Pubblicato il: 22 marzo 2020 alle 7:00 am

Il MANN di Napoli/3. La straordinaria civiltà egizia Il culto dei morti, le cure mediche e le superstizioni del grande popolo

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 22 Marzo 2020 – In attesa che la situazione evolva velocemente verso la normalità e che possiamo recarci di persona ad ammirare i capolavori che il museo cittadino conserva, vi proponiamo un menù di opere da vedere nei musei di Napoli, in particolare il Museo Archeologico Nazionale, sicuramente una delle meraviglie partenopee (e del mondo), non solo per la quantità e il valore delle sue collezioni di arte antica, ma anche per il sapiente e ben curato allestimento.

Conta 1500 reperti la raccolta egiziana più antica d’Italia presente al Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Piano meno uno – Sala XX.

Nelle vetrine troverete moltissimi Uscebti. Nell’antico Egitto i morti venivano sepolti con vera devozione, e non esisteva solo l’abitudine di offrire loro tesori, ma anche statuette a forma di mummia che accompagnassero i defunti nel loro viaggio verso l’aldilà. Per gli Egizi, l’aldilà era una prosecuzione della vita terrena. Gli inferi egizi tuttavia non erano un luogo di “dolce far niente”, ma una terra dove svolgere pesante lavoro agricolo, senza gioie. Si trovò la soluzione con gli Uscebti, statuette lignee, ma poi anche di pietra e di frit (un tipo di maiolica, il precursore del vetro e della porcellana), che si potevano far rivivere recitando una formula magica incisa sulla loro fronte. Nell’aldilà, all’Ushebti era affidato il lavoro pesante al posto del suo padrone: “Oh ouchebti, quando verrai chiamato a sostituire il tuo padrone nelle sue pesanti giornate di lavoro, per irrigare i campi e trasportare sabbia dall’Est (campi) ad Ovest (deserto), alzati e dì: Eccomi!”.

Nel Museo se ne osservano molti, tra cui la cassetta porta-uscebti di Mutemula, cantatrice di Amon, elegantemente decorata.

Nella vetrina 32 si nota una piccola coppetta in terracotta con una iscrizione dipinta che recita “cumino, latte addensato, miele”, probabilmente una cura contro la tosse.

I Papiri medici dell’antico Egitto erano una specie di prontuario, testi di straordinaria precisione, che oggi ci danno preziose informazioni su malanni, diagnosi e rispettive terapie, quasi sempre costituite da piante medicinali, ma anche interventi manuali praticati all’interno o all’esterno del corpo umano e riti magici.

La medicina degli egizi, infatti, era un miscuglio di incantesimi e cerimonie religiose: si pensava che i malanni, vinti grazie a talismani e riti magici, fossero provocati da comportamenti contro qualcuno. Solo se il rito non aveva successo, il medico passava a consigliare delle cure. C’è un papiro che dà indicazioni sulle malattie dell’apparato genitale femminile, la maternità, ma anche sulle pratiche anticoncezionali, un altro dedicato ai traumi, mentre si ritiene che la coppetta di Napoli abbia rechi una ricetta proveniente dal Grande papiro di Berlino.

Nella vetrina 48 si può vedere uno scarabeo. L’insetto, adorato con il nome di Khepri, era il simbolo della resurrezione. Scarabei sono stati ritrovati nelle tombe dei faraoni come pendagli intagliati molto che probabilmente erano appesi agli anelli o usati come sigilli. Dopo la morte erano posti tra le bende delle mummie in corrispondenza del cuore ovvero il centro della forza divina e della spiritualità, come oggetti dal potere salvifico anche nell’aldilà; alcuni erano intagliati in materiale povero, ma quelli destinati ai faraoni erano intagliati in materiali preziosi come la giada e portavano inscritto un capitolo del Libro dei Morti (una raccolta di formule magico-religiose che dovevano servire al defunto come protezione e aiuto nel suo viaggio verso il Duat).

Anche il famoso faraone Tutankhamon aveva il suo personalissimo scarabeo, intagliato in un pezzo di cometa che presumibilmente scoppiò sull’Egitto 28 milioni di anni fa.

Nel museo napoletano si trovano poi molti pezzi di mummie, portati in occidente dai viaggiatori dell’800 come souvenir, poi la mummia di un bambino di epoca tolemaica, corredi funerari, amuleti, immagini delle principali divinità del ricco pantheon egiziano antico come statue in pietra, bronzetti, ed elementi decorativi, e tre rare mummie di coccodrillo, connesse al culto del dio Sobek: i coccodrilli erano venerati perché legati anche alla fertilità del fiume Nilo, ma anche temuti perché feroci predatori.

Nella sala della scrittura, arti e mestieri una mappa che mette in evidenza la fitta rete di contatti intercorsi tra l’Egitto e i paesi protesi sul Mediterraneo

Molto noti sono i vasi canopi esposti nella vetrina 62, con le teste dei quattro figli di Horus: si tratta di contenitori utili nel processo di imbalsamazione.

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