Pubblicato il: 7 aprile 2020 alle 8:00 am

La lettera di Conte alla Von Der Layen: UE alla prova dell’ordalia «Guardiamo il futuro con gli occhi della solidarietà e non col filtro degli egoismi». Al di là delle pompose affermazioni di alcuni governi, nessuno può ritenersi salvo

di Antonio Aghilar.

Roma, 7 Aprile 2020 – L’ordalia (pronunciato: ordàlia orˈdalja alla latina o ordalìa ordaˈlia alla francese, dal latino medievale ordalium e dal longobardo ordaïl che significa “giudizio di Dio) è un’antichissima credenza giuridica, ampiamente praticata anche dai popoli germanici nel medioevo, secondo la quale l’innocenza o la colpevolezza dell’accusato, in controversie non facilmente risolvibili “secondo l’ordinario giudizio” venivano determinate sottoponendo l’imputato ad una prova dolorosa o a un duello con il “rivale in giudizio“.

La determinazione dell’innocenza derivava dal completamento della prova senza subire danni (o dalla rapida guarigione delle lesioni riportate) oppure dalla vittoria nel duello. L’ordalia, come il duello di Dio, era un iudicium Dei: una procedura basata sulla premessa che Dio avrebbe aiutato l’innocente in caso lo fosse davvero.

Non è solo sensazione di chi scrive che, con il passare dei giorni e l’acuirsi della crisi finanziaria ed economica (oltre a quella sanitaria che sembra non distante dal suo apogeo), e la conseguente crisi politica, si delinea per la UE sempre più una sorta di “prova finale” per giustificare la sua esistenza. Insomma: un’ordalia, appunto.

D’altra parte, se si volesse applicare il metodo scientifico per decifrare ed in qualche modo giustificare l’assurdo cincischiare della UE sulla questione realtiva agli aiuti finanziari, a imprese e cittadini in difficoltà, difficilmente ci si riuscirebbe.

E questo ancorpiù in una situazione geo-economica in cui tutto, ma proprio tutto, lascia prevedere coinvolti (cioè tutto il G20) il disastro, anche per Paesi ritenuti – a torto in questo caso – “solidi” come la Germania.
A momento infatti, le perdite previste per il PIL di tutta l’area UE si aggirano sul 6-7%.
Ma sono stime troppo ottimistiche, a parere di chi scrive.

Pur volendo lanciarsi in previsioni che in questo momento sono più fondate sui vaticini (a volte i vaneggiamenti proprio) che sulla scienza, siamo ben oltre il 10% di perdita potenziale netta. Certamente, non inferiori all’8% visto il mese (1/12esimo di anno) di lockdown che quasi tutta Europa ha già raggiunto o raggiungerà entro fine aprile.

E per fare previsioni non servono i modelli macroeconomici, che comunque pochissimi utilizzano, soprattutto i politici. Anche perché le variabili con “valori anomali” sono troppe, a cominciare  dal crollo degli scambi intercommerciali su scala globale: nessun modello macroeconometrico, al momento, è calibrato per funzionare in una situazione simile.

Diciamo quindi che, al di là delle pompose affermazioni di chicchessia, nessuno può ritenersi “salvo” ed anzi l’unica cosa che al momento si può prevedere con ragionevole certezza, è che prima della fine di maggio, della normalità non ci sarà neanche l’ombra né in Italia, né altrove.

In questi casi, per orientarsi nel giudizio o almeno tentare di farlo, è quindi d’uopo sia rileggere alcuni “classici” dell’umano pensiero (me ne viene uno in mete a caso: “La moltiplicazione dei pani e dei pesci“, unico passo della vita di Gesù ad essere presente in tutti i Vangeli, canonici e non) sia affidarsi  alla “saggezza popolare”.

Lasciamo allora l’interpretazione del citato brano del Vangelo all’intima riflessione di ciasacuno e facciamo insieme “i conti della nonna“.

