Pubblicato il: 11 marzo 2020 alle 7:00 am

Denuncia la mafia, ma … «Mi sento abbandonato dallo Stato». La storia dell'imprenditore di Palermo costretto a restare chiuso in casa per due anni per paura

di Arcangela Saverino.

Palermo, 11 Marzo 2020 – Arnaldomaria Tancredi Giambertone è un imprenditore edile di Palermo, vittima di mafia, che per ben due anni è stato costretto a vivere recluso dentro la propria casa, con telecamere e un sistema di sorveglianza collegato sia con la vigilanza provata che con le forze dell’ordine a proteggerlo. Oggi ha deciso di uscire dall’anonimato, ma la sua odissea è iniziata nel 2016 quando, nel mese di aprile, ha subito pressioni da esponenti di Cosa nostra «Ho avuto la forza di denunciare nell’ottobre dello stesso anno – racconta a Neifatti.it -. La dita di cui sono titolare stava realizzando una casa vacanza a Marina di Cinisi, in provincia di Palermo, e tutto procedeva nei migliori dei modi, fino a quando sono stato avvicinato da un uomo appartenente alla famiglia mafiosa di San Lorenzo che ha avanzato pretese estorsive ».

Le denunce di Giambertone hanno dato vita all’operazione Talea, che ha portato all’arrestato tra i tanti di Giuseppe Biondino, uno dei massimi esponenti della mafia palermitana e figlio di quel Salvatore autista personale di Totò Riina. «Dopo quella volta, non ho più incontrato quest’uomo, nonostante mi abbia contatto telefonicamente diverse volte per reiterare la richiesta – prosegue -. Ho provato in ogni modo a far cadere nel dimenticatoio la pretesa, fino a quando una sera si è presentato armato sotto casa mia. Le forze dell’ordine erano già state avvertir e la loro sorveglianza ha scongiurato che accadesse il peggio». Il processo nato dalle denunce dell’imprenditore si è concluso in primo grado a maggio del 2019: su 37 imputati, 13 sono stati assolti. Adesso si attente il secondo grado di giudizio che inizierà il prossimo aprile.

Assediato dai debiti, con la paura costante di una vendetta da parte della mafia perché le intimidazioni e i danneggiamenti non si sono fermati, oggi Giambertone si sente abbandonato dallo Stato. «Ho deciso di uscire dall’anonimato perché’ mi sono sentito solo per molto tempo: anche i miei familiari si sono allontanati per paura di subire ritorsioni, poiché vivono nella zona di Palermo che è sotto il controllo degli uomini mafiosi che ho mandato a processo. La persona che mi ha contattato ad aprile 2016 oggi è a piede libero» Dal giorno della denuncia fino al 2019 è stato costretto a vivere chiuso in casa, riportando non solo danni materiali (nel 2017, per esempio, ha subito il furto delle attrezzature usate per lavoro), ma anche biologi. Con il sostegno dell’associazione Addiopizzo è uscito dal silenzio in cui era sprofondato e da più di un anno aspetta il pagamento di un ristoro di 20 mila euro conseguentemente ai danni subiti (la legge prevede che tale pagamento avvenga entro quattro mesi). Ha trovato la forza di riprendere le redini della propria vita, tornando a dedicarsi all’imprenditoria edile dal settembre 2019 dopo aver ricomprato le attrezzature.

«Ho ottenuto soltanto l’applicazione dell’art. 20 della Legge 44/99 che prevede la sospensione e la proroga degli adempimenti fiscali, amministrativi e contributivi. A questo doveva, seguire un risarcimento che, ad oggi, non ho ottenuto» Incassa, però, il sostegno di altri imprenditori che, come lui, hanno deciso di denunciare gli estorsori: Daniele Ventura (la sua storia l’abbiamo raccontata qui) che oggi lavora nella ditta di Giambertone e Gianluca Calì (la sua storia l’abbiamo raccontata qui) con i quali ha creato una sorta di rete che mette in contatto le vittime di mafia. «L’esempio di Daniele ha contribuito nella scelta di denunciare Cosa nostra: lo seguo da quando la sua storia è stata resa pubblica, fino alla decisione di assumerlo nella mia ditta e compiere quello che considero un gesto di solidarietà. Come diciamo noi in Sicilia, “dove mangiano due persone, possono mangiare anche tre» conclude con la voce rotta dalla commozione.

La storia di Giambertone è complessa, trentacinque anni di attività imprenditoriale e di sacrifici, di ripetute vessazioni da parte della mafia, di paure anche per l’incolumità della famiglia. Ciò che chiede è soltanto l’applicazione delle leggi e la possibilità di svolgere serenamente il lavoro che ama.

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