Pubblicato il: 1 maggio 2020 alle 7:00 am

Il lato oscuro della quarantena Emozioni e comportamenti umani all’opposto in momenti di grande tensione, un’occasione (persa)

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 1 Maggio 2020 – Non siamo fatti per reggere situazioni di allerta o tensione troppo a lungo: in passato si risolveva attaccando (se il predatore era meno forte di o noi) o fuggendo dalla situazione pericolosa, ma nei tempi moderni spesso le situazioni stressanti sono quasi una costante.

Pur sforzandoci di essere razionali affidandoci alla logica, siamo profondamente influenzabili e quindi le emozioni giocano un ruolo fondamentale stravolgendo le scelte più pianificate o basate su dati di fatto.

Una delle reazioni più tipiche in questi casi è la paura, emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. Quindi ben venga la paura, perché ci attiva, ma se non riusciamo a gestirla rischiamo di attuare comportamenti impulsivi, frenetici e irrazionali che ora rischiano di essere controproducenti, passando spesso al panico.

E del lato oscuro, vogliamo parlarne? Quel lato oscuro che è in noi: i nostri difetti, le nostre cattiverie, i nostri vizi. Tutte cose che la quarantena e l’isolamento forzato amplifica. Poi, lasciando perdere le nevrosi, c’è l’acuirsi delle inclinazioni psicologiche problematiche: chi già di suo è introverso si ripiega su se stesso ancora di più, il taciturno diventa muto, il lamentoso diventa insopportabile, il logorroico sfinisce chi gli sta accanto, il pignolo diventa insopportabile in casa, l’invadente diventa arrogante, il tipo solitario sprofonda nel quasi autismo. Per non parlare poi dei maniaci dell’igiene e degli ipocondriaci: l’eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute fa percepire ogni minimo sintomo come un segnale inequivocabile di infezione. In alcuni casi nasce poi l’odio sui presunti moderni “untori” stranieri o italiani, sulla scia della necessità umana di trovare sempre un presunto colpevole, meglio se lontano da sé e dal proprio gruppo sociale.

Secondo i guru della psicologia, la situazione dovrebbe favorire una riflessione sulla nostra vita, un esame di coscienza, una spiritualità più profonda ed essenziale, la scoperta del vero sé. Non è così. Il lato oscuro si allarga come una macchia, lo laviamo via ma il giorno dopo lo ritroviamo, dentro e fuori di noi. Si compiace di tutti e sette i vizi capitali e si sofferma soprattutto sull’accidia, sull’ozio e sull’ira. Ci vuole niente per scivolare nell’indolenza, per disperdere l’attenzione nei mille rivoli dell’informazione online e dei social. O per pronunciare o scrivere parole di troppo: un rimprovero sproporzionato, un commento violento a un post in rete; cose che si fanno e che si subiscono, naturalmente.

Nella quarantena da epidemia si manifesta a scadenze più ravvicinate del solito l’hater dei social, quello che non interviene mai, che non mette mai un like neanche quando postate la citazione più perfetta del mondo, il vostro più riuscito exploit giornalistico, letterario, artistico, fotografico, la battuta più tagliente, l’allusione più intelligente. Aspetta anni interi fino al giorno in cui vi esponete su un argomento controverso, su una questione caratterizzante, su una faccenda delicata. Allora salta fuori dal suo nascondiglio e vibra il suo fendente, con la più sprezzante delle smorfie, perché comprendiate che vi ha sempre tenuto d’occhio, che ha sempre saputo che siete dalla parte sbagliata e adesso gli avete offerto l’imperdibile opportunità per notificarvelo.

Non c’è da meravigliarsi di tutto ciò, perché nella condizione innaturale dell’isolamento l’uomo (e la donna) danno il peggio di sé. Danno il peggio di sé mentre danno anche il meglio, sia chiaro: è vero che in questi giorni si mangia meglio, le case sono più pulite, si riesce a scambiarsi più delle solite quattro parole coi figli e con la moglie, si sta più a lungo al telefono con gli anziani genitori, ecc., perché la quarantena è come il deserto: amplifica percezioni, inclinazioni e sentimenti, qualunque essi siano. Tutto ciò che abbiamo dentro si dilata, prende possesso di noi: tristezza o gioia, abbattimento o entusiasmo, poeticità o prosaicità, sensualità o spiritualità.

Se siete molto tristi, se siete particolarmente depressi, se siete molto arrabbiati, non andate nel deserto, perché starete peggio. Perfino i quaranta giorni di Gesù nel deserto non sono stati una passeggiata: ha passato più tempo a combattere contro le tentazioni di Satana che a sperimentare la sua unione mistica col Padre. Ci vuole un po’ di umiltà da parte nostra.

I critici della globalizzazione diranno che è arrivato il momento del crollo del sistema; i progressisti annunciano il trionfo delle tecnologie che ci salveranno; i sovranisti rivendicano di avere sempre avuto ragione nel difendere la ragion d’essere delle frontiere e nell’essere stati euroscettici; gli europeisti ribattono che proprio questa crisi spingerà i governi europei verso quell’unione completa a cui si erano sempre sottratti.

Nota positiva: i libri sono finalmente letti fino alla fine, quasi che la quarantena forzata sia stata un beneficio per riprendere o completare cose importanti lasciate in sospeso.

neifatti.it ©