Pubblicato il: 19 marzo 2020 alle 5:05 pm

La festa del papà… Non per tutti Il dramma dei padri separati italiani: la legge, le battaglie la Corte Europa

di Angela Arena.

Roma, 19 Marzo 2020 – A partire dalla metà degli anni ’60  del secolo scorso, l’istituto della famiglia ha subito una profonda metamorfosi socio – culturale che, in seguito ad un travagliato iter politico – legislativo, ha portato, un decennio più tardi all’introduzione, nel nostro ordinamento giuridico  della legge n. 898 del 1970 relativa ai casi di scioglimento del matrimonio.

La legittimazione del divorzio in Italia, ha a sua volta innescato un processo di trasformazione all’interno delle mura domestiche, producendo come inevitabile conseguenza uno stravolgimento del consueto modello familiare, laddove gli interessi del singolo sembrano prevalere rispetto a quelli della coppia ed in generale, dell’intero nucleo familiare.

Pertanto, il concetto di famiglia tradizionalmente basata sul matrimonio, quale vincolo indissolubile tra i coniugi, ha perso progressivamente il suo originario assetto valoriale, assumendo aspetti, talvolta, sempre più fragili tra cui la drastica riduzione della natalità, nonché la diffusione di nuove forme di convivenza come le famiglie di fatto e cosiddette more uxorio.

Tuttavia, ad avvertire maggiormente gli effetti della riformata normativa è stato, senza dubbio, proprio il rapporto di coniugio, come peraltro  dimostrano le statistiche che negli ultimi 20 anni hanno documentato, nel nostro Paese, un vertiginoso aumento del numero delle separazioni.

E’ sicuramente impossibile offrire una panoramica completa delle problematiche sottese a tale fenomeno giuridico – sociale, dal momento che i casi di specie connessi alle dinamiche di coppia sono svariati.

Tuttavia, in tema è utile sottolineare quanto la vicenda divorzile assuma, spesso, i contorni di un dramma consumato nelle aule dei tribunali, laddove le lungaggini del sistema giudiziario italiano portano a conflitti infiniti ed esasperanti tra i genitori: consulenze psicologiche sui bambini,  figli usati e manipolati, accuse di violenze ed abusi che nell’80% dei casi si rivelano infondate.

Ebbene, la casistica appena descritta nasce da un evidente dissonanza tra la situazione di fatto che viene a crearsi rispetto alle disposizioni giuridiche in materia.

Sul piano formale infatti, la legge, stabilisce che i genitori hanno gli stessi diritti e doveri relativamente ai rapporti con la prole: se un figlio ha diritto ad essere istruito, mantenuto ed educato dai propri genitori, dall’altro questi ultimi, in caso di successiva separazione hanno il diritto di poter stare con la propria prole.

Tuttavia, nella maggior parte dei casi, il ruolo paterno non sembra essere tenuto nella giusta considerazione: in seguito allo scioglimento del vincolo coniugale i padri continuano ad avere un ruolo marginale nella cura dei figli.

Naturalmente tale dolorosa situazione ingenera nella figura paterna il timore di perdere il rapporto con i propri figli, costringendoli, pertanto a  lottare per vedere riconosciuto il proprio diritto a frequentare, nonché a trascorrere un adeguato lasso di tempo con i propri figli che non sia relegato a parchi gioco, cinema, fast food o case dei nonni.

Negli anni la figura paterna è stata oggetto di una graduale presa di coscienza connessa alla tutela del proprio ruolo, laddove essa non vuole più essere considerata esclusivamente riferimento di sostegno materiale ed economico per la famiglia, ma anche e soprattutto compartecipe della crescita affettiva ed emotiva dei propri figli.

Se nel 1800 l’educazione dei figli spettava al padre, cui venivano affidati in via esclusiva, a partire dagli anni 60′ del secolo scorso,  in virtù della dottrina della “tenera età”, si preferì invece affidarli alle cure materne.

Solo un decennio più tardi, si diffusero due nuove forme di affidamento: l’ “affidamento coniugale” in cui entrambi i coniugi avevano pari responsabilità e potere sulla prole anche nell’ipotesi in cui i figli vivessero con uno solo dei genitori, e l’ “affidamento alternato” che si verificava allorquando i figli trascorrevano in un egual misura, un certo periodo di tempo, con il padre e con la madre.

Siffatta prassi aumentò a tal punto il senso di responsabilità dei coniugi verso i figli che tali forme di affidamento furono inserite nella riforma della legge italiana sul divorzio del 1987-1988.

La ratio legis di tale riforma è senz’altro da ricercare nella tutela dell’interesse superiore dei minori coinvolti che si sostanzia in un rapporto di filiazione costante e sereno con entrambi i genitori, benchè separati. Peraltro, nel 2006, il nostro legislatore in conformità alla riforma appena citata, ha  introdotto nell’ordinamento giuridico italiano la cosiddetta legge sull’affidamento condiviso, con cui ha disposto l’equa ripartizione della responsabilità genitoriale e dei relativi diritti tra madre e padre separati permettendo ad entrambi i genitori di provvedere al sostentamento economico della prole. Ma in cosa si sostanzia l’istituto dell’affido condiviso? Orbene, tralasciando l’intera disciplina, è d’uopo soffermarci sulla questione dell’affidamento dei figli e del mantenimento, allo scopo di comprendere la drammatica situazione umana ed al contempo economica in cui versano attualmente i padri separati italiani.

