Pubblicato il: 5 marzo 2020 alle 8:00 am

La condizione femminile in Italia e l’8 marzo In molti Paesi del mondo sarà celebrata la “giornata internazionale delle donne”, commemorazione che negli ultimi tempi ha visto sminuita la sua originaria connotazione

di Angela Arena.

Roma, 5 Marzo 2020 – Il prossimo 8 marzo in molti Paesi del mondo, tra cui anche il nostro, sarà celebrata la “giornata internazionale delle donne”, commemorazione che purtroppo, negli ultimi tempi, ha visto sminuita la sua originaria connotazione dall’imperante consumismo, che trascurandone i suoi aspetti più profondi e le battaglie che ne costituiscono il fondamento, ne ha ridotto la portata ad un mero fenomeno commerciale.

Nata negli States il 23 febbraio 1909 sotto forma di protesta femminile allo scopo di denunciare sfruttamento e discriminazioni sessuali subite sul luogo di lavoro, nonché, per rivendicare il diritto di voto, fu poi ufficializzata nel 1977 dall’ONU, con la risoluzione n. 32/142 che sancì la data dell’8 marzo, appunto, come la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”.

Non risulterà mai ridondante e scontato rimarcare quanto siffatta ricorrenza sia intimamente sentita dalle sue protagoniste, quale emblema dell’emancipazione femminile rispetto allo storico predominio e retaggio antropologico-culturale maschile di cui il sesso cosiddetto “debole” è stato vittima nel corso dei secoli e di cui parzialmente continua a subirne ancora oggi le conseguenze.

Relegate dall’uomo a ruoli domestici e riproduttivi le donne in passato, hanno infatti dovuto combattere duramente contro terribili soprusi e violenze psicofisiche per vedersi riconosciuti molti diritti riservati esclusivamente al sesso opposto: ad esempio, non potevano amministrare il proprio patrimonio senza il consenso del padre o del marito, né ricoprire cariche pubbliche, e questo accadeva nella migliore delle ipotesi perché in caso di maltrattamenti o di mancato mantenimento avevano scarse possibilità di rivalersi. Nel diritto romano la moglie era considerata un vero e proprio “possesso del marito” e pertanto, non godeva del controllo giuridico né della sua persona, né dei suoi figli, né dei suoi possedimenti materiali, laddove, in epoca medievale, il diritto feudale vigente prevedeva che la terra si tramandasse unicamente per discendenza maschile.

Per fortuna, molti sono stati i passi avanti  compiuti in tal senso nei più disparati settori, dall’ambito socio-familiare a quello politico-economico; tuttavia sebbene oggi le donne rivestano importanti e delicati ruoli,  nella società, nel mondo dell’impresa, nelle università, nella magistratura, nella pubblica amministrazione, nel Governo ed in Parlamento,  inconcepibili per il “gentil sesso” fino a qualche tempo fa, lo dobbiamo unicamente alla battaglia emancipazionista i cui risultati sono riscontrabili soprattutto in campo giuridico.

In Italia, con l’avvento della Costituzione Repubblicana del 1948, molti sono stati i diritti e le pari opportunità riconosciute alle donne, tra cui l’estensione alle stesse del diritto di accedere in condizioni di uguaglianza a tutti gli uffici pubblici ed alle cariche elettive.

Senza dubbio, infatti, la battaglia legislativa più importante condotta dai movimenti di emancipazione femminista fu quella relativa alla tutela della lavoratrice madre, sviluppatasi a cavallo tra gli  anni 50/60 del secolo scorso e che approdò nell’emanazione di norme fondamentali, come quelle relative al divieto di licenziamento durante la gestazione, nonché, l’astensione obbligatoria prima e dopo il parto; in tal senso, poi, non è possibile non menzionare la storica sentenza del 1960 pronunciata dalla Corte costituzionale, con cui  è stata concessa alle donne la possibilità di accedere alla carriera prefettizia e diplomatica, laddove nel 1999, è diventata possibile anche la carriera militare.

Tuttavia la radicale trasformazione socio–culturale afferente la condizione femminile avvenne negli anni 70′ del XX secolo, ovvero con la riforma del diritto di famiglia, attraverso l’istituzione di asili nido e consultori, ma soprattutto mediante la legalizzazione del divorzio e dell’aborto, istituto quest’ultimo ancora oggi molto discusso e contestato.

Ciò detto, risulta utile sottolineare, che sebbene lo stile di vita, i costumi e le condizioni lavorative delle donne risultino profondamente cambiate e migliorate dal dopoguerra ad oggi, la battaglia per la parità di trattamento di genere non appare del tutto conclusa ed in molti casi si avverte l’esigenza di vigilare sulle conquiste cui è approdata.

La commemorazione in oggetto si pone, pertanto, come occasione di riflessione sui passi ancora da compiere in merito alla condizione femminile nella società odierna ed in particolare ad una forma di violenza sulle donne che purtroppo, ancora persiste, ovvero quella fisica, psicologica e domestica che spesso anzi troppe volte sfocia in femminicidio, come dimostrano i dati sconcertanti della cronaca nera assimilabili, per certi versi, ad un bollettino di guerra: in Italia muore una donna ogni tre giorni per mano di un  uomo.

Rileva come in riferimento a tali ipotesi delittuose utilizziamo il neologismo “femminicidio” allo scopo preciso di indicare  casi di omicidio in cui una donna viene uccisa per motivi di genere: esso fu utilizzato per la prima volta nel 1992, da due femministe statunitensi, Jill Radford e Diana Russel, per il titolo del loro libro “Femicide: The politics of woman killing”, laddove il femminicidio identificava una vera e propria categoria criminologica consistente nell “uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne”.

