Pubblicato il: 30 marzo 2020 alle 8:00 am

Coronavirus: il contagio del personale sanitario è ‘infortunio sul lavoro’ Secondo stime stime ufficiali dell'INAIL sarebbero circa 2700 i professionisti sanitari risultati positivi al covid19

di Angela Arena.

Roma, 30 Marzo 2020 – Da poco più di un mese il nostro contesto socio economico è stato sconvolto da un fenomeno epocale e senza precedenti: l’inarrestabile diffusione dell’epidemia causata dal “corona virus”.

Al fine di arginare il drammatico aumento dei contagi, il Governo Italiano è stato costretto ad adottare una serie di provvedimenti fortemente restrittivi, tra cui il noto DPCM “resto a casa” che ha di fatto limitato al minimo indispensabile gli spostamenti dei cittadini, i quali si sono ritrovati, laddove consentito dal tipo di attività svolta, ad espletare le proprie mansioni lavorative da casa, ovvero, in modalità smart-working.

Purtroppo, non tutte le categorie di lavoratori hanno le medesime opportunità, in quanto, vi sono mestieri e professioni che non concedono alternativa, dovendosi necessariamente esercitare a contatto con il pubblico: si pensi ad esempio, agli autotrasportatori, ai commessi dei supermercati, alle forze dell’ordine, ma in modo particolare ai medici, agli infermieri ed a tutto il personale sanitario, quest’ultimo, impegnato in prima linea a fronteggiare la tragica emergenza pandemica.

Invero, alcun dubbio, sussiste, purtroppo, sulla tremenda circostanza che, attualmente, il settore professionale più a rischio, risulti essere proprio quello sanitario, in quanto, tale contingenza è ampiamente suffragata dalle stime ufficiali dell’INAIL, in virtù delle quali sarebbero circa 2700 i professionisti sanitari risultati positivi al covid19, anche se si teme che il dato sia ampiamente sottostimato e pertanto destinato drasticamente a salire.

Tale convulsa situazione ha spinto alcuni sindacati di categoria ad insorgere, denunciando la precarietà delle condizioni in cui sono costretti ad operare medici, infermieri, oss ed operatori del 118, parlando in merito di “soldati mandati al fronte senza fucile”, proprio per sottolineare le carenze organizzative e strumentali, ad oggi tristemente riscontrate nei nostri nosocomi. Alle proteste dei sindacati, si aggiungono, sempre in tal senso, le autorevoli dichiarazioni del governatore della Puglia Emiliano: l’ex magistrato, intervenendo in una trasmissione della nota emittente televisiva LA7, è infatti tornato sull’annosa questione della scarsa presenza di dispositivi di protezione individuale relativamente alla sua regione, facendo, inoltre notare come i reagenti per fare i tamponi, siano per la maggior parte dei casi destinati alle strutture ospedaliere del Nord, che attualmente risultano tra le più colpite.

Ciò detto, appare evidente la necessità di garantire indistintamente, a tutti gli operatori sanitari, specifiche misure di prevenzione e protezione, così come definite negli allegati 1 e 2 della circolare del Ministero della Salute del 27 febbraio 2020, ma, che in particolare mirino a contenere il più possibile la diffusione epidemica, come l’implementazione dei test, affinché gli stessi vengano estesi a tutti coloro che gravitano in ambito sanitario, nonché, forniture di strumenti di protezione tra cui mascherine, guanti, camici, calzari, visiere, detergenti igienizzanti per le mani, ecc.

Da sempre, il personale sanitario, costituisce una riserva preziosa, il cui contributo, è fondamentale per la tutela del nostro bene più grande, ovvero la salute, tuttavia, mai come in questo delicato momento storico, la categoria professionale in oggetto, risulta essere quella più esposta ai contagi, e, pertanto diviene prioritario e doveroso, rinforzarne maggiormente le tutele, anche e soprattutto sotto l’aspetto previdenziale.