Togliamo un mese di produzione (1/12esimo) dal PIL di tutti i Paesi coinvolti per il lockdown imposto in praticamente tutto l’Occidente più l’India (con i suoi 1,2 miliardi di abitanti) , parte della Cina, il Giappone parte del Sud America, Sud Africa e Russia intera.

Nel 2018 il PIL italiano è stato di quasi 1800 miliardi di euro c.ca.
Secondo mia nonna quindi, al 31 dicembre mancheranno non meno di 150 miliardi di produzione, solo in Italia.

Ma mia nonna era credente, e praticante pure. Io sono più miscredente e sono già molto più credente di tante altre persone che conosco, quindi facciamo che di miliardi all’appello ce ne mancheranno 200.

Applichiamo lo stesso principio di calcolo ai Paesi appartenenti all’Euro.

Parliamo di un PIL che si è attestato alla cifra di 16.200 miliardi circa a fine 2018: ai Paesi appartenenti all’area Euro, potrebbero allora mancare a fine anno qualcosa come 1.350 miliardi.

Una cifra enorme, e distante “anni luce” dalle cifre finora concretamente messe in campo dalla Commissione Europea, che al momento è di circa 100 miliardi attraverso il Piano SURE, un fondo per finanziare la cassa integrazione nei Paesi in difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus.

Ora: il fatto è che qualcosa ha messo in testa ai tedeschi, ovvero buona parte degli elettori e dei politici che li rappresentano, che loro non avranno ripercussioni o meglio, anche questa volta, ne usciranno “bene”.

Una sensazione piuttosto tenace nel popolo germanico anche se forse più nei politici timorosi di perdere consensi che nella sua classe produttiva, dal momento che ogni volta che il popolo tedesco e soprattutto i suoi governanti, hanno perseguito questa idea negli ultimi 120 anni, non gli è andata molto bene, anzi: hanno sempre perso tutto.

Consapevolezza quest’ultima che non pochi in Germania sembra abbiano raggiunto, dal momento che le principali case automobilistiche (Volkswahen, Mercedes e BMW) hanno comunicato venerdì 3 aprile alla Merkel, affermando in un comunicato congiunto che “Senza Italia e Spagna non possiamo fare auto“.
E neppure venderle“, avrebbe aggiunto fulminea mia nonna, con quel che costano: “chi se l’addà accattàll?” avrebbe arguito lei. Del resto, non è difficile immaginare che in qualche telefonata privata l’A.d. di Volkswgen, gruppo che da solo ha fatturato 235 miliardi di euro nel 2018 e che ha già dovuto fermare la produzione per 3 settimane, abbia proferito esattamente queste parole: “ma se Italia, Spagna e forse Francia falliscono, noi, le nostre auto, a chi gliele vendiamo?

Ora: siccome in Germania l’industria automobilistica, oggi totalmente ferma già 2 settimane, vale da sola il 12% del PIL tedesco (attestatosi sui 3,6 miliardi nel 2018), ovvero, 432 miliardi, stimare 300 miliardi di perdita di PIL per la sola Germania è una previsione tutt’altro che pessimistica.
Insomma con 100 miliardi in pratica non ci si pagano neppure le spese sanitarie aggiuntive che gli Stati stanno affrontando. Figurarsi la disoccupazione ed il rilancio dei consumi.

 

Ecco quindi moltiplicarsi, anche dopo l’intervento di Mario Draghi sul Financial Times della settimana scorsa con cui l’ex Presidente BCE invitava l’Europa e l BCE ad un piano di aiuti diretti di almeno 1000 miliardi, gli editoriali sui quotidiani tedeschi, soprattutto quelli di matrice progressista come il Der Spiegel  – il quotidiano più letto in German – a favore di Titoli del Debito Pubblico emessi direttamente dalla UE, ovvero i famosi “Eurobond“.

