Pubblicato il: 21 marzo 2020 alle 7:00 am

Il MANN di Napoli/2. Le capricciose dee dai superpoteri In attesa di tornare a frequentare i luoghi di cultura, vi proponiamo il secondo tour virtuale tra le opere dei musei di Napoli, in particolare il Museo Archeologico Nazionale

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 21 Marzo 2020 – E’ il mese dedicato alla donna, e in questo clima surreale di chiusura delle scuole, uscite solo se necessarie, niente sport, niente pomeriggi e serate in compagnia, noi vi presentiamo la seconda delle nostre visite virtuali al Mann di Napoli, sperando sempre che la situazione evolva velocemente verso la normalità e che possiamo recarci di persona ad ammirare i capolavori che il museo cittadino conserva.

Come abbiamo scritto nella prima parte, in attesa di tornare a frequentare i luoghi di cultura, ma anche bar e ristoranti, vi proponiamo un menù di opere da vedere nei musei di Napoli, in particolare il Museo Archeologico Nazionale, sicuramente una delle meraviglie partenopee (e del mondo), non solo per la quantità e il valore delle sue collezioni di arte antica, ma anche per il sapiente e ben curato allestimento.

Questa volta parliamo delle figure femminili, su cui era previsto un bel tour – Il potere del femmineo: tour attraverso l’iconografia femminile dell’arte antica al MANN il giorno 7 marzo. E parliamo di come la donna è stata rappresentata, spesso come dea. Anzi, la prima divinità aveva proprio fattezze femminili: era la “dea madre”, “grande dea”, “madre natura”. La prima era Cibele.

La religione aveva un ruolo fondamentale nella vita dei greci, ma anche dei romani, e tutti gli eventi erano legati alla volontà divina. Le statue erano scolpite per ringraziare gli dei per un evento o un “dono”: ad esempio ad Atene si riteneva che Atena avesse creato l’ulivo, e di conseguenza l’olio. Per capire l’importanza della religione nel mondo classico, è importante ricordare che dobbiamo sapere che più di 100 giorni l’anno erano riservati al culto delle divinità, tra liturgie e feste, tutte finanziate da qualche ricco cittadino.

Anche per i romani la religione era una cosa seria: il termine religio infatti aveva il valore semantico di vincolo da rispettare, limite da osservare, e raramente sfociò nella superstizione o nel bigottismo.

A mio parere la più bella statua del museo di Napoli è Athena promachos (Atena combattente). Atena era la dea della sapienza, della guerra, della forza, della potenza.

Fu la prima ad insegnare la scienza dei numeri e della maggior parte delle arti femminili come cucinare e tessere. Musa ispiratrice di poeti e tragediografi, come Omero, Virgilio, Ovidio, Eschilo e Sofocle. A lei sono state dedicate grandi opere d’arte, essendo la divinità per eccellenza dell’Acropoli: pensiamo al Partenone, il tempio più celebre di tutti i templi della Grecia – parthenos in greco antico significa vergine – per non parlare della città di Atene che prese il suo nome.

E’ così potente che non ha bisogno dell’alleanza di nessun altra dea e di nessun altro dio. Non ha bisogno nemmeno di essere concepita: una madre e un padre come tutti, in teoria, a lei non servono, è nata infatti dalla testa di Zeus. Ma è da sempre gelosa di tutti, delle dee in particolare, soprattutto di quelle più belle. Lei però non si lega a nessuno.

Presso l’acropoli del Partenone ad Atene, circa nel 430 a.C. uno degli scultori più celebri di tutto il mondo classico, Fidia, costruì la statua crisoelefantina (fatta d’oro e d’avorio) di Atena Parthenos: i dodici metri di altezza mostrano la dea in perfetto aspetto da guerriera, con elmo, scudo, pettorale e lancia. Sugli strumenti che porta sono incise scene risalenti all’amazzonomachia, alla gigantomachia, alla centauromachia.

Purtroppo la statua fu rovinata a seguito di barbarie e forse incendi, così oggi ci resta ben poco, ma basta per immaginare tutta la sua bellezza e il suo splendore, così come Fidia la immaginò.

La statua al Mann potrebbe essere una copia di una statua greca del V sec a.C. o un’imitazione della prima età imperiale romana, o ancora del tardo ellenismo. E’ stata ritrovata nel 1752 nella Villa dei Papiri, all’esterno dell’area urbana dell’antica Herculaneum (Ercolano).

La testa è protetta da un elmo attico, decorato a rilievo con grifi sui lati ed una testa di Gorgone (mostro con la testa dai capelli anguiformi, decapitata da Perseo) sulla visiera. Un tempo doveva avere le vesti completamente dorate.