Ebbene, nonostante tale drammatico fenomeno appaia di strettissima attualità, come emerge dai numerosi episodi criminali riportati quasi quotidianamente dai social e dai vari mass-media, esso è invece insito nella storia delle società umane.

La letteratura è piena di episodi di femminicidio: tanto per citarne alcuni, basti pensare a quanto narrato da Svetonio nelle “Vitae Caesaris” circa l’efferatezza dell’imperatore Nerone, il quale, si macchiò non solo dell’omicidio di sua madre Agrippina, ma anche della prima moglie Ottavia e dell’amante Poppea, uccisa con un calcio al ventre mentre era incinta di suo figlio.

In epoca rinascimentale una grande pittrice italiana, Artemisia Gentileschi fu violentata da Agostino Tassi, pittore con cui lavorava, il quale invaghitosi di lei era stato più volte dalla stessa rifiutato: durante il processo per stupro, Artemisia fu torturata a tal punto dai giudici al fine di estorcerle una confessione, che rischiò addirittura di perdere per sempre l’uso delle dita. Impossibile non citare in argomento, la tragica sorte toccata circa un secolo prima ad Anna Bolena, madre di Elisabetta I, e sfortunata consorte, ovvero seconda moglie di Enrico VIII Tudor re di Inghilterra e signore d’Irlanda: la donna fu condannata a morte dallo stesso marito perché accusata di averlo tradito, in realtà, il re, invaghitosi di un’altra donna, decise di eliminare per sempre la moglie facendole tagliare la testa.

Il femminicidio, dunque, va al di là di ogni tempo e ceto sociale e si presenta quale estrema ratio di una escalation di violenza fisica, sessuale e psicologica tesa alla demolizione dell’autostima e della libertà femminile: molte donne sono state abusate ed uccise per la loro indipendenza e per la loro volontà di autodeterminarsi e ribellarsi rispetto al patriarcato.

Come è possibile evincere, la violenza ha rappresentato un valore talmente connaturato nell’immaginario maschile, tale da influenzare non solo la storia ma anche il diritto contemporaneo del nostro Paese.

Solo nel 1956, infatti, la Corte di Cassazione abolì lo “jus corrigendi” ossia il potere educativo e correttivo del pater familias che comprendeva anche la coazione fisica nei confronti della moglie e dei figli, e solo tra il 1968 ed il 1969 la Corte Costituzionale dichiarò costituzionalmente illegittimo l’art. 559 del codice penale che puniva unicamente l’adulterio della moglie.  Altro istituto, particolarmente discutibile e per fortuna successivamente abrogato dalla legge del 5 agosto del 1981, era quello del cosiddetto “matrimonio riparatore” previsto dall’art. 544 del codice penale Rocco: la norma prevedeva infatti l’estinzione del reato di violenza carnale, qualora lo stupratore sposasse la propria vittima, spesso minorenne, al fine di salvarne l’onore della famiglia della malcapitata.

In proposito, è importante sottolineare che la netta cesura rispetto a tale retrogrado ed ingiusto quadro normativo avverrà solo nel 1996, con la legge n. 66 che, trasformava la violenza carnale sulle donne da reato contro la moralità pubblica ed il buon costume a reato contro la persona.

A quanto pare, tuttavia, nemmeno tale riforma servì a contenere i fenomeni di violenza psicologica e fisica perpetrati sulle donne e di cui oggi sentiamo, purtroppo, troppo spesso parlare.

Il riferimento cade naturalmente su tutte quelle condotte persecutorie poste in essere da soggetti, spesso di sesso maschile nei confronti delle donne, volti ad ingenerare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia o di paura, tale da farla temere per la propria vita e quella dei suoi cari, comportando pertanto una necessaria trasformazione delle abitudini quotidiane della persona molestata.

Ebbene, la condotta persecutoria appena descritta configura oggi un preciso reato, ovvero quello di cui all’art. 612-bis, introdotto e disciplinato dall’ordinamento penale italiano con il d.l. 11/2009, attraverso cui il nostro legislatore ha voluto fornire una precisa risposta sanzionatoria ai comportanti di cui sopra, che, prima di tale provvedimento normativo venivano genericamente inquadrati in delitti di minor gravità, come ad esempio la minaccia.

E’ infatti tragicamente noto, come l’inquadramento legislativo anteriore alla novella del 2009, non si sia dimostrato particolarmente efficace al fine di contenere il fenomeno persecutorio descritto sfociando in più occasioni in atroci femminicidi.

Anzi, in tema, è doveroso sottolineare come in seguito ai raccapriccianti fatti di cronaca nera, attraverso la recente introduzione del Codice Rosso, avvenuta nel luglio del 2019, le pene relative al reato di stalking si siano maggiormente inasprite passando da un minimo di sei mesi e un massimo di cinque anni a un minimo di un anno e un massimo di sei anni e sei mesi.

Il codice rosso, ha introdotto importanti modifiche in tema, riformando non solo il nostro codice penale, ma anche quello di procedura penale e altre disposizioni di legge in materia di violenza sulle donne, prevedendo misure certamente più idonee al fine di tutelare maggiormente le vittime di persecuzioni e violenze.

Infine, un cenno merita la legge n. 119 del 2013, ovvero la cosiddetta “legge sul femminicidio” relativa ai Fondi statali  in favore dei centri antiviolenza.

Ebbene, in conclusione al quadro socio-normativo afferente la condizione della donna in prossimità dell’imminente festività, è d’uopo segnalare come attualmente alcuni territori rischiano la chiusura dei propri centri antiviolenza e delle case rifugio, a causa di gravi ritardi nell’assegnazione e nello stanziamento delle risorse, negando pertanto il diritto all’assistenza alle donne che subiscono violenza: in molti casi tali centri si sono rivelati fondamentali alla sopravvivenza delle stesse donne e dei propri figli.

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