A tal proposito, l’INAIL con una nota del 17 marzo 2020, prot. n. 3675, ha inquadrato il corona virus come “nuova malattia professionale”, equiparando alla categoria degli infortuni sul lavoro tutti i casi in cui sia accertata, o anche solo presunta, l’origine professionale del contagio da corona virus, ossia avvenuto in ambito lavorativo o per causa determinata dallo svolgimento dell’attività lavorativa, in riferimento a tutto il personale operante in strutture sanitarie pubbliche o private convenzionate.

Com’è noto, genericamente, l’infortunio sul lavoro coincide con il verificarsi di un evento traumatico avvenuto sul posto di lavoro, impedendo il regolare svolgimento della mansione per un periodo non inferiore ai tre giorni: siffatta assenza dal posto di lavoro non prevede una retribuzione per il dipendente, bensì, una copertura assicurativa, da parte dell’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro, in virtù del D.P.R. n. 1124 del 1965.

La disposizione normativa richiamata, oltre a garantire prestazioni sanitarie specifiche coprendo tutte le spese mediche, gli esami diagnostici, le terapie riabilitative sostenute dal lavoratore durante l’infortunio, a patto che siano prescritte o autorizzate dall’Ente stesso, consente al lavoratore sinistrato di ottenere un indennizzo, la cui entità varia in base all’evento dannoso, nonché alle conseguenze fisiche riportate dal lavoratore come, appunto, l’inabilità al lavoro per almeno tre giorni ed in casi estremi, la morte.

La disciplina relativa all’istituto dell’infortunio per lavoro contempla anche il cosiddetto infortunio in itinere, ossia l’evento traumatico verificatosi nel tragitto tra l’abitazione del lavoratore e il luogo di lavoro o viceversa.

L’erogazione di detto indennizzo è a carico sia del datore di lavoro che dall’INAIL, in base a parametri tassativamente indicati dal decreto di cui sopra, inoltre, il lavoratore che subisce un incidente sul lavoro non è soggetto a visita fiscale presso il proprio domicilio, a differenza dell’ipotesi in cui l’infortunio sia dovuto a una malattia pregressa: in questo caso non siamo più in presenza di infortunio sul lavoro ma di malattia.

Nel caso di contagi da nuovo corona virus, invece, l’ente previdenziale precisa che la tutela assicurativa si estende anche alle circostanze in cui l’identificazione delle cause e modalità lavorative del contagio siano problematiche, ovvero difficilmente dimostrabili, infatti, in tali ipotesi opera una presunzione, ovvero si presume che il contagio sia una conseguenza delle mansioni svolte. Nel caso in cui, infine, gli eventi infettanti siano intervenuti durante il percorso casa-lavoro, si configura l’ipotesi di infortunio in itinere, come si è già specificato in riferimento ai tratti generali dell’istituto in questione.

L’Azienda sanitaria locale o la struttura ospedaliera/struttura sanitaria privata di appartenenza del personale infortunato, in qualità di datori di lavoro pubblico o privato, devono assolvere all’obbligo di effettuare, come per gli altri casi di infortunio, la denuncia/comunicazione d’infortunio; resta fermo l’obbligo da parte del medico certificatore di trasmettere all’Istituto il certificato medico di infortunio.

Ai fini del computo della decorrenza della tutela Inail, nel caso di infezione da Covid-19, si ritiene che il termine iniziale coincida con quello della data di attestazione positiva dell’avvenuto contagio tramite il test specifico.

Dalla tutela previdenziale in argomento, sono esclusi i dipendenti sanitari posti in quarantena per motivi di sanità pubblica, salvo che risultino positivi al test di conferma perché, in questo caso, sono tutelati per l’intero periodo di quarantena.

Come chiarito nella nota, l’assicurazione Inail copre l’intero periodo di isolamento domiciliare o quarantena e quello eventualmente successivo, dovuto a prolungamento di malattia che determini una inabilità temporanea assoluta.

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