Pubblicato il: 20 aprile 2020 alle 8:00 am

Israele, il Paese sempre in guerra, piegato alle ragioni del coronavirus La Pasqua ebraica si celebra in un’atmosfera surreale al punto che tutti i tradizionali appuntamenti sono saltati. Per la cena di Seder, che dà inizio e chiude la festa di Pesach, gli smartphone e i computer erano al centro della tavola, eccezionalmente autorizzati dai rabbini

da Gerusalemme, Nello Del Gatto*.

20 Aprile 2020 – E’ una Pasqua silenziosa e strana quella che sta vivendo Gerusalemme. La città del libro, dei tre libri (considerando il Vangelo uno di questi), delle tre religioni e numerose fedi, la città di Davide, di Gesù e di Maometto da giorni vive, come il resto del mondo, in un tempo sospeso.

Ancora più strano per una città e un popolo che non solo hanno dovuto cambiare radicalmente il modo di vita, le abitudini, ma hanno dovuto anteporre, per la prima volta nella storia, esigenze comunitarie a quelle religiose, salvaguardia della vita a spiritualità e religione. “Si combatte un nemico invisibile, siamo in guerra”, aveva detto il premier Netanyahu annunciando il primo decreto di blocco dl paese. Eppure, da quando esiste questa terra, la guerra è stata una costante. Pochi al mondo come coloro che stanno qui sono abituati a vivere e interagire con i conflitti, con i pericoli, con le guerre. Ma stavolta è diverso: si combatte un nemico sconosciuto, invisibile appunto, che si annida anche nel vicino di casa, nell’amico o nel familiare, a volte pure inconsapevolmente.

Mi è capitato spesso che il mio padrone di casa, ebreo, al termine di un messaggio inviatomi di sabato, mi chiedesse di non informare sua moglie del fatto che mi avesse scritto durante lo Shabbat, essendo vietata qualsiasi attività e l’uso degli smartphone. Un paio di sabati fa, alle sette del mattino, il vicino ha bussato alla mia porta, rigorosamente con le nocche delle dita non al campanello, per chiedermi di andare da lui ad alzare l’interruttore generale della corrente perché era saltato, non potendo farlo da sé o telefonarmi perché di sabato. Eppure, mercoledì 8 e 15 aprile, per la cerimonia di Seder, quella che termina con l’Hagaddah, la preghiera rituale e che dà inizio e chiude la festa ebraica di Pesach, la Pasqua, gli smartphone e i computer erano al centro della tavola, autorizzati dai rabbini. Dalla finestra di casa, ho visto la tavola dei vicini con al centro il computer con persone collegate e tutti intonavano canti e preghiere rituali. Perché quest’anno è stato deciso il coprifuoco, nessuno si poteva spostare di casa, neanche per festeggiare la ricorrenza che celebra la fuga degli ebrei schiavi dall’Egitto e che ha dato il via al regno di Israele.

Anche gli ortodossi ebrei, seppur non tutti, si sono dovuti organizzare. La polizia e l’esercito li hanno rinchiusi nei loro quartieri di Gerusalemme e nelle loro città nel paese, evitando che uscissero. Non senza problemi: scontri tra ortodossi e polizia si sono tenuti sia nei loro quartieri di Gerusalemme sia nelle città ortodosse del paese. Sono tantissimi, infatti, i casi di infezione nelle loro comunità, dovuti alla vita promiscua, agli spazi ristretti, al non rispetto delle regole. Internet e gli smartphone hanno sopperito in parte anche se, leggendo i giornali e seguendo le polemiche, governanti ed esponenti politici, a cominciare dal Presidente Rivlin e dal premier Netanyahu, hanno comunque festeggiato con l’intera famiglia. Ma il silenzio che ha zittito i canti e le preghiere al Muro Occidentale (quello che conosciamo come muro del pianto), le campane delle chiese e i muezzin della città vecchia, è soltanto una rappresentazione esteriore: Gerusalemme è viva, così come le varie comunità religiose. Dalla sommità dei minareti, risuona ancora, come sempre, l’invito alla preghiera dei musulmani, come le campane cristiane, anche se rimbombano molto di più per le strade vuote della città vecchia. Nonostante la chiusura per l’epidemia, anche quest’anno le campane del Santo Sepolcro, per prime temporalmente nel mondo, hanno risuonato. Prime perché qui, in ossequi allo speciale ordinamento che regola i luoghi sacri, la veglia pasquale si celebra il sabato mattina, non la notte tra sabato e domenica. I musulmani si preparano all’imminente Ramadan che dovrebbe cominciare il 23 aprile, pregando a casa, qualcuno nelle poche moschee aperte di nascosto, anche se la spianata delle moschee è chiusa. Il mufti capo di Gerusalemme ha annunciato che tutte le pregherie per il Ramadan, comprese le preghiere rituali del venerdì e la Tarawih, la preghiera notturna tipica del Ramadan, si dovranno tenere a casa. Chiuso, per la prima volta da secoli, anche il Santo Sepolcro. Le tre comunità che notte e giorno vivono all’interno (i francescani in rappresentanza della chiesa latina, i greco ortodossi e gli armeni) tengono vivo il luogo dove, secondo la tradizione, Gesù fu crocifisso, morì, fu sepolto e risorse. Le altre comunità cristiane che vivono all’esterno (i copti, i siriaci e gli etiopi), si fermano all’esterno della Basilica, dinanzi alle enormi porte chiuse, le cui chiavi sono in possesso di due famiglie musulmane, e lì pregano. Da un paio di settimane, poche volte si è aperta la grande porta di epoca crociata, soprattutto per permettere all’amministratore apostolico dei latini, Pierbattista Pizzaballa, anch’egli un francescano, di entrare e celebrare in maniera ridotta il triduo Pasquale. Niente messa crismale, niente lavanda dei piedi. Il Santo Sepolcro può chiudere le porte ma non può morire. Pochi frati, uno con lo smarpthone che rimanda le immagini in diretta sui social per tutto il mondo, mentre la messa, in arabo, viene officiata per tutti e trasmessa dalle varie televisioni cattoliche, dal patriarcato latino. L’anno scorso, a Pasqua, c’erano oltre 25.000 fedeli. C’ero anch’io, nel coro al Santo Sepolcro. Nei giorni precedenti avevo cantato nella Basilica e al Getsemani per le funzioni del giovedì santo e il venerdì al Golgota, oltre al sabato e domenica al Santo Sepolcro. Quest’anno, siamo a casa.

La domenica di Pasqua c’erano al Santo Sepolcro, in contemporanea, anche i copti che festeggiavano la loro Domenica delle Palme, in uno strano momento di caos religioso con due comunità che pregavano allo stesso momento, nello stesso luogo, per due ricorrenze e con due liturgie oltre che lingue diverse. La settimana dopo, per la Pasqua ortodossa, migliaia di persone, non c’era spazio per uno spillo, affollavano il Santo Sepolcro in attesa che dall’Edicola uscisse il patriarca con il fuoco sacro di Pasqua acceso dall’angelo. Fuoco che sarebbe stato distribuito in tutto il mondo. Quest’anno non ci sarà nessuno, solo alcuni con il patriarca e sono stati autorizzate alcune auto per portare il fuoco nei paesi vicini e alcuni voli per portare il fuoco lontano, partendo da un aeroporto oramai deserto e chiuso. Oggi il santo sepolcro vede all’esterno solo la polizia a controllare che non ci sia nessuno in giro. I francescani, abituati essendo apostoli di pace a gestire i tempi di guerra, continuano le loro funzioni in giro per la città seppur in maniera molto ridotta. La Via Crucis quotidiana non è più nel Santo Sepolcro ma fuori e si ferma alle porte della Basilica. Domenica delle Palme non c’è stata la processione da Betfage da dove Gesù entrò in città ma per le strade della città vecchia, distribuendo ulivo ai cristiani locali. Pizzaballa ha anche voluto celebrare una cerimonia dal Monte degli Ulivi, dal Dominus Flevit, da dove Gesù, secondo la tradizione, pianse pensando alla distruzione della città. Ha benedetto Gerusalemme. Affinché possa presto uscire dalla guerra.

*Corrispondente Agi

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