Diversa è Venere “callipigia”, la statua raffigura la dea che maliziosamente si volge per ammirare la perfetta linea della parte posteriore del proprio corpo: il nome greco “kallipygos” significa infatti letteralmente “dal bel sedere”. Fu restaurata da C. Albacini, che ricostruì completamente la testa, le spalle, il braccio sinistro, la mano destra ed il polpaccio destro. Fu ritrovata nella Domus Aurea, la sontuosa dimora che l’imperatore Nerone, dopo il devastante incendio del 64 d.C. che distrusse gran parte del centro di Roma, si fece costruire sul colle Palatino e sull’ Oppio.

Venere, la Afrodite greca, era la dea dell’amore e della fertilità, identificata a Roma, madre di Cupido anche lei nata non da un’unione normale, ma dalla schiuma creata dagli organi sessuali di Urano tagliati e gettati in mare da Crono. Si racconta che appena uscita dall’acqua, fu trasportata dagli Zefiri fino alla costa di Cipro, dove fu accolta dalle Ore (le Stagioni) che la vestirono, la agghindarono e la condussero presso gli immortali. Altri miti invece narrano che Afrodite nacque dal mare, da una conchiglia, così come l’ha dipinta Botticelli nella celebre ‘Nascita’.

La dea era adorata a Roma, e la sua festa erano i Veneralia. Veniva considerata una dea molto capricciosa e vanitosa, e causa di molti litigi per gelosia delle altre dee. Zeus la fece sposare con il dio più brutto, e anche zoppo, Vulcano o Efesto, il fabbro degli dei che lavorava nell’Etna. Ma la dea non era per nulla soddisfatta del matrimonio, e quindi ebbe moltissimi amanti, sia dei che uomini mortali, e quindi molti figli, tra cui Enea, che fondò poi Roma. Quando Efesto la scoprì con il dio Ares (Marte), li chiuse in una gabbia e li espose al ridicolo di fronte agli altri dei.

L’unico essere che seppe resistere alla bellezza di Venere fu Narciso, anche lui bellissimo, che fece una brutta fine. Oltre a Marte, non le resistettero Adone, Poseidone, Mercurio, dal troiano Anchise ebbe Enea, dal dio Dioniso ebbe Imene, il dio delle feste nuziali, da Ares ebbe due figli terribili, Eros, amore, e Anteros. Una bella leggenda è legata alla nascita dei due bimbi: quando Afrodite ebbe Eros, si lamentò con la dea Temi perché il figlio non cresceva; Temi le rispose che il bambino non sarebbe cresciuto finché non avesse avuto un fratello. Allora Afrodite partorì Anteros che significa “colui che ricambia l’amore”: così i poeti spiegavano il fatto che l’amore, per poter crescere, deve essere ricambiato.

Era bella e infedele, ma anche vendicativa, e scagliava maledizioni se veniva offesa o non onorata abbastanza. Nelle Veneralia ci si abbandonava a ogni genere di piaceri ed eccessi, e perciò le malattie sessualmente trasmissibili furono definite malattie veneree.

La statua di Artemide efesia, in prezioso alabastro, è una copia della statua venerata nel santuario di Efeso. La dea è rigida e protende le braccia; sul capo porta un polos a forma di torre con un disco, decorato con quattro leoni alati per parte. Sul petto la dea indossa un pettorale su cui sono, a bassorilievo, i segni zodiacali del Leone, del Cancro, dei Gemelli, della Bilancia e del Sagittario, e una collana da cui scendono delle ghiande; il busto regge quattro file di mammelle, come simbolo di fecondità, o, secondo altri, gli scroti dei tori a lei ritualmente sacrificati. Il volto, le mani ed i piedi sono in bronzo, frutto di un restauro del Valadier, a cui si devono anche, insieme all’Albacini e la parte inferiore del corpo; i restauri furono eseguiti dopo il trasferimento da Roma a Napoli.

Artemide, la Diana romana, era la sorella gemella di Apollo, nata sull’isola di Delo dall’amore di Zeus e Leto. Si credeva che da lei dipendessero le morti improvvise delle donne – come da Apollo quelle degli uomini. Era la dea della Luna, identificata piano piano con Selene. Come il fratello, girava in cielo su un carro trainato da mucche bianche. Ma era anche la dea della caccia, e con le ninfe Driadi, e seguita da cani, percorreva i boschi con una veste corta, l’arco e la faretra, Come Atena disdegna il matrimonio e i corteggiatori, però si racconta che si era innamorata di un pastore bellissimo, Endimione, che pascolava le greggi sul monte Latmo: lei scendeva ogni notte nella caverna dove il pastore dormiva, e le bastava guardalo e stargli vicino in silenzio. (Continua)

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