Pubblicato il: 14 marzo 2020 alle 8:00 am

L’arte che sorprende: la Collezione Verzocchi di Palazzo Romagnoli A Forlì, a pochi passi dai noti Musei di San Domenico, un “gioiellino” espone alcuni capolavori del Novecento, da Capogrossi a Guttuso

di Tiziana Mercurio.
Roma, 14 Marzo 2020 – A due passi dai ben noti Musei di San Domenico di Forlì (dov’è stata inaugurata da poco la sorprendente mostra “Ulisse. L’arte e il mito”), sorge Palazzo Romagnoli-Reggiani, riportato agli antichi fasti e, dopo il restauro, eletto a sede delle Collezioni civiche del Novecento
In particolare, l’intero piano terra è dedicato all’esposizione permanente della prestigiosa Collezione Verzocchi, mentre al primo piano sono collocate una selezione di opere tra cui gli oli e le incisioni di Morandi della Donazione Righini, le sculture di Wildt (legate a Raniero Paulucci de Calboli) e il ciclo “La grande Romagna”, opere pittoriche e plastiche rappresentative del vasto e composito patrimonio novecentesco della città.
Il nobile Palazzo prende il nome dalla famiglia di origine cesenate che si stabilì a Forlì dal 1806 quando Lorenzo Romagnoli divenne prefetto della città durante il governo francese, e dalla famiglia Reggiani. Girolamo Lorenzo Reggiani sposò l’ultima discendente, Virginia, e assunse il cognome di Reggiani Romagnoli. Poi, nel 1965, la famiglia lo vendette al Comune, e dopo un periodo in cui fu destinato dall’Esercito a sede del distretto militare della provincia di Forlì per la visita medica di leva, fu adibito (attraverso l’accorpamento di più unità immobiliari preesistenti in un’unica struttura) all’uso attuale.
I soffitti del piano terra e quelli del piano nobile (a cui si accede per mezzo di uno scalone monumentale) sono decorati secondo uno stile tra il Barocco ed il Neoclassico e inaspettatamente sontuosi rispetto all’esterno (piuttosto disadorno). Fra questi, menzione speciale per la sala con la decorazione dell’Aurora, copia del dettaglio centrale dell’omonimo affresco del Reni al casino dell’Aurora Pallavicini di Roma.

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La Collezione Verzocchi nacque dalla volontà di un affermato imprenditore forlivese e donata al Comune nel 1961: 70 quadri di artisti italiani di generazioni e tendenze artistiche diverse, da Guttuso a De Chirico; da Capogrossi a Vedova a Depero, uniti dallo stesso file rouge: il lavoro. Una raccolta che è pure un’impresa singolare: quella di Verzocchi, uomo ardente e tenace, amico di politici e personalità del tempo, nonché di molti artisti coevi (ne sono testimonianza le epistole dal tono spesso confidenziale disposte lungo il percorso espositivo), narrato attraverso i dipinti, ma pure da una selezione di documenti, foto e oggetti.
Industriale delle costruzioni del dopoguerra; imprenditore italiano tout court che, al lavoro per soddisfare i bisogni del corpo affianca quello per i più ancestrali ma altrettanto necessari dello spirito, investendo in cultura tanto quanto in macchinari all’avanguardia.
Uno spirito “bello”, di quella bella Italia che tornava alla vita dopo lo scempio del Conflitto mondiale, con tanti progetti in itinere, per disegnare, con i “mattoni gialli” della sua fabbrica, un cammino da percorrere assieme alle generazioni a venire. Non un collezionista nel senso stretto del termine, ma un fervente sostenitore della creatività artistica pure come “veicolo promozionale” (una forma di pubblicità, si potrebbe dire) della sua attività. Così, oltre che dalla bellezza intrinseca delle opere, lo spettatore viene guidato dalla meraviglia di scoprire le arti e i mestieri del tempo, meravigliandosi di quelli che c’erano – e ci sono – e quelli che c’erano – e non ci sono più -. Sono i più duri a farla da padrone, ma “il segno qualificato di stile” degli artisti coinvolti imprimono un marchio di qualità ad ognuno di loro: ognuno colto nel suo “esprimersi” nel bel mezzo dell’azione compiuta (la ricamatrice ricama; l’operaio è alle macchine, il contadino zappa o torna con la famiglia dai campi…).
Proseguendo, al primo piano, le sezioni espositive riguardanti importanti componenti novecentesche della Pinacoteca civica: le opere pittoriche e grafiche di Giorgio Morandi della “Donazione Righini”; la celebre serie plastica legata a Adolfo Wildt e alla sezione “La grande Romagna”, con dipinti e sculture del ventesimo secolo, in larga parte sconosciuti al grande pubblico, qui riuniti in aree tematiche.

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Fino al 21 giugno 2020, poi, confermata l’esposizione temporanea: “Irene e Caterina: Caterina Sforza nell’immaginario di Irene Ugolini Zoli”. Al ciclo ispirato alla vita ed alle gesta di Caterina Sforza, Irene Ugolini Zoli ha iniziato a lavorare nei primi anni ’70, proseguendo poi, nel decennio successivo, a produrre opere di ricostruzione delle vicende storiche che videro protagonista la “Contessa de’ Furlì”. Il ciclo figurativo rappresentato nella mostra “Irene Ugolini Zoli per Caterina Sforza” è stato inaugurato nella Rocca di Ravaldino il 13 aprile 1975 e, in occasione di quell’esposizione, l’autrice donò al Comune di Forlì un nutrito nucleo di opere, fra cui gli esemplari pittorici ora, qui in mostra. Ad una successiva donazione, del 1988, appartengono inoltre gli studi e i bozzetti qui presentati al pubblico per la prima volta.
Il confronto fra queste due “Signore di Forlì” continua nel tempo. “Caterina nella fantasia di Irene Ugolini Zoli” è il titolo di una seconda grande mostra dedicata alla ‘signora di Romagna’, allestita nella Rocca di Ravaldino nel 1987, in cui l’autrice si conferma intimamente coinvolta nella vicenda umana di una donna vissuta in un tempo lontano ma a lei molto vicina. Autodidatta prima e frequentatrice dell’Accademia poi, Irene Ugolini Zoli usa un linguaggio figurativo non tipicamente da illustratore espressionista: è una realista “in chiave introspettiva”, visto che Caterina Sforza vien fatta (ri)vivere “come una robusta romagnola”. (Foto: Tiziana Mercurio)
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