Pubblicato il: 6 maggio 2020 alle 7:00 am

«Gli assistenti sociali alle prese con un’immane richiesta di aiuto» l presidente Gazzi si appella al Governo: «Bisogna potenziare con risorse e professionisti una rete che altrimenti rischia di crollare. Questa è una malattia di comunità»

di Giuseppe Picciano.

Roma, 6 Maggio 2020 – Per il mondo del sociale il Coronavirus è stato un autentico cataclisma. Insieme ai drammatici effetti della crisi sanitaria si sono rallentati sia gli interventi fondati sulla relazione e sulla prossimità sia quelli legati alla cura della persona e alla dimensione umana. Gianmario Gazzi, presidente nazionale degli Assistenti sociali, si è più volte appellato al governo perché adottasse interventi mirati per evitare che la rete dell’assistenza e della solidarietà subisse un pericoloso tracollo.

Presidente Gazzi, nel suo appello alle istituzioni di quasi un mese fa, paragonava l’emergenza sanitaria a una bomba sociale. Auspicava, tra l’altro, un allargamento del Reddito di Cittadinanza a chi ha perso qualsiasi reddito e non può usufruire di ammortizzatori sociali chiedendo la stabilizzazione degli assistenti sociali precari. Qual è la situazione all’inizio della Fase 2?

«Gli effetti sociali, sia in termini di bisogni primari che di relazione, della pandemia sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo notato come in una prima fase le storie delle persone, del dolore e dell’isolamento, fossero molto vivi nel dibattito. In questo momento pare, purtroppo, che non vi sia più l’attenzione necessaria. Siamo in attesa del cosiddetto decreto Aprile per capire se veramente il Governo ha intenzione di potenziare con risorse e professionisti una rete che altrimenti non reggerà. In questi giorni gli Assistenti sociali stanno affrontando un lavoro immane: richieste di buoni alimentari, nuove situazioni che si presentano ai servizi in cerca di sostegno non solo economico, le situazioni già in difficoltà che sicuramente sono ancor più in crisi senza un aumento di una sola unità. Se non si rinforzano i servizi, le persone si sentiranno prese in giro perché non riceveranno quell’aiuto che è stato promesso. Non bastano i buoni o i finanziamenti a pioggia, serve anche comprensione e umanità».

Comuni, servizi sociali, volontariato: nel complesso, la rete delle politiche sociali sta reggendo all’impatto della crisi?

«A fatica. Si può reggere una domanda di servizi e aiuto senza sufficienti strumenti? Reggerà se potenzieremo i servizi sociali degli ambiti territoriali, se prevediamo stanziamenti per i servizi domiciliari e se salviamo cooperative e associazioni dal rischio di fallimento. Sono le proposte che abbiamo fatto per evitare che qualcuno resti indietro. Ricordo che questa è una malattia di comunità e se non aiuto le persone in modo adeguato fuori dagli ospedali, non potremo uscire da questa crisi. Persone anziane che devono limitare le uscite: chi le aiuta a domicilio? Persone con disabilità che non possono andare più nei centri diurni: chi può sostenerle a casa? Non parliamo poi dei bambini senza scuola: chi ha risorse vivrà un momento di vacanza, ma chi ha difficoltà potrà solo rimanere indietro se non lo aiutiamo ora».

Perché temete che possa rivelarsi un problema affidare ai Comuni l’erogazione del Reddito di emergenza?

«Riteniamo, sulla scorta delle esperienze anche dei buoni pasto e del Reddito di Cittadinanza, che i punti siano due. Il primo che serve un’organizzazione solida dei servizi sociali territoriali per gestire queste misure e non tutti i comuni sono attrezzati. Quelli più piccoli o che non hanno una struttura adeguata, potrebbero trovarsi in crisi come abbiamo visto con i buoni alimentari. Quindi meglio, a nostro avviso, lavorare per rinforzare gli ambiti sociali per garantire a tutti i cittadini l’accesso alla misura in modo uniforme. Se fossero stati individuati dei livelli essenziali nazionali il problema non si porrebbe.

L’altro aspetto è la necessità di un intervento, rispetto al Reddito di emergenza, che fissi i criteri e le modalità in modo uniforme su tutto il territorio. I criteri dati con i buoni alimentari sono stati troppo discrezionali e sono stati erogati alle persone in modi molto difformi. I diritti sociali e di aiuto non possono essere relativi a seconda del comune di residenza».

E’ facile immaginare che i bambini siano uno degli anelli deboli della comunità, privi, in taluni casi di benessere emotivo e materiale. Quali sono gli obiettivi del neonato Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza?

«Oltre agli obiettivi istituzionali dell’Osservatorio in questa fase la Ministra Bonetti ha indicato la volontà di una lavoro sugli effetti di questa pandemia. Non possiamo dimenticare che molti bambini in Italia vivevano già in condizioni di povertà educativa e materiale. Bisogna essere consapevoli che questa emergenza ne ha aumentato il numero e ha acuito le loro sofferenze. La priorità ora è lavorare per costruire, partendo dai bambini più in difficoltà, un piano di interventi per aiutare a migliorare le condizioni generali di vita dei minorenni. Supporti educativi, gioco, socialità e benessere per i bambini nel rispetto delle condizioni di sicurezza: questa è la priorità».

Come assistenti sociali avete elaborato un vostro piano per la rinascita da sottoporre ai decisori istituzionali?

«Le nostre proposte sono state inviate a Governo e Parlamento il 2 aprile. Molte le interlocuzioni, ma non sappiamo se veramente questa sarà la volta buona per affrontare i problemi che da tanto tempo segnaliamo. Servono, come dicevo prima, risorse e professionisti. Risorse per dare aiuto concreto alle famiglie e alle persone sia economico, ma soprattutto di servizi educativi e domiciliari. Professionisti sufficienti in numero per accogliere le moltissime persone nuove che già oggi hanno chiesto un intervento. Senza queste due linee che si integrano con la sanità sul territorio magari vinceremo la battaglia nelle corsie, ma perderemo su tutto il fronte fuori dagli ospedali».

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