Pubblicato il: 3 aprile 2020 alle 9:00 am

Coronavirus e crisi economica: bloccati dalla Pa 115 miliardi di spesa La denuncia della Cgia: “Tra i debiti commerciali non ancora onorati (53 miliardi di euro) e la mancata apertura di tantissimi cantieri di infrastrutture strategiche (62 miliardi), lo Stato trattiene risorse che sarebbero indispensabili per fronteggiare l’attuale situazione

di Giuseppe Picciano.

Roma, 3 Aprile 2020 – Dai Coronabond alle immissioni di liquidità della Bce, dall’evocato Piano Marshall alla riedizione del Prestito Nazionale: sono numerose le ipotesi al vaglio del governo italiano per fronteggiare la spaventosa emergenza causata dal Covid19. Nel frattempo l’ufficio studi della Cgia (Confederazione generale italiana degli artigiani) di Mestre avverte che una prospettiva di rilancio dell’economia già c’è. O meglio, ci sarebbe se non fosse ancora paralizzata, come al solito, dalla burocrazia.

Pubblica amministrazione morosa

Tra i debiti commerciali non ancora onorati (53 miliardi di euro) e la mancata apertura di tantissimi cantieri relativi a infrastrutture strategiche e a opere pubbliche minori distribuite lungo il Paese (per un valore di 62 miliardi), la Pubblica Amministrazione blocca complessivamente 115 miliardi di spesa che sarebbero indispensabili per fronteggiare l’attuale situazione economica. “Mentre aspettiamo che i 27 Paesi dell’Ue trovino un accordo per consentire l’utilizzo dei Coronabond – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – sarebbe opportuno che la nostra Pa pagasse i propri fornitori e fosse in grado di avviare le tante opere pubbliche che, ironia della sorte, sono in buona parte quasi tutte finanziate. Se sbloccate, queste misure darebbero una prima importante iniezione di liquidità al sistema economico del Paese, invece, la cattiva burocrazia e il malfunzionamento della macchina pubblica continuano a rappresentare un problema molto serio, quanto la rovinosa caduta che l’economia italiana si appresta a subire nei prossimi mesi”.

Mai come in questo momento, infatti, le famiglie e le imprese, soprattutto quelle di piccola dimensione, avrebbero bisogno di liquidità e nonostante le misure messe in campo dal Governo si continua a non affrontare il cuore del problema.

“Le piccolissime imprese – sottolinea il segretario Cgia Renato Mason – spesso si appoggiano alle banche del territorio che indicativamente hanno poche risorse e quindi mi aspetto che anche nei prossimi mesi saranno più severe nel valutare le garanzie per concedere i finanziamenti. Per questo andrebbero cambiate le regole europee, introducendo il principio di proporzionalità. Ovvero, non si possono seguire gli stessi criteri di valutazione, lo stesso rating, per imprenditorialità diverse. I lavoratori autonomi, ad esempio, non possono essere valutati come le imprese strutturate o le grandi società di capitali. La richiesta di garanzie andrebbe modulata in base alla dimensione dell’ impresa. Invece, tutti sono trattati allo stesso modo, con il risultato che a subire il “credit crunch” (stretta creditizia) sono in particolar modo i piccoli. E il combinato disposto tra mancati pagamenti della Pa e poco credito erogato dalle banche alle piccole imprese rischia di far chiudere definitivamente tantissime attività”.

I 53 miliardi di debiti della Pa

Secondo i dati riportati nella “Relazione annuale 2018”, presentata il 31 maggio 2019 dalla Banca d’Italia, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra Pa sarebbe pari a circa 53 miliardi di euro, metà dei quali ascrivibili ai ritardi di pagamento. L’utilizzo del condizionale è d’obbligo, visto che il periodico monitoraggio condotto dai ricercatori di via Nazionale si basa su indagini campionarie condotte sulle imprese e dalle segnalazioni di vigilanza da cui emergono dei risultati che, secondo gli stessi estensori delle stime, sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza.

Le principali cause che hanno dato origine a questa cattiva abitudine tipicamente italiana sono le seguenti: la mancanza di liquidità da parte del committente pubblico; i ritardi intenzionali; l’inefficienza di molte amministrazioni a emettere in tempi ragionevolmente brevi i certificati di pagamento; le contestazioni che allungano la liquidazione delle fatture. A queste ragioni ne vanno aggiunte almeno altre due che, tra le altre cose, il 28 gennaio 2020 hanno indotto la Corte di Giustizia europea a condannare l’Italia

Esse sono: la richiesta, spesso avanzata dalla Pa nei confronti degli esecutori delle opere, di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture; l’istanza rivolta dall’Amministrazione pubblica al fornitore di accettare, durante la stipula del contratto, tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo.

Le opere pubbliche ferme

Stando al monitoraggio realizzato dall’Ance attraverso il sito sbloccacantieri.it, sarebbero quasi 750 le opere pubbliche ferme nel nostro Paese che non consentono di investire 62 miliardi di euro. Oltre a scuole, strade, ospedali ci sono anche una trentina di grandi opere infrastrutturali strategiche, la quasi totalità già finanziate, che non decollano a causa degli intoppi burocratici relativi alle procedure amministrativo-progettuali richieste, alle guerre giudiziarie in atto tra le imprese o a seguito del tira e molla in corso tra la politica centrale e quella locale. Se da un lato questa situazione di impasse non consente l’ammodernamento del Paese, dall’altro non dà alcun contributo alla crescita della domanda interna che mai come in questo momento dovrebbe essere supportata.

Alcune di queste infrastrutture strategiche ancora ferme ai blocchi di partenza sono: Tav Torino-Lione (8,6 miliardi di euro); Tav Messina-Catania-Palermo (costo 8 miliardi di euro); Gronda di Genova (5 miliardi di euro); Av Verona-Padova Iricav 2 (4,9 miliardi di euro); Terza corsia A11 Firenze-Pistoia (3 miliardi di euro); Autostrada Roma-Latina (2,8 miliardi di euro); Autostrada Pedemontana Lombarda (2 miliardi di euro); Tav Napoli-Bari lotto Irpinia-Orsara/tratta Orsara Bovino (2 miliardi di euro); Autostrada regionale Cispadana (1,3 miliardi di euro).

L’auspicio, conclude la Cgia, è che “il modello Genova, adottato per la costruzione del ponte sopra il Polcevera progettato da Renzo Piano, sia esteso a tutte le principali grandi opere già finanziate ma non ancora avviate, attraverso la tanto agognata nomina dei commissari”.

neifatti.it ©