o la cornucopia dell’Abbondanza o ancora la seducente sirena Partenope.

Quali erano le maschere più popolari tra il popolo? Oltre al celebre Pulcinella, simbolo del Carnevale partenopeo ma anche della sua cultura, c’era la Vecchia del Carnevale, la Zeza, Don Nicola e Don Felice Sciosciammocca. Alla Vecchia del Carnevale sono stati attribuiti numerosi significati allegorici, la parte deforme ed invecchiata del corpo rappresenta l’inverno e la natura appassita, mentre la parte giovanile e prosperosa simboleggia la primavera, l’arrivo del nuovo anno ricco e fecondo. La Zeza, invece, è la moglie di Pulcinella, Lucrezia ed è un personaggio del teatro popolare napoletano, protagonista di una commedia molto antica diffusasi nel 1600 che racconta dell’amore contrastato tra la loro figlia Vincenzella e Don Nicola, uno studente di origine calabrese.

Sul finire del 1600 era uso portare in processione una statua di legno del Dio Priapo, il dio pagano simbolo di fertilità munito di un membro spropositato; questa festa permetteva non solo al popolo di divertirsi ma anche alle prostitute di uscire liberamente durante i festeggiamenti e di partecipare al Carnevale, in pieno giorno. L’usanza fu abolita dalla Chiesa.

Don Felice Sciosciammocca a partire da fine ‘800 fa la sua comparsa principalmente come antagonista di Pulcinella: lui rappresentante della media borghesia, Pulcinella rappresentante del popolo. Cilindro, abiti a quadretti, papillon in grande evidenza, bastone, scarpe lucide e accento “nobile”, fu reinventato da Eduardo Scarpetta

Oggi, scomparse queste tradizioni, resta la ricchezza gastronomica, perché anche la gola vuole un’abbuffata prima della Quaresima.

Tra i dolci, molto apprezzati erano chiacchiere e sanguinaccio. Le prime sono dei dolci molto famosi in tutta Italia, chiamate con nomi diversi a seconda della zona: sottili strisce di pasta fritta ricoperte da zucchero a velo. Il sanguinaccio era una crema di cioccolato fondente che un tempo non molto lontano veniva preparato aggiungendo anche sangue di maiale. Oggi è composto al 100% di cioccolato.

I ricordi del sanguinaccio, quello vero, annegano in una grande insalatiera di ceramica: era un dolce cremoso e non facilissimo da fare, che utilizzava sangue di maiale fresco di macellazione, latte, cioccolato fondente, cacao, zucchero, farina. E poi strutto, vaniglia, cedro e cannella.

E che dire del migliaccio? Un sapore morbido, vanigliato e una consistenza completamente diversa da ciò che avete sempre considerato una torta, perché a ogni boccone diventa crema.

E’ una Torta di semolino a base di ricotta, uova e latte, profumata agli agrumi e vaniglia, dalla consistenza molto simile ad una polenta, cremosa e morbidissima che si scioglie in bocca come una mousse. Ha origini molto antiche, legate alla tradizione contadina partenopea che risale all’epoca medioevale. Il suo nome si deve al miglio, col passare del tempo sostituito con la semola di grano duro, ovvero il semolino.

Del migliaccio vi proponiamo la ricetta, nella versione della Pasticceria Mennella, che dal 1969 a Torre del Greco è oggi presente anche a Napoli.

Ingredienti per uno stampo da 24 cm di diametro: 200 g di semolino, 500 g di latte, 500 g di acqua, 400 g di ricotta, 230 g di zucchero, 4 uova (medie), 40 g di burro, 1 scorza d’arancia, 1 baccello di vaniglia, 1 pizzico di sale.

In una pentola versate latte, acqua, scorza d’arancio e sale e fate cuocere a fuoco lento. Dopo 5 minuti asportate la scorza d’arancia e aggiungete il burro, quindi versate a poco a poco il semolino senza far fare grumi. Girate fino a quando non si addensa e lasciate raffreddare. A parte mescolate ricotta, zucchero, uova e la polpa di vaniglia. Unite due composti, versate in una tortiera imburrata e infornate a una temperatura di 200 gradi. E’ pronto quando in superficie ha assunto un bel color caramello. Una volta sfornato e raffreddato cospargete di zucchero a velo. (Foto: migliaccio di Cristina Meglio e Francesco De Vivo)

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