Naturalmente quando una coppia si separa, i timori principali ricadono senza dubbio sull’affidamento dei figli, laddove essi siano presenti e soprattutto se minori.

In virtù della nuova legge i giudici devono affidare la crescita, l’ educazione e il supporto materiale ed affettivo del minore in maniera condivisa, ad entrambi i genitori.

In genere, tuttavia, il giudice stabilisce un genitore “collocatario”: ovvero un genitore, che spesso è la madre presso il quale il figlio dovrà abitare e dunque trascorrere la maggior parte delle sue giornate, fissando, contestualmente la durata e le modalità di visita del genitore non collocatario, anche se bisogna precisare, che in casi specifici, potrebbe affidare il bambino in maniera esclusiva solo ad uno dei due.

Qualora uno dei due genitori impedisca senza motivazione all’altro di vedere il figlio, interrompendo, così, la relazione e causando danni e traumi ad entrambi, è previsto un risarcimento del danno.

Il nodo cruciale dell’istituto in oggetto è senza dubbio, però, il cosiddetto “mantenimento”economico, ovvero l’obbligo di contribuzione economica che nella maggior parte dei casi viene attribuito al padre, e si sostanzia in una somma  di denaro periodica calcolata dal giudice, che il genitore versa per il sostentamento della prole al fine di evitare che la stessa possa avvertire un tenore di vita differente rispetto alla situazione che viveva anteriormente alla separazione dei propri genitori.

In realtà la norma stabilisce che, entrambi i coniugi potenzialmente possono versare il mantenimento in favore dei figli, perché entrambi i coniugi hanno il diritto di mantenere la famiglia, anche in caso di rottura del legame matrimoniale, sarà sempre e comunque il giudice a valutare l’importo di questo contributo e non la legge, in base alle circostanze di specie, tenendo conto in particolare di redditi e patrimonio di padre e madre; oltre all’assegno di mantenimento per i figli, vi è un altro assegno di mantenimento dovuto al coniuge collocatario pari, in genere, ad un terzo dei propri redditi.

Ebbene, in merito, tuttavia è doveroso sottolineare che in oltre la metà dei casi di separazione, i padri che hanno figli minori o  maggiorenni non economicamente autonomi, appartengono a ceti sociali medio-bassi, e pertanto la situazione che si crea in seguito ad una separazione comporta per tali categorie un evidente stato di disagio. Come spesso riportano le cronache, i padri separati che versano, purtroppo, in uno stato di assoluta povertà in Italia sono circa circa 800mila e molti di essi per sopravvivere, ovvero per avere un pasto caldo o un posto letto, si rivolgono a strutture di volontariato come ad esempio la Caritas.

Inoltre sempre in tema di disagio economico subito dai padri separati, non è possibile trascurare la questione relativa allo stato di disoccupazione  in cui spesso versano tali soggetti, dal momento che in Italia questa problematica tocca  gran parte della popolazione nazionale.

In merito la giurisprudenza aveva statuito che il genitore disoccupato non era esonerato dall’obbligo di versamento dell’assegno, in quanto la disoccupazione è ritenuta comunque condizione temporanea, nonché potrebbe esistere una disponibilità patrimoniale del padre disoccupato, da cui attingere. Solo ultimamente, la Corte di Cassazione, si è mostrata maggiormente favorevole nei confronti di tale categoria di soggetti riconoscendo che, se il padre è in grave difficoltà economica oppure in stato di disoccupazione assoluta, involontaria e incolpevole, può non ritenersi costretto a versare alcun contributo economico. Invero, in tali ipotesi, i giudici, sospendono l’obbligo di versamento dell’assegno fino al miglioramento dello status economico del coniuge  che sarebbe tenuto a versarlo.

Bisogna prendere atto che in seguito ad una separazione  la figura che ne esce maggiormente svantaggiata è quella paterna: la madre risulta privilegiata, in quanto è vista come l’angelo del focolare cui verrà assegnata casa e figli indipendentemente dalla proprietà dell’immobile, poiché l’interesse superiore da salvaguardare resterà sempre e comunque quello dei figli, cui peraltro spetta il mantenimento da parte del genitore non collocatario.

In conclusione, si sottolinea che a causa di tale prassi  l’Italia è stata più volte ammonita dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che in merito ai tribunali italiani, attraverso una sentenza ha stabilito che essi non sono in grado di garantire i diritti dei padri separati con strumenti adeguati, condannando pertanto l’Italia per non aver protetto una bambina, da anni privata della figura paterna dalla madre, condannata per calunnia, diffamazione, violazione delle sentenze.

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