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La fragilità umana al tempo del coronavirus

di Giosuè Battaglia.
Roma, 12 Aprile 2020 – Ogni uomo cerca sempre l’esigenza dell’apparire e quindi tralascia di essere se stesso, in quanto mostrerebbe la sua fragilità. Ma come scriveva il filosofo francese Blaise Pascal: “L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutte in natura, ma è una canna pensante”.

Quindi la fragilità è propria dell’uomo e  viene estrinsecata nei momenti di debolezza, quella debolezza che scaturisce ad esempio, da un evento inaspettato e che lo  trova impreparato, proprio come è successo in questo momento di pandemia. Allora la fragilità appare in ogni cosa che circonda, come le strade deserte, cadaveri trasportati come bestiame e senza gli ultimi affetti dei cari. Tutto si ferma per la fragilità umana. Tutto il “baccano” e l’apparire di un mondo che gira, viene improvvisamente ad arrestarsi. A questo punto ci si ricorda la frase del compianto Totò, che in un film, così venne esclamata: “Fermate il mondo, voglio scendere”. Con essa si voleva affermare proprio il giro vorticoso e continuo di una terra che avvolge la vita e le vicissitudini umane. Presto però l’uomo nasconderà questa fragilità, quando tutto sarà passato e appena avrà avuto lo spiraglio di un ritorno al passato, un ritorno tenuto ben nascosto e covato tenendolo ben in serbo in quanto si è estrinsecato il sentimento di buonismo, di fratellanza che ora avvolge tutti. Ben presto, però, questo lascerà al passato tutti gli atteggiamenti della parte buonista, perché questa parte è di gran lunga inferiore all’apparire. La fragilità del momento la si può paragonare ad altri scenari passati, come a ogni pandemia del passato e della quale si potrebbe raccontare la stessa storia. O più precisamente ricordando ciò che accadde con l’approssimarsi dell’anno Mille, quando l’uomo fu preso dalla fragilità della paura del nuovo secolo. Tutti diventarono più buoni, i più ricchi si disfecero dei loro averi a favore dei più poveri; ci fu un avvicinamento alla religione in virtù di una speranza di salvazione sia dell’anima sia per superare il momento. Insomma, l’abbandono dell’apparire che faceva risaltare la fragilità. Passato quel momento, si ritornò in breve tempo allo sfarzo di prima e in molti casi si ebbe il ritorno ad un vita e a comportamenti ancora più faziosi e mondani del tenore del vivere precedente. Quindi, certi comportamenti fragili sono forzati da inibizioni che trattengono l’essere umano dal fare determinate azioni, ma una volta che cessa la forzatura, ritorna il comportamento assetato del genere umano.
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