Il no alle obbligazioni europee potrebbe anche costare caro ai tedeschi“, scrive in uno dei suoi editoriali sul Der Spiegel intitolato “I conti sbagliati dei tedeschiThomas Fricke, capo economista dell’European Climate Foundation dal dicembre 2013 e dal 2002 alla fine del 2012, capo economista del Financial Times Deutschland.


In questo contesto si inserisce allora il gesto di Conte, che con una missiva indirizzata alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha scritto:

Accogliamo con favore la proposta della Commissione europea di sostenere, attraverso il piano Sure” da 100 miliardi di euro, i costi che i governi nazionali affronteranno per finanziare il reddito di quanti si trovano temporaneamente senza lavoro in questa fase difficile. È una iniziativa positiva, poiché consentirebbe di emettere obbligazioni europee per un importo massimo di 100 miliardi di euro, a fronte di garanzie statali intorno ai 25 miliardi di euro.

Ma le risorse necessarie per sostenere i nostri sistemi sanitari, per garantire liquidità in tempi brevi a centinaia di migliaia di piccole e medie imprese, per mettere in sicurezza occupazione e redditi dei lavoratori autonomi, sono molte di più. E questo non vale certo solo per l’Italia. Per questo occorre andare oltre.

Altri player internazionali, come gli Stati Uniti, stanno mettendo in campo uno sforzo fiscale senza precedenti e non possiamo permetterci, come italiani e come europei, di perdere non soltanto la sfida della ricostruzione delle nostre economie, ma anche quella della competizione globale.

Quando si combatte una guerra, è obbligatorio sostenere tutti gli sforzi necessari per vincere e dotarsi di tutti gli strumenti che servono per avviare la ricostruzione.

A questo proposito, nei giorni scorsi ho lanciato la proposta di un European Recovery and Reinvestment Plan. Si tratta di un progetto coraggioso e ambizioso che richiede un supporto finanziario condiviso e, pertanto, ha bisogno di strumenti innovativi come gli European Recovery Bond: dei titoli di Stato europei che siano utili a finanziare gli sforzi straordinari che l’Europa dovrà mettere in campo per ricostruire il suo tessuto sociale ed economico. Come ho già chiarito, questi titoli non sono in alcun modo volti a condividere il debito che ognuno dei nostri Paesi ha ereditato dal passato, e nemmeno a far sì che i cittadini di alcuni Paesi abbiano a pagare anche un solo euro per il debito futuro di altri.

Si tratta – piuttosto – di sfruttare a pieno la vera “potenza di fuoco” della famiglia europea, di cui tutti noi siamo parte, per dare vita a un grande programma comune e condiviso di sostegno e di rilancio della nostra economia, e per assicurare un futuro degno alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, e a tutti i nostri figli.[…]


[…] Le decisioni che prendiamo oggi verranno ricordate per anni. Daranno forma all’Europa di domani”, hai scritto ieri nel tuo intervento. Sono pienamente d’accordo. Il 2020 sarà uno spartiacque nella storia della Ue. Ciascun attore istituzionale sarà chiamato a rispondere, anche ai posteri, delle proprie posizioni e del proprio operato. Solo se avremo coraggio, solo se guarderemo davvero il futuro con gli occhi della solidarietà e non col filtro degli egoismi, potremo ricordare il 2020 non come l’anno del fallimento del sogno europeo ma della sua rinascita.”

Ecco: speriamo vivamente che l’ordalia si concluda con la sopravvivenza della UE.

Perché la UE potrebbe certamente anche cessare di esistere e la storia insegna che, d’altro canto, è solo una questione di tempo. Ma se lo facesse in questo momento, sarebbe una prova definitiva della sua “non innocenza”: un colpo duro e troppo difficile da accettare, per chi crede nel valore universalistico della solidarietà col vicino e della ragione illuminata dei governanti, che sono da sempre i valori fondanti di ogni comunità che si apprezzi, a prescindere dalle sue dimensioni.

neifatti.it ©