Pubblicato il: 22 aprile 2020 alle 7:30 am

Io, medico italiano in Germania, soffro a vedere il mio Paese travolto dalla pandemia Napoletano, moglie tedesca, responsabile ortopedico in un ospedale di Amburgo commenta: «Qui hanno avuto più tempo e un approccio diverso, ma la nostra sanità ha retto bene. Tornare? Forse»

di Giuseppe Picciano.

Amburgo, 22 Aprile 2020 – Ha il cuore diviso a metà. Napoletano, moglie tedesca, tre figli ed è un “Oberartz”, ossia il responsabile di un reparto di ortopedia e traumatologia del Klinikum Itzehoe, importante ospedale a nord di Amburgo. Da medico italiano, calato nell’efficiente realtà sanitaria tedesca, ha seguito con trepidazione i drammatici sviluppi della pandemia in Italia. «E’ vero. All’inizio ho avuto un senso di frustrazione pensando di non poter aiutare i colleghi in una situazione di emergenza assoluta».

Da quanto tempo è in Germania?

«Ho iniziato a lavorare qui circa sette anni fa dopo la specializzazione. Nel frattempo ho potuto effettuare dei periodi di formazione ad Amburgo e mi hanno offerto un contratto».

Che idea si è fatto dell’elevato numero di decessi in Italia, mentre in Germania, in presenza comunque di un elevato numero di contagi, si registrano invece “poche” vittime?

«L’alto numero di contagi in Germania al cospetto della bassa mortalità è dovuto all’approccio diagnostico, qui vengono effettuati tamponi a tappeto, circa 350mila a settimana, quindi vengono diagnosticati casi asintomatici e poco sintomatici che in Italia restano occulti. Questo approccio aggressivo ha permesso naturalmente come effetto secondario di isolare i pazienti e di bloccare la diffusione del virus. Sicuramente il fatto di avere due settimane di vantaggio rispetto all’Italia ha permesso di organizzare la strategia in maniera ottimale. In seconda battuta, dato che il sistema sanitario non è stato sovraccaricato, tutti i pazienti che lo richiedevano hanno potuto usufruire di terapie intensive o trattamenti specifici riducendo sicuramente la mortalità».

Crede che il servizio sanitario italiano abbia risposto bene all’emergenza?

«In generale penso che ci sia stata una risposta formidabile da parte del sistema sanitario italiano, anche a livello politico e organizzativo. Non è facile essere il primo Paese ad affrontare una catastrofe sanitaria di questa portata. Vista da qui, per me è stata una risposta corale, non egoistica, dove tutti si sono assunti le proprie responsabilità. Purtroppo si sono evidenziati anche i limiti di un sistema sanitario impoverito negli anni e ridotto al minimo di personale e mezzi da politiche miopi. Altro punto sul quale a mio avviso in futuro bisognerà ragionare è stata la tardiva individuazione del Coronavirus in Lombardia. Sicuramente nelle settimane precedenti all’esplosione dei contagi, il numero delle polmoniti atipiche era molto alto e i casi non sono stati riconosciuti».

Come ha vissuto, dottor D’Esposito, l’ennesima polemica a distanza tra Italia e Germania sui coronabond? Anche da lontano sembra che l’Italia sia stata lasciata sola dai partner europei in questa emergenza?

«Sì, l’Italia è stata lasciata sola. Purtroppo l’Ue è debole e all’inizio si è mostrata ancor più fragile, lasciando l’Italia sola dal punto di vista sanitario e in balia dei mercati. Dal mio punto di vista le prime dichiarazioni di Christine Lagarde e di Ursula von der Leyen sono state raccapriccianti. Invece di rassicurare hanno creato panico. Fortunatamente ora si intravedono spiragli di sostegno economico molto simili ai Coronabond. Purtroppo sono le conseguenze dei vari sovranismi che in ogni paese soffiano sul fuoco e che influiscono sulle decisioni finali. Qui in Germania dire Coronabond è un tabù perché nella stragrande maggioranza della popolazione vengono inculcate idee populistiche».

In pochi anni lei è diventato responsabile del reparto di ortopedia di un grande ospedale tedesco. Ciò significa che è stata apprezzata la sua preparazione. Quanto incidono per davvero nella società tedesca i pregiudizi sugli italiani in Germania?

«Ho lavorato nell’attuale ospedale circa un anno come assistente, poi mi hanno offerto la possibilità di avere un ruolo di responsabilità. Di fatto la preparazione di medici e infermieri italiani che ormai numerosi lavorano in Germania è alta. Non esistono pregiudizi, anzi chi è bravo raggiungerà obiettivi e traguardi professionali. Forse è una marcia in più qui essere italiano, credo che mi abbia reso tante cose più semplici rispetto a colleghi di altre nazionalità o ai colleghi tedeschi stessi».

Una curiosità: le dispute italo-tedesche sono oggetto di confronto familiare?

«Sempre, ma è colpa mia, ho un vasto repertorio battutistico sui tedeschi».

Intanto nel calcio vinciamo sempre noi…

«Speriamo, su questo qui si litiga sempre con i tedeschi. Loro stanno investendo moltissimo sui settori giovanili e credo che in futuro cambierà il rapporto di forza, purtroppo”.

Come tanti giovani professionisti italiani lei è stato costretto a emigrare. C’è l’idea di rientrare?

«Certo, in futuro, ma non ho ancora un piano».

neifatti.it ©