Pubblicato il: 15 maggio 2020 alle 7:00 am

E ora dove andiamo? Perché non abbiamo più voglia di uscire di casa e tornare alla nostra vita precedente?

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 15 Maggio 2020 – Abbiamo attraversato un difficilissimo periodo di quarantena per il contenimento del COVID-19, con protocolli più o meno rigidi, allo scopo di proteggere la nostra salute e frenare il tasso di contagio. Ma quali sono gli effetti psicologici che porteremo con noi?

Per affrontare ogni paura non abbiamo altra scelta che razionalizzare, prendere coscienza e adottare una serie di strategie mentali. Non esiste, purtroppo, una ricetta univoca ed efficace per tutti; ognuno di noi ha dovuto fare i conti con uno stato mentale e una situazione personale. La rivista Lancet ha analizzato in proposito le quarantene nel vicino oriente negli ultimi decenni: SARS 2003, ebola, febbre suina (H1N1) e MERS: in tutte le esperienze, relativamente prossime, gli effetti della sofferenza psichica sono stati evidenti.

Nessuno ci ha preparato a vivere una pandemia. Ci sono momenti in cui si prova una sensazione di irrealtà. Osserviamo il mondo dalla finestra e ci risulta difficile accettare che quanto sta avvenendo sia vero. Questa sensazione è del tutto normale: una fase da attraversare nel delicato processo che si chiama accettazione. Accettare, innanzitutto, che stiamo vivendo un momento difficile e inaspettato.

Poi abbiamo attraversato il momento in cui non vedevamo l’ora di uscire, di riappropriarci della nostra libertà… ”le cose che farò quando tutto questo sarà finito”…e ora? Abbiamo atteso a lungo la possibilità di tornare ad una parvenza di normalità e quando questa si inizia ad intravedere c’è chi scappa.

E’ arrivato il tanto atteso 4 maggio, si allentato il lockdown, riprendono alcune attività, si può fare attività all’aria aperta e visitare i “congiunti” ma c’è chi, proprio ora, si tira indietro per paura o perché ormai si è adattato a nuovi ritmi.

La chiamano la “sindrome della capanna”: le persone che hanno vissuto sotto stress, ma che hanno gestito bene il confinamento, con il tempo per loro stessi, i loro cari e i loro hobby e a cui il ritorno alla normalità genera molto più stress.

Non è poi molto strano, anzi, è del tutto normale. Dopo mesi di quarantena c’è chi vive l’ansia di riprendere i ritmi precedenti, la paura di uscire e, magari, c’è anche chi ha scoperto che la vita in casa non è poi tanto male come si pensava all’inizio.

Insomma il ritorno alla normalità non è da tutti gradito, in particolare per la pressione di dover nuovamente lanciarsi nel mondo e riprendere il solito tran tran. Le nostre case, in questo periodo, sono diventate un rifugio, ci hanno tenuto al sicuro dal coronavirus ma anche lontani dal mondo, la cui routine spesso ci stressa.

Viviamo nella società del fare: fare sempre cose, produrre sempre, e allora la quarantena ci ha permesso di avere maggiore tempo per noi, i nostri cari e gli hobby, ed è anche per questo che ora siamo riluttanti a tornare alla frenetica vita precedente.

Il termine “sindrome della capanna” è stato coniato in quelle regioni degli Stati Uniti in cui il rigido inverno costringe gli abitanti ad una sorta di “letargo”, dove si perde la sicurezza e si teme ciò che è fuori.

Sono diversi gli aspetti che entrano in gioco ed favoriscono la voglia di rimanere tra le mura di casa: innanzitutto, il rifiutarsi di vedere o accettare l’ambiente che conoscevamo mutato irrimediabilmente, il mondo che conoscevamo non è più lo stesso, la città deserta, i negozi chiusi, le persone sulla mia strada portano mascherina, guanti. La nuova realtà può sconcertare, disorientare. Inoltre, abbiamo ancora, giustamente, paura di un probabile contagio.

Gli psicologi tranquillizzano dicendo che ci vorrà del tempo. Il tempo per affrontare le proprie paure per trasformarle in alleate e poter così superarle, senza esitare a contattare uno specialista che ci possa aiutare. Quando via via anche i media diminuiranno la pubblicazione di notizie allarmanti sul virus, anche molte paure svaniranno.

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