Pubblicato il: 25 marzo 2020 alle 9:00 am

Congedo parentale: strumento previdenziale sempre più attuale Tutto quello che c'è da sapere sullo strumento previdenziale pensato per salvaguardare i bisogni assistenziali ed affettivi del fanciullo

di Angela Arena.

Roma, 25 Marzo 2020 – La posizione privilegiata che occupa nel nostro ordinamento giuridico il cosiddetto “interesse del minore”, è riscontrabile in diversi istituti giuridici per lo più collocati nel diritto di famiglia; tuttavia, il legislatore, allo scopo di salvaguardare, in maniera sempre più incisiva, i bisogni assistenziali ed affettivi del fanciullo, ha previsto anche uno strumento previdenziale ad hoc: il congedo parentale.

La disciplina relativa all’istituto richiamato, fatta eccezione per alcune categorie di lavoratori, si sostanzia essenzialmente nella facoltà concessa sia al padre che alla madre, di fruire, in maniera alternata, di un periodo di astensione dal lavoro nei primi dodici anni di vita della prole, riconosciuta al genitore che ne faccia esplicita istanza, anche laddove l’altro non ne abbia diritto.

Sebbene la materia trovi un preciso riferimento normativo nel d.lgs. 151/2001, nonché, nei CCNL di comparto che possono prevedere apposite disposizioni, si osservi che nel diritto del lavoro italiano il congedo parentale è erede dei previgenti istituti dell’astensione obbligatoria e dell’astensione facoltativa, il cui fondamento costituzionale è sancito nell’art. 37 che garantisce  le giuste condizioni di lavoro alla madre, al fine di consentirle “l’adempimento della sua essenziale funzione familiare” e di assicurarle “una speciale adeguata protezione” dei suoi figli.

In particolare, la legge n. 1204 del dicembre 1971, ovvero la prima disposizione organica in tema di congedi parentali, prevedeva unicamente il congedo di maternità, vietando di adibire le donne gestanti e le puerpere, fino a sette mesi dopo il parto “al trasporto e al sollevamento pesi, nonché ai lavori pericolosi, faticosi ed insalubri”, vietando il licenziamento delle lavoratrici dall’inizio del periodo di gestazione fino al termine del periodo di interdizione dal lavoro, nonché fino al compimento di un anno di età del bambino, inoltre, in caso di licenziamento nel suddetto periodo, riconosceva alla madre, in specifiche ipotesi, il diritto di ottenere il ripristino del rapporto di lavoro.

Un ulteriore progresso dell’istituto si deve poi all’introduzione, nel nostro ordinamento giuridico della legge n. 903 del 9 dicembre 1977, con cui il legislatore estese l’ambito di applicazione della precedente (la legge n. 1204/1971), anche alle lavoratrici che abbiano adottato bambini, o che li abbiano ottenuti in affidamento pre-adottivo, fino ai sei anni di età; solo con la legge n. 53 del 2000, tale tipo di permesso sarà riconosciuto anche ai padri.

Successivamente, l’intero corpo normativo afferente la materia dei congedi parentali è confluito nel d.lgs. n. 151 del  26 marzo 2001 ovvero nel “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53“, che disciplina requisiti, limiti e retribuzione degli aventi diritto, nonché tempi e modi per richiedere tale permesso.

In particolare, in virtù del decreto summenzionato, il congedo parentale spetta nei primi 12 anni di vita del bambino, a tutti i genitori naturali, per un periodo complessivo alternato tra tra i due, non superiore a 10 mesi, che diventano 11 qualora il padre si astenga dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato di almeno tre mesi: alla madre lavoratrice dipendente per un periodo continuativo o frazionato di massimo sei mesi; al padre lavoratore dipendente per un periodo continuativo o frazionato di massimo sei mesi, che possono diventare sette in caso di astensione dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato di almeno tre mesi; al padre lavoratore dipendente, anche durante il periodo di astensione obbligatoria della made (a partire dal giorno successivo al parto) e anche se la stessa non lavora; al genitore solo per un periodo continuativo o frazionato di massimo 10 mesi; ai lavoratori dipendenti adottivi o affidatari entro i primi 12 anni dall’ingresso del minore nella famiglia indipendentemente dall’età del bambino all’atto dell’adozione o affidamento e non oltre il compimento della sua maggiore età.

Sono esclusi dall’indennità i genitori disoccupati o sospesi, i lavoratori domestici e a domicilio.

In merito al periodo di astensione, va tuttavia chiarito che la Legge 228/2012 ha  introdotto l’ulteriore possibilità di frazionare a ore il congedo parentale, sebbene con un rinvio alla contrattazione collettiva di settore, per ciò che concerne le modalità e i criteri di calcolo di fruizione del congedo in questione.

Relativamente all’importo di tale indennità, che viene calcolato in base alla retribuzione del mese precedente l’inizio del periodo di congedo, entro i primi sei anni di età del bambino o dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento, nonché, per un periodo massimo cumulativo tra i genitori di sei mesi, esso è pari al 30% della retribuzione media giornaliera, laddove, nessuna indennità è prevista per i genitori di bambini dagli otto ai 12 anni di età, ovvero dall’ingresso in famiglia in caso di adozione o affidamento.

Per quanto attiene, invece, i modi e i tempi di richiesta dell’indennità in oggetto, essa va inoltrata online all’INPS attraverso il servizio dedicato, ovvero telefonando ai contact center 803164 o 06164164, oppure attraverso enti di patronato, prima dell’inizio del periodo di congedo di cui si vuol fruire, infatti, qualora l’istanza sia posteriore, saranno pagati solo i giorni di congedo successivi alla data di presentazione della domanda; naturalmente, se il rapporto di lavoro si estingue all’inizio o durante il periodo di congedo, il diritto allo stesso viene meno dalla data di interruzione del rapporto di lavoro.

Un’ulteriore modifica ha successivamente ampliato l’ambito di applicazione della  disciplina appena esposta: per effetto del decreto legislativo  n. 81 del 2015, attuativo della delega contenuta nel Jobs act, ha  concesso al lavoratore la possibilità, una tantum, di chiedere la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo pieno, in rapporto a tempo parziale, in luogo del congedo parentale o entro i limiti del congedo ancora spettante.

Orbene, in virtù della fondamentale supporto nella vita familiare e lavorativa di tutti noi, mai come in questo drammatico periodo, lo strumento del Congedo Parentale è divenuto prepotentemente attuale e di conseguenza è inevitabilmente rientrato tra le misure adottate dal nostro Governo quale sostegno economico per le famiglie.

Come sappiamo, oramai da settimane, l’espansione pandemica generata dalla diffusione del virus Covid-19, ha costretto il Governo a limitare drasticamente i nostri spostamenti attraverso una serie di provvedimenti, tra cui il decreto-legge n. 18/2020, che prende il nome di “Decreto Cura Italia”, il cui articolo 23 contenuto nel Capo II “Norme speciali in materia di riduzione dell’orario di lavoro e di sostegno ai lavoratori”, dispone un congedo parentale straordinario, concesso alternativamente ad entrambi i genitori, per un totale complessivo di 15 giorni;  in alternativa, è prevista l’assegnazione di un bonus per l’acquisto di servizi di baby-sitting nel limite di 600 euro, aumentato a 1.000, per il personale del Servizio sanitario nazionale e le Forze dell’ordine.

Il nuovo strumento giuridico sarà operativo dal 5 marzo 2020 e spetterà, nella misura pari al 50% della retribuzione, ai dipendenti del settore privato e pubblico, ai genitori affidatari per i figli fino ai 12 anni, mentre, per i lavoratori iscritti alla Gestione separata INPS, l’importo sarà pari a 1/365 del reddito, laddove i fruitori del congedo parentale con figli fra i 12 e i 16 anni non avranno diritto alla retribuzione.

Del provvedimento possono beneficiare anche i genitori lavoratori con figli affetti da disabilità, nel qual caso non vi sono limiti di età al fine di percepire la retribuzione, mentre sono esclusi dalla misura i disoccupati o sospesi, i lavoratori domestici e quelli a domicilio, oppure i genitori lavoratori nel cui nucleo familiare vi sia un altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito.

neifatti